Diamond vs. Chakrabarty

Da Settembre 10, 2014 Giugno 26th, 2017 ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE, PUGLIA urbex

IMG_1580Nel pugliese, si trovano i resti di questo ex centro per la premoltiplicazione agricola.
E di cosa si tratta, viene da chiedersi?  E’ una scienza finalizzata allo studio e alla crescita di specie più resistenti : ulivi, agrumi, vitigni, drupacee.  Tutte quelle piante che, subendo l’aggressione di agenti parassitari, possono far perdere ingenti somme di investimenti.
Per questo, la regione Puglia finanziò il programma atto a ideare tecniche esclusivamente naturali, evoluzioni dei più semplici innesti, per la creazione di vegetali sani e immuni da parassiti.    Ma il progetto, nato per opporsi alla manipolazione genomica, non ebbe vita facile.    La legge “Diamond vs Chackrabarty” aveva dato il via alla produzione dei primi alimenti artificiali. IMG_1556Così, la concorrenza agguerrita trovava nell’OGM una potente arma aggiuntiva per primeggiare nel settore biotecnologico.
La gestione del complesso, non impeccabile, perse la sua chance dimostrativa ed i finanziamenti iniziarono a ridursi progressivamente.   Da lì a breve, dunque, il lavoro si arenò e la struttura fu abbandonata.   Come possiamo osservare dalle foto, l’area degradata è estremamente vasta.
Per esplorare il sito è necessaria più di un’ora, anche se le stanzone spoglie offrono poco spazio alla curiosità.   La crisi economica ha reso più agguerriti anche vandali e sciacalli, che hanno avuto “vita facile” tra queste mura abbandonate.

L’enorme complesso è diviso in due metà.
La prima è composta da uffici, spogliatoi per operai e stanze del personale esterno. La seconda, molto più grande, comprende l’area capannoni e magazzini.  Al centro, come elemento di divisione, sono posti i parcheggi, la pesa per i camion, la guardiola di sicurezza ed un negozio.    Da quest’ultimo è stato portato via tutto. O quasi : restano strumenti sanitari e vecchie fatture, sparsi per il pavimento.  Anche l’area magazzini, sviluppata in due piani, è in larga misura vandalizzata.    È stato asportato rame e parte delle tubazioni.
In un angolo del piano terra, intricato e labirintico, si apre uno stanzino dall’aspetto sinistro.
Davanti all’uscio, ci sporgiamo per osservare meglio : l’interno è buio ma, appena accendiamo il faretto di scorta, possiamo notare con sdegno il grado di inquinamento.  Nessuna pavimentazione al quarzo o altre contenzioni salvaguardano il terreno dalle pozze oleose, probabilmente tossiche, sparse ovunque. IMG_1538Per la nostra sicurezza non entriamo.
Ci limitiamo a fare qualche scatto dalla soglia e, nonostante la distanza di sicurezza, si solleva un odore nauseante.
Oltre quello stanzino angusto proseguiamo nella seconda parte dell’edificio, dove la forza della natura ha demolito il tetto e lasciato intatto solo lo “scheletro” dell’edificio.  Sul retro, tra una montagna di rovi, si erge il grosso acquedotto divorato dalla vegetazione. E’ irraggiungibile. Abbandoniamo l’idea di visitarlo ed usciamo definitivamente dal complesso.
Concludendo l’esplorazione, il pensiero torna alla stanza degli inquinanti : quali effetti si ripercuoteranno sui campi adiacenti? Intanto crescono alimenti che domani saranno sulle nostre tavole.

Francesco Coppari

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Francesco Coppari
Francesco Coppari
Classe 1986. Fotografo per passione dal 2007, ha collaborato a vari progetti della FIAF. Appassionato di fotoreportage, ha trovato nell’Urbex un altro modo di incrementare il suo bagaglio culturale. Tra le altre cose si occupa di gestire il nostro affiatato Gruppo Facebook.

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