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Non è una Number Station : il Segreto Radar Russo conosciuto come “il Picchio”

Da Aprile 24, 2016 Aprile 28th, 2018 7 Commenti

70Per chi non lo sapesse, una “number station” è una stazione radio a onde corte di origine sconosciuta.
Generalmente le loro trasmissioni riproducono una voce, di solito femminile o infantile, che legge una sequenza di parole, lettere o numeri.
Se cercate su internet potrete trovare molte informazioni su questo tipo di comunicazione.
Ebbene, il caso che affrontiamo oggi, tratta di un segnale radio militare a onde corte, rimasto udibile dal 1967 al 1989, anno in cui è cessata la sua trasmissione.
Il suo soprannome era THE WOODPECKER ossia il picchio, in quanto il suo battito regolare a 10hz sembrava proprio il picchettare del suddetto volatile (la sua registrazione si può trovare sul web).
Si apprese che si trattasse di un radar a lungo raggio di nome Duga (in russo, “Arco”).
A partire dai primi anni sessanta l’Unione Sovietica iniziò a sviluppare questi sistemi di rilevazione in modo da identificare un possibile lancio di missili balistici a grande distanza. Ma perchè?
Ebbene, i primi sistemi radar avevano un raggio di azione davvero limitato, senza considerare la quasi totale assenza di satelliti in grado di rilevare un eventuale attacco da oltreoceano. Quindi, i vertici del partito comunista decisero di investire nello sviluppo di questa colossale antenna-radar.

In realtà, la struttura in questione fu quella operativa e non sperimentale. La sua denominazione a Duga-3 è conseguente ai primi progetti (di prova) indicati sotto il nome di Duga-1 e Duga-2.
L’esplorazione che vi vado a raccontare, dunque, non è il solito posto abbandonato.  Voglio essere chiaro fin da subito : non si tratta di una villa o un rudere, ma siamo di fronte ad una delle tante, troppe, testimonianze dei danni del Nucleare.
Questa Base non è stata abbandonata solo per la fine della guerra fredda ma, anche e soprattutto, per la radioattività che ha investito le aree limitrofe.
All’interno delle strutture abbiamo hotspots dai 16 ai, circa, 50 µsv/h.
La struttura è irrecuperabile a causa della contaminazione, inoltre non è smantellabile in quanto la sua demolizione potrebbe generare micro-sismi potenzialmente nocivi per il sempre più precario sarcofago di contenimento del reattore nucleare 04 di Chernobyl.

Dall’ingresso principale, la prima cosa che possiamo osservare sono i dormitori, ma non sono troppo interessanti poiché spogli da ogni arredo.
Solo lo screpolato intonaco permane.
Poco più avanti, sulla destra, sono ubicati la rimessa e i magazzini. Notiamo con piacere che un fan di Marcel Duchamp è passato da queste parti.
Non c’è molto da fotografare, se non qualche curioso dettaglio, come una giacca da soldato dell’armata rossa, cartelloni della vecchia propaganda sovietica e una scatola di legno da munizioni cal. 7.62.
Invece sul lato strada, semicoperto da un albero, possiamo ammirare un murales rappresentante la celebre litografia di Dimitrj Moor “Ti sei iscritto come volontario?” del 1920.
Lo “zio Sam” sovietico, per intenderci.
Le prossime tappe sono  la caserma e l’infermeria, entrambe nello stesso stabile.
Qui i lasciti abbondano un po’ ovunque, in particolar modo cornici e pannelli affissi al muro.
L’edificio è sviluppato su due piani, con il reparto medico al pianterreno e, al primo piano, uffici quasi del tutto spogli.
Rimane appena un registro, a testimonianza del passato.
Successivamente è la volta della stireria, un edificio molto grande e labirintico con ancora i macchinari arrugginiti.

Usciti da qui, il radar Duga appare più maestoso che mai :
tutto il sistema di Array è alto circa centocinquanta metri, posto sopra un terrapieno lungo più di novecento metri e largo novanta.
La sua costruzione era iniziata nei primi mesi del 1972 e finì lo stesso anno, poco prima dell’inverno.
Percorrendo la piccola collina dov’è installata questa immensa struttura, sento, a ogni folata di vento, il ruggito del metallo, con i suoi lunghi e crescenti scricchiolii.
Arrivati in fondo, si oltrepassa la galleria, deputata ai cablaggi, fino a giungere nella sala-controllo.
Il luogo parla da solo. E’ una struttura imponente, in cemento armato, dai muri estremamente spessi.

La stanza disponeva di un mainframe BESM.
Vennero prodotti sette tipi di BESM e sinceramente non so quale fosse dei tanti. So per certo che era a transistor, in quanto nell’esplorazione non ho trovato nessuna valvola termoionica o residui d’essa.
Anche perché l’ultima versione venne commercializzata nel 1967, ed essendo la struttura del 1972, l’ipotesi più accreditata è che fosse in uso il BESM 6.
Nella sala comandi, il soffitto ricoperto di pannelli di vetro è andato in frantumi con lo scorrere del tempo e la stessa sorte è toccata ai quadri strumentali.

Al piano inferiore abbiamo l’area relax con propaganda comunista.
E’ un ambiente quasi surreale.
Come mi disse il buon Yuriy: “quando ti sentivi poco comunista, ti spedivano in questa stanza per farti ricordare chi erano gli amici e chi i nemici”.
Scendendo, incontriamo il simulatore missilistico, da “giorno del giudizio”… ammetto che avrei voluto giocarci.  Chiunque vorrebbe farlo!

Ed infine concludiamo la passeggiata tra carcasse di macchinari e scheletri di edifici, con il contatore geiger come colonna sonora.
Il suo suono è l’unica cosa che mi ricorda di trovarmi in un ambiente pericoloso per la salute.

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Francesco Coppari
Francesco Coppari
Classe 1986. Fotografo per passione dal 2007, ha collaborato a vari progetti della FIAF. Appassionato di fotoreportage, ha trovato nell’Urbex un altro modo di incrementare il suo bagaglio culturale. Tra le altre cose si occupa di gestire il nostro affiatato Gruppo Facebook.

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