Pripyat e il disastro di Chernobyl

«Attenzione, attenzione! Attenzione, attenzione! Attenzione, attenzione! Il Consiglio Comunale informa che, a seguito dell’incidente alla centrale nucleare di Černobyl, nella città di Pripyat le condizioni dell’atmosfera circostante si stanno rivelando nocive e con alti livelli radioattivi. Il Partito Comunista, i suoi funzionari e le forze armate stanno dunque adottando le dovute misure. Tuttavia, al fine di garantire la totale incolumità delle persone, e in primo luogo dei bambini, si rende necessario evacuare temporaneamente i cittadini nei vicini centri abitati della regione di Kiev. A tale scopo, oggi 27 aprile, a partire dalle ore 14, saranno inviati autobus sotto la supervisione della polizia e dei funzionari della città…”

Oggi vi mostrerò la madre delle città fantasma contemporanee: Pripyat (“Pryp’jat” nella sua lingua originale).
Molti la conosceranno così per sentito dire, altri la collegheranno al disastro di Chernobyl… ma a volte quello che si sa non è abbastanza, a volte bisogna vedere con i propri occhi e ascoltare con le proprie orecchie per capire il male e la sofferenza generata dall’errore umano.

Vediamo dunque dove inizia questa storia: la costruzione della città iniziò agli inizi del 1970 per ospitare i lavoratori della centrale nucleare con le loro famiglie. Negli anni successivi, il numero degli abitanti aumentò notevolmente grazie a una qualità della vita relativamente alta rispetto al resto dell’Unione Sovietica. Ciò fu dovuto agli incentivi che venivano erogati per lo “status” di città nucleare.
Nessuno sapeva che sarebbe stato tutto completamente abbandonato.

Le strade sono ancora in parte praticabili, ma inutilizzate dal 1986, e addirittura alcune vie o corsi sono stati chiusi da blocchi di cemento per impedirvi l’accesso con mezzi di trasporto.
L’area urbana è rimasta come fu lasciata dagli abitanti, seppur danneggiata dall’inesorabile scorrere del tempo e da alcuni atti di sciacallaggio e vandalismo.
Solo una volta l’anno, nell’anniversario della tragedia, durante la ricorrenza del primo maggio, i residenti possono tornare a visitare la città in cui vivevano. Nel frattempo Pripyat è divenuta una specie di paradiso degli animali selvatici, e, data la quasi assenza dell’uomo, non è raro incontrare lupi, volpi e addirittura orsi.

Ho visitato la città in tre giorni e non ho comunque visto tutto, infatti quando voi leggerete queste righe io sarò di nuovo nella zona contaminata di Chernobyl per raccogliere altro materiale, non solo inerente all’abbandono, ma soprattutto alle ricadute sociali sulle persone che sono ritornate a vivere nelle aree inquinate.
L’ingresso in città è permesso da un checkpoint situato nella zona sud, da qui, la prima tappa è la piazza principale dove è possibile vedere il palazzo della cultura e l’hotel Polessia. Ogni città di rilievo in Unione Sovietica aveva il suo palazzo della cultura, un centro polivalente di arte, musica, teatro e politica, ovviamente con restrizioni di regime, ma già avanguardista per quanto riguarda l’epoca del dopoguerra. All’interno è presente un murales di notevoli dimensioni. Queste opere, tipiche dei paesi socialisti, sono il miglior esempio di “arte per tutti” gratis.

Il parco giochi invece è paradossalmente nuovo, non perché sia stato installato di recente, ma perché mai utilizzato, infatti l’attivazione era prevista per la festa del primo maggio, cosa che non avvenne mai, visto che Pripyat fu evacuata pochi giorni prima.
Proseguo tra i palazzi abbandonati.
Il giro continua con una scuola elementare e un asilo. Lascio parlare le foto e faccio solo una puntualizzazione: se noterete, ho postato una foto con Lenin su cartoncino attaccata al muro, non certo per omaggiare il comunismo, ma per farvi soffermare sul fatto che già in tenera età i bambini del regime venivano “indottrinati” ai pensieri e alle consuetudini del partito.

Tappa cruciale è l’ospedale, molto grande, ma soltanto parzialmente visitabile. Il motivo è molto semplice, in questo ospedale fu ricoverata la squadra dei pompieri comandata dal tenente Pavik, che accorse per domare l’incendio alla centrale nucleare. Anche se non perirono qui, ma a Mosca, le loro tute ed elmetti sono tutt’ora all’interno dell’ edificio, e, in tempi recenti, qualche sprovveduto le ha prelevate dai sotterranei dove erano ubicate e le ha portate in giro per mezzo ospedale allestendo set fotografici. Ad oggi le tute emettono radiazioni per oltre 600 microsievert/ora, quindi il timore di una pesante contaminazione radioattiva è concreta. La prova me l’ha data il mio contatore Geiger quando ho semplicemente fatto capolino nelle zone suddette.

Il giro prosegue per il palazzo della musica con aule e auditorium, e per il bar principale che con grande originalità si chiama Pryp’jat’, come la città. Qui è presente una vetrata colorata realizzata a mosaico e abbellita con cilindri in vetro. Ormai questa tecnica è caduta in disuso, in quanto troppo dispendiosa.

Successivamente ci dirigiamo verso un condominio, scegliendone uno fra quelli più stabili, per scattare qualche panoramica. Come ultima tappa, il campo da basket e la piscina, la quale fu tenuta in funzione e utilizzata fino alla fine degli anni ’90 per permettere ai rimanenti lavoratori della centrale di usufruirne anche dopo l’incidente(il reattore n°3 fu spento solo a dicembre 2000 con una cerimonia ufficiale).

Ora qualcuno si chiederà se ci sia un messaggio in tutto questo.
Raccontare l’abbandono è solo un mezzo per far riflettere sul tema del “nucleare”.
E’ vero che, di per sé, l’energia derivata dalla fissione sia un’alternativa non inquinante. Tanti però sono i rischi.
Penso avrete visto cosa sia successo a Fukushima, dato che i fatti sono più recenti e le immagini sono più vivide. Ecco, vedendo Pripyat, immaginate come potrebbero apparire i villaggi e le città vicine alla centrale nucleare giapponese tra 20 anni. O come potrebbero apparire tra molto più tempo alcune città più vicine a noi.

Concludo “Ascosi Lasciti per il sociale” con qualche riga presa dal Progetto Humus di Massimo Bonfatti, presidente della Onlus MONDO IN CAMMINO chiedendovi, se possibile, di aiutare questa associazione di volontariato tesserandovi e sostenendola acquistando le loro pubblicazioni su Chernobyl.

“Il Chernobyl forum così come le associazioni ambientaliste sono concordi nell’affermare che il disastro di Chernobyl ha avuto un impatto sociale enorme ed ha causato gravi problemi di salute mentale e conseguenze psicologiche persistenti sulle popolazione coinvolta. La deportazione forzata e quasi immediata di circa 300 000 persone e la rottura di tutte le relazioni sociali precostituite sono state gravemente traumatiche e hanno prodotto elevato stress, ansie, paure circa eventuali effetti sulla salute, depressione, includendo anche sintomi fisici da malattie psicosomatiche e da stress post-traumatico. La diminuzione della qualità di vita in questa popolazione, la disoccupazione e l’aumento della povertà, complicate ulteriormente dai contemporanei eventi politici legati al crollo dell’Unione Sovietica, hanno avuto come conseguenza un elevatissimo aumento dell’alcolismo, della tossicodipendenza, dei suicidi e di comportamenti contrari a ogni profilassi quali l’uso di siringhe infette e di rapporti sessuali non protetti, con conseguente aumento dei casi di epatiti e AIDS, oltre che di tubercolosi e difterite.”

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Francesco Coppari
Francesco Coppari
Classe 1986. Fotografo per passione dal 2007, ha collaborato a vari progetti della FIAF. Appassionato di fotoreportage, ha trovato nell’Urbex un altro modo di incrementare il suo bagaglio culturale. Tra le altre cose si occupa di gestire il nostro affiatato Gruppo Facebook.

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