Il Nobile Selvaggio

Da Settembre 19, 2015 Febbraio 25th, 2018 LUOGHI INFESTATI, OSPEDALI e MANICOMI, TOSCANA urbex

IMG_7646_7_8_9Su un muro delle Ville abbandonte si può leggere ancora questa poesia:
Quando la tua pazzia 
non desiderata,
Quando la tua pazzia
 non voluta 
viene strangolata 
nelle sbarre della fossa
Tu
 da impotente caprone 
ti trasformi in uomo
 e l’unico mezzo per farlo
L’unico mezzo
 per stupire i camici bianchi
 che ti vogliono curare a fondo
è quello di rinchiuderti
 in una pazzia voluta
e quando vuoi essere pazzo 
nessun camice bianco 
riuscirà a trarti 
fuori dalla fossa
Tu
 vuoi essere pazzo 
e sarai
 un beato felice pazzo 
per tutto il resto
 della tua vita. 
Pazzo.

Le sue rovine sovrastano ancora il centro abitato.
Qua, un vero e proprio villaggio un tempo adibito a Manicomio, attende desolato che se ne decidano le sorti future, mentre il tempo, inesorabile, si abbatte su questo incredibile luogo alle porte della città.
La grande villa abbandonata, un tempo denominata Villa di Mezzogiorno, residenza di una agiata famiglia, fu trasformata da villa patrizia in centro di accoglienza per malati di mente.
Si narra che tale scelta fu compiuta per permettere ad uno dei figli, colpito da questi disturbi, di poter vivere in un ambiente sanitario che lo facesse sentire a casa, essendo la residenza nella quale era cresciuto.
Per questo, all’interno della villa si possono vedere i segni architettonici di una magione di lusso in contrasto con altri ambienti ben più inquietanti, che avevano lo scopo di curare le persone, ma rinchiudendole.
Ancora molti disegni sono visibili sulle pareti, non si sa se tracciati dall’incerta mano di chi fu costretto a vivervi (secondo la ‘storia’), o dai numerosi visitatori che dopo l’abbandono della struttura si sono aggirati nei suoi sinistri corridoi.
Intorno al nucleo della villa principale, in oltre un secolo di attività, molti altri edifici sono stati costruiti, per la creazione appunto di un villaggio manicomio, un vero ghetto costruito per nascondere il disagio di queste persone.
Leggende popolari narrano che talvolta di notte, il vecchio pianoforte faccia ancora sentire la sua voce, suonato dal giovane rampollo della nobile famiglia.

L’atmosfera è surreale per le tante strutture così differenti fra loro e sorte in epoche diverse per esigenze di espansione.
La Villa è maestosa rispetto alle altre.  Ha ancora l’altezzosità di nobile dimora, con tutti i suoi affreschi (o quel che ne resta) vivi su ogni muro e su ogni volta del soffitto.
Ha ancora gli immancabili segni di una recente attività manicomiale e di segregazione con le sbarre alle finestre, le porte massicce a chiudere le celle di contenzione.   Durante la seconda guerra mondiale venne utilizzata come carcere dai nazisti, per poi essere venduto all’Amministrazione provinciale che lo ampliò e lo trasformò in un ospedale psichiatrico provinciale, quindi passò all’Unità Sanitaria Locale.
Ma questa è solo una delle storie perché la storia ‘vera’ delle ville non è chiara, sono almeno due le versioni che si trovano in giro. E la prima è quella che vi ho appena raccontato.

La seconda invece racconta che in origine sorgessero due ville patrizie, con annessa la casa per i mezzadri, sulla collina. Le ville furono acquistate nel 1868 da un facoltoso medico del Manicomio di Pesaro, originario della Lunigiana. Il dottore, spinto dalla sua voglia di fama e ricchezza, sognava di aprire una Casa di Cura per malati mentali di cui diventare il direttore …e così fece!
Le due ville furono trasformate in manicomio e il complesso acquistò subito molta popolarità. Per soddisfare la numerosa clientela, il dottore decise di ingrandire il complesso sanitario e iniziò la costruzione di nuovi edifici che oggi si trovano disseminati su una vasta superficie.   I pazienti furono suddivisi nelle diverse strutture in base al sesso, allo status sociale e al grado e tipo di malattia. La clinica ospitava pazienti affetti da moltissimi tipi di disturbi mentali (anche epilettici, alcolisti, ipocondriaci) e, grazie alla riservatezza che il luogo offriva ai malati, questo divenne famoso non solo tra le famiglie facoltose ma anche oltre il confine italiano, accogliendo pazienti da tutta Europa.
Alla fine dell’Ottocento il dottore morì lasciando la conduzione del manicomio al figlio che continuò l’opera del padre ampliando le strutture, per poi costruire una centrale elettrica all’interno del complesso e un lungo corridoio per permettere comodi spostamenti al personale tra i principali edifici.
Nel 1920 abbandonò l’attività e cedette tutto ad un gruppo di privati fino al 1950, quando il complesso fu acquistato dall’Amministrazione Provinciale che lo convertì in Ospedale Neuropsichiatrico Provinciale.

Il resto è storia abbastanza recente.
Nel 1978 , come sappiamo, la Legge Basaglia impose la chiusura di tutti i manicomi italiani.
Le pratiche attuate fino a quel momento nei manicomi si basavano sulla reclusione, e non sullo studiare la vera causa della presunta malattia, finendo per diventare una sorta di carcere per i malati di mente dove spesso venivano praticate vere e proprie torture.
Da allora, i pazienti sono gradualmente diminuiti fino al recente completo abbandono delle funzioni sanitarie e all’utilizzo per altri scopi, compresi quelli dell’istruzione e della formazione di personale sanitario in altri padiglioni.

Così l’ex manicomio passò alle dipendenze della USL che nel 1990 lo abbandonò, lasciandolo esposto al più triste deperimento, e al contempo ai più alti gradini dell’Olimpo Urbex italiano.

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Chris Morri
Chris Morri
Classe ’76. Fotografo, grafico e musicista. Attualmente non collabora più con Ascosi Lasciti, ma si dedica a portare avanti il suo progetto personale: il P.L.A.I. (Posti e Luoghi Abbandonati Italiani)

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