Posto nell’entroterra marchigiano, il lascito che vi mostrerò, è più unico che raro.
Oggi vi porto in ciò che rimane di un istituto delle “Maestre Pie Venerine”, ossia una scuola religiosa femminile di diritto pontificio (ossia approvate tramite decreto dalla santa sede). Istituita circa 200 anni fa e chiusa all’incirca negli anni settanta, ora ne rimane solamente il fantasma.

Strutturata su due piani, più piano terra e soffitta, l’edificio si presenta in completo stato di abbandono, ma fortunatamente senza segni di vandalismo, probabilmente questo luogo è rimasto chiuso fino a non troppo tempo prima della mia visita.
Dopo una rapida ricognizione il posto si svela davvero grande, quasi dispersivo. Al piano terra la cantina e l’ingresso, ancora con la presenza di fiaschi e una bella botte.

Salendo, facciamo sosta al pianerottolo tra il piano terra e il primo piano. Qui abbiamo una specie di magazzino e ciò che rimane della biblioteca della scuola. E’ proprio qui che troviamo un tomo dedicato a Santa Rosa ed ai suoi lasciti. L’eredità di Rosa, per l’appunto.
Ovviamente gli scritti adagiati nei cassetti e sopra il tavolo sono tutti “edizioni paoline”, dato che raramente in questi luoghi si leggevano cose non di stampo religioso o non approvate dalla santa sede. Oltre ai libri, abbiamo un frigo ormai molto datato, una vecchia singer in perfette condizioni (come nella villa dei cui vi parlai qui), e altri oggetti che testimoniano il packaging in voga negli anni ‘60.

Fatto questo breve giro, proseguiamo al primo piano dove abbiamo il refettorio e la cucina, nonchè uno stanzone vuoto che serviva come area ristoro aggiuntiva. La sala da pranzo è invece molto interessante e, soprattutto testimonia come questo luogo sia rimasto intatto per circa quarant’anni. Le sedie, infatti, sono ancora al loro posto, sopra ai tavoli, come se gli ultimi visitatori avessero pensato: “prima di andar via lasciamo pulito”.

Proseguendo al secondo piano troviamo l’aula con ancora i banchi accatastati e, cosa più bella di tutti nella sua maestosità, seppur vuota, la cappella, perfettamente intatta, con gli affreschi ancora integri e le vetrate colorate in perfetto stato di conservazione.
Ammetto di essere rimasto incantato, appena entrato. La luce filtra dalle finestre e dona un tocco “mistico” a tutta l’esplorazione.

Adiacente alla sala è ubicata la sagrestia al cui interno giace un armadio semi-conservato.
Salendo ancora e arrivando al secondo piano, troviamo gli alloggi e, con immenso piacere, la stanza principale, quasi completamente affrescata. Osservando a lungo l’affresco non ho potuto fare a meno di notare delle figure di putti seduti su ciascuno su una botte, con inciso “MALAGA” e “MUSCATELLO”. (Ora vorrei chiedere a qualche lettore o frequentatore, se è a conoscenza di questa allegoria, se così possiamo definirla.)
Oltre agli affreschi non c’è granchè: materassi ormai logori e bagni invasi da ragnatele. L’ultima rampa di scale porta alla soffitta che ormai è diventata una piccionaia.

In conclusione, un posto abbastanza grande, almeno 90 mq a piano, con un “cumulo di dettagli” da capire e documentare, che, se ti fai prendere un pò troppo la mano, potrebbe portar via tutta la giornata, facendo esclamare a gran voce: “caspita…s’è fatto buio!”

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Francesco Coppari
Francesco Coppari
Classe 1986. Fotografo per passione dal 2007, ha collaborato a vari progetti della FIAF. Appassionato di fotoreportage, ha trovato nell’Urbex un altro modo di incrementare il suo bagaglio culturale. Tra le altre cose si occupa di gestire il nostro affiatato Gruppo Facebook.

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