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CHIESE, CONVENTI e CIMITERI abbandonatiLOMBARDIA urbexSPECIAL EDITION 💣

L’antologia di Spoon River

Articolo di Luglio 9, 2014Ottobre 28th, 2017Nessun commento

Deorum manium jura sancta sunto”…“Mortis deum mala verba convertant mihi ad propinquity
p18regu0hu18ltbvu1mjaceo2nrnOggi vi condurrò nella visita di un posto insolito, diciamo una piccola rarità urbex.
Visiteremo infatti un cimitero, attivo dall’800 fino ai primi anni del ‘900.
Ci tengo a precisare che questo luogo non è propriamente un cimitero abbandonato. O almeno, non completamente.
E’ infatti custodito dal comune che, a volte, lo utilizza per alcune manifestazioni. Diciamo che ha perso la sua funzione primaria : quella di “ultima dimora“, ma non è mai stato dimenticato del tutto.
Questo cimitero è molto semplice.
All’ingresso si apre un viale alberato che porta alla cappella principale, ormai semidistrutta.
La vegetazione è molto rigogliosa : l’erba alta ed incolta si mischia alle ortiche e a qualche raro fiore, mentre dal terreno spuntano, come arbusti, le croci in legno, pietra e metallo.

Ho sempre amato passeggiare per i cimiteri e leggere i vari epitaffi; nelle lapidi alla fin fine può esser scritta la storia di un paese, o di una città, o semplicemente di chi riposa sotto la fredda pietra.
Proprio come accade nel libro che dà il titolo a questo articolo, sembra che passeggiando tra le lapidi si risveglino fantasmi desiderosi di raccontare la propria storia.
Dal terreno, tre erbe e fiori, spuntano mani pronte ad afferrare il pellegrino per rallentarlo nella sua corsa e far sì che si fermi a leggere una lapide ancora.
Come mai molte persone amano le atmosfere cimiteriali o, più in generale, tutto ciò che è “dark”, misterioso, macabro (…e via dicendo) ?
Come mai si ama tanto tutto ciò che si avvicina alla morte.

Mentre passeggio per questo cimitero mi viene spesso da pensare a questo argomento e ne ho tratto una mia personalissima conclusione: ritengo che in realtà chi più dice di amare la morte, i cimiteri e le “cose oscure”, in realtà più le teme. L’amore per ciò che è nero è un tentativo di esorcizzarlo, si toglie alla morte la maschera di scheletro e le si dona un viso ammaliante solo nel tentativo di renderla meno spaventosa.
Si cerca di allontanarla avvicinandosi ad essa, negandone l’orrore. La si rende accettabile.
Facciamo i forti ed i gradassi fin tanto che lei è lontana..e più è lontana, da noi o dai nostri cari, più è fascinosa; ma nel momento in cui sentiamo il rumore della sua falce strisciare sulla pietra allora la percepiamo per quello che è realmente : un abisso di orrore e dolore.
Mentre compio queste riflessione, ho terminato il primo giro del cimitero. Mi siedo accanto ad una lapide, davanti a me vedevo delle vecchie cappelle, a destra e sinistra alberi ed erba alta.

Cielo e croci in ruvida pietra grigia, sopra l’erba. Carne ormai polverizzata, sotto.
Mi accendo una sigaretta, giusto per avvicinarmi un poco alla morte, e rimango in silenzio.
Si sente solo il rumore del vento tra gli alberi…tutto era in pace.   Eppure un senso di malinconia mi sta pervadendo.   Passeggiando, incontro un angelo in miniatura, piccolo piccolo con l’aspetto di chi legge triste.
Poi vedo lapidi sfondate dal peso degli anni, bassorilievi di volti dove a malapena si capisce se la persona commemorata sia uomo o donna, fotografie scolorite dal tempo.  Poi croci in ferro, alcune in pietra e, addirittura, una in legno, ormai tutta storta e mezza marcia ma ancora lì, a ricordare che sotto di essa giace quello che fu un misto di sangue e sentimento, di merda e anima.
Vagando tra le tombe resto pietrificato davanti ad una sepoltura: un rettangolo di pietra, con una croce in rilievo e sulla croce la dedica “ALLA MIA MAMMA”.
Non so perché, ma la semplicità di questa dedica mi fa commuovere.

Rimmarrei qui molto più a lungo ma la luce inizia a scemare e voglio fare un altro giro di foto.
Torno a vedere il grande angelo che, dal suo cantuccio, con le ali spiegate e le mani giunte, veglia su tutto il cimitero.
Poi faccio visita alla signora sdraiata, l’unica statua che ho trovato inquietante, in questo cimitero.
Molte lapidi sono completamente cancellate dal tempo. Non si legge più nulla sopra di esse. Molte altre sono spezzate dal peso degli anni.
Mentre vedo tutto ciò, ho nella mente tutti coloro che oggi abitano le città dei morti, ma che un tempo erano vivi.
Chi erano? Cosa fecero in vita? Come si prepararono alla morte?
Di loro si è perso tutto, persino il ricordo dei cari.  E questo è quasi come morire due volte : la prima con l’ultimo battito del cuore, la seconda con lo svanire dell’ultimo ricordo che qualcuno ha del defunto.

Foscolo trovò una consolazione alla morte, nella tomba.
In pratica, secondo il poeta, il pensiero di dover morire viene reso meno doloroso dal fatto di sapere che qualcuno ci piangerà sulla nostra tomba.
Ma questo discorso non mi hai mai convinto molto, quando mi fu detto per la prima volta, ed oggi, specie in questo luogo di oblio, mi sento di rifiutarlo in maniera categorica.  Alla fine non c’è consolazione davanti alla morte.
Il giro in questo villaggio dei morti è finito. Accosto il cancello, chiudo il lucchetto e mi lascio la morte, quella di pietra, alle spalle.
Un saggio disse che non la si dovrebbe temere: quando si è vivi, lei è lontana; quando sarà arrivata invece non ci saremo più noi.
Forse è questa la vera consolazione: la morte non ci riguarda. O, forse ancora, è l’unico sollievo dagli orrori della vita…

… la morte, la morte, la morte normale,
che cela del mondo pietosa ogni male…
Per altre foto del cimitero, delle tombe e dei monumenti, clicca qui.

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