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Le due Torri e la mini Chiesa Blu

Da Febbraio 21, 2015 Dicembre 17th, 2017 Un Commento

Come spesso capita in questi casi, niente è come sembra..

Percorrendo la strada antistante all’edificio abbandonato in questione, quello che si può scorgere è solo un rudere con alcune curiose torrette agli angoli, due torri per la precisione; qualcosa che può assomigliare ad una chiesetta di campagna diroccata, ma niente di più.
Ma si sa, mai fermarsi alle apparenze. Così parcheggiamo e cerchiamo un varco tra la fitta vegetazione che avvolge questo edificio.
Senza troppe speranze, iniziamo a visitare questa struttura che si sviluppa su due piani, nel quale è presente anche la cappelletta privata ed un altro fabbricato ad uso rurale / magazzini, che ho scoperto poi essere stato anche scuola e frantoio.

L’entrata è quantomeno facile dalla porta principale completamente aperta, così decido, dopo una prima e fugace occhiata al pianterreno (stipato di attrezzi agricoli e chincaglierie) di salire subito al primo piano, dove un piccolo corridoio viene illuminato da un perfetto taglio di luce che esalta la “povera” bellezza di una sedia in legno e un triste ed abbandonato estintore d’epoca.
Rapito da questo scorcio, non curante di dove siano i miei compagni di escursione, pianto il cavalletto ed inizio ad immortalare questo scenario prima che la magia della luce scompaia.

Le scoperte proseguono con la camera da letto, completa ancora di coperte e materasso, armadio in pieno stile contadino anni ’50 ed un comò ancora adornato da spazzole, oggetti personali e abbigliamenti vari… mentre la stanza adiacente offre poco, se non qualche amata ragnatela alla finestra.
Prendo qualche scatto per poi passare alla stanza successiva che palesa tutto la sua ruralità: una bellissima cucina ancora arredata con una credenza piena di oggetti (per cui un antiquario farebbe carte false):
bicchieri, schiacciapatate e attrezzi che una moderna casalinga nemmeno saprebbe identificare.
Peccato che la splendida luce che illumina l’altro lato dell’edificio stenti ad arrivare qua, rendendo difficoltoso scorgere i dettagli nella penombra, solo la cucinetta a gas e il camino vengono degnamente illuminati.

Tra me e me penso di trovarmi nella stanza migliore, così mi soffermo un po’ di più su dettagli e inquadrature, credendo di trovare ben poco nelle altre stanze che rimangono.
Niente di più sbagliato, manca ancora il salotto… e la chiesetta!
Il primo appare per niente vandalizzato: le due credenze ancora custodiscono piccoli oggetti di uso quotidiano come tazzine e cucchiaini che, con la calda luce che ancora vi permane, risaltano in tutto il loro decadente abbandono, accompagnati anche da un certificato di matrimonio appeso alla parete (purtroppo non datato).

La porta in fondo alla stanza conduce direttamente nella chiesetta, o meglio sulla cantoria, quantomai resistente  dove scatto alcune foto dell’intero volume.
Una chiesetta piccola, di campagna, con le volte verniciate di blu (sembra quasi una mini chiesa blu contadina), nemmeno troppo diroccata.
Merita comunque di essere fotografata anche dal basso così scendo le scale passando per un magazzino pieno di attrezzature agricole, per ritrovarmi sull’altare della piccola cappella. Qui cedimenti e qualche sciacallaggio hanno fatto il loro malevolo corso.
Agli occhi mi si presenta la classica pieve di paese, che si lascia fotografare senza particolari degni di nota, alcune file di panche ed un mini confessionale vicino all’entrata.
Concludo la visita passando per il magazzino che, grazie ad una luce perfetta, rivela tantissimi dettagli, oggetti ricchi di storia, ricordi ormai persi.
Ma un altro viaggio ci aspetta e la luce è poca!

Le sorprese non sono finite in loco… una volta a casa a post-produrre le foto e cercare informazioni per raccontarvi questa avventura, ecco che quel piccolo edificio dimenticato, diventa magicamente un borgo abbandonato, secondo le prime documentazioni che ci rimandano all’anno 1834. I registri catastali dell’epoca, ci dicono che Prete D. acquista una casa di proprio uso, una casa colonica con corte, un portico e altre case coloniche. Il casato del Prete anticamente pare che fosse una famiglia di carbonari, che lentamente iniziarono ad accumulare denaro e ad acquistare terreni, fino a divenire, con il XIX secolo, fra i più facoltosi possidenti del circondario. Prima del 1850, presso gli altri corpi di fabbrica, venne costruito un altro edificio padronale, affiancato da una cappella, collegato a sua volta ad una casa colonica vicina ad un arco.
Si tratta del palazzo padronale, quello che siamo riusciti a visitare.

Nel nucleo di edifici venne installato anche un mulino da olio, probabilmente rimosso negli anni successivi.
La casa padronale che affianca la cappella in origine era dotata di due piani, sui quali, in posizione centrale, si innalzava un altro piano con funzione di torretta colombaia.
In seguito ai bombardamenti durante il secondo conflitto mondiale un violento incendio distrusse parzialmente l’edificio; infatti nel 1946, sempre secondo i documenti, venne dichiarato “inabitabile per eventi bellici”.
Nel fuoco andarono distrutti gli arredi, il mobilio, e quant’altro si trovasse nella casa, che fu successivamente restaurata. Nella ricostruzione venne tralasciata la torretta centrale, mentre sugli angoli della controfacciata, rimasero le due torrette aggettanti, chiamate “torricini”, preposte alla difesa dai frequenti assalti dei briganti. Dalle feritoie, in tutta sicurezza, si potevano tenere sotto controllo i lati posteriori della casa.
Anche gli interni furono semplificati e ammodernati, evitando di ricostruire le antiche volte dipinte, come quella, notevole, che era presente nel salone centrale.

Ripartiti i numerosi sfollati che vi avevano trovato rifugio, il palazzo fu abitato solo per pochi anni, fino al 1955, quindi definitivamente abbandonato. Finché venne riscoperto, quasi per caso, da quattro fotografi con l’insana voglia di restituire queste perle al patrimonio culturale italiano.

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Chris Morri
Chris Morri
Classe ’76. Fotografo, grafico e musicista. Attualmente non collabora più con Ascosi Lasciti, ma si dedica a portare avanti il suo progetto personale: il P.L.A.I. (Posti e Luoghi Abbandonati Italiani)

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