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Oggi visiteremo un manicomio abbandonato, più precisamente l’ospedale psichiatrico di Voghera, città dell’Oltrepò Pavese, che normalmente non è visitabile, in quanto la struttura è stata ufficialmente chiusa nel 1998. Tuttavia è possibile durante rare aperture, effettuare alcune visite guidate con esperti del luogo.
Oltrepassato il cancello, la struttura si presenta sotto forma di un grande edificio centrale collegato a diversi padiglioni, il tutto collocato in un parco di dimensioni considerevoli che, come spiega la guida, in passato era abbellito dai tipici giardini all’italiana. Si tratta apparentemente di una costruzione maestosa e imponente. Nonostante ciò, l’impressione che suscitano gli ambienti interni dell’edificio è completamente differente, in quanto emerge in tutto il suo orrore lo scopo vero e proprio per cui il manicomio fu costruito :
durante la seconda metà dell’Ottocento, i principali problemi sociali della città erano rappresentati dagli orfani e dalle persone affette da disturbi psichiatrici.
I primi però venivano accolti in apposite strutture non nascoste dal comunità, mentre i “matti” venivano isolati il più possibile.

La soluzione proposta dalle autorità del luogo, infatti, fu di emarginare e nascondere “i diversi” dal resto della società. Proprio per ovviare a tale problema nel 1876 venne costruito il frenocomio di Voghera. Coloro che, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, venivano rinchiusi all’interno dell’ospedale, spesso per iniziativa degli stessi familiari, perdevano immediatamente ogni contatto e legame con la realtà e il mondo esterno. Fin dal suo ingresso nel manicomio, il paziente era privato dei suoi effetti personali e dei suoi vestiti.   Gli veniva fornito un letto in una stanza e imposto l’obbligo di trascorrere le giornate in uno stanzone comune: si aveva così la morte civile del malato.
Gli ospiti di questo manicomio abbandonato erano poi suddivisi in diversi reparti, a seconda del loro disturbo psichico: i “tranquilli”, i “sudici e paralitici”, gli “agitati” e gli “infermi e deboli”.
Per quanto riguarda le terapie, fino ai primi anni Cinquanta gli unici metodi di “cura” conosciuti erano il coma diabetico, l’elettroshock e la lobotomia, i cui unici effetti erano un peggioramento delle già instabili condizioni psichiche. I pazienti avevano il diritto di muoversi negli spazi comuni e di interagire gli uni con gli altri sino al momento in cui non avessero mostrato atteggiamenti eccessivamente violenti e, di conseguenza, pericolosi per la sicurezza dei medici e degli altri ospiti.
In tali casi, venivano rinchiusi in un’apposita area della struttura a base circolare denominata “la rotonda”.
Tale zona, molto più simile a una prigione che a un ospedale, era costituita da una serie di celle disposte a semicerchio, le cui pareti erano senza angoli ed i letti fissati a terra.
Purtroppo non è possibile, ad oggi, visitare interamente le rotonde in quanto pericolanti dopo l’ultimo terremoto di qualche anno fa’.
Chi c’è stato ci assicura che, nonostante il tempo abbia infierito sulle condizioni dell’area, è ancora possibile intravedere i segni delle unghie, lasciati dai pazienti nei momenti di maggiore agonia.

Nei corridoi vuoti e maestosi che ci guidano all’interno del grande manicomio abbandonato, si nota come la natura abbia cominciato a riprendere gli spazi : arbusti che penetrano dalle finestre, luce offuscata dai rami, vetrate ricoperte di edera.
Il corridoio che attraversiamo presenta una serie di stanze laterali, vuote, polverose e con le pareti strette, fino ad arrivare al fondo dove notiamo una porta aperta: qui, nel mezzo della stanza, si trova lo scheletro di un letto, uno dei pochi elementi di mobilia rimasti all’interno della struttura.
Inoltre è possibile notare, appesi alla porte delle varie stanze, disegni, incisioni e decorazioni, opere dei pazienti realizzate nei momenti di tranquillità e unica traccia di presenza umana.

Grazie per aver spinto fino a qui la tua CURIOSITA’. La stessa che ci spinge a fare esplorazione urbana, in luoghi pericolosi, per raccontarteli. Come sempre, raccomandiamo di NON VISITARLI, ma di seguirci solo attraverso i nostri reportage.
Se questo manicomio abbandonato ha stimolato la tua voglia di scoperta e vuoi continuare a esplorare edifici abbandonati simili a questo, cerca qui quello che più ti piace. Altrimenti guarda qui cosa si trova nella tua regione.
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I Pastorino
I Pastorino
Gianni, conosciuto come "Ferro36", Classe 1963, fotografo e radioamatore, appassionato di storia e di computer retrò. La sua compagna di viaggio è la figlia Eleonora, amante della scrittura. Insieme formano "I Pastorino".

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