Figli di un Dio minore

Da Settembre 1, 2016 Maggio 3rd, 2018 OSPEDALI e MANICOMI, SPECIAL EDITION 💣

Dedicato a tutti gli apostoli di un Dio che non vuole.
Vi scrivo questa lettera da prima elementare, sconclusionata, difficile, che tratta di “follia“. E faccio tutto questo in un luogo inerente al mio messaggio : un celebre manicomio abbandonato italiano.  Prendete questo messaggio come un piccolo regalo che vorrebbe essere “una rosa rossa per dipingere ogni cosa, una rosa rossa per ogni lacrima da consolare ed una rosa bianca per dimenticare ogni piccolo dolore”.
Dunque,chiariamo una cosa : la legge Basaglia ha chiuso i manicomi da molti anni.
Oggi i matti sono fuori o forse dovremmo domandarci se non lo siano sempre stati? La linea di demarcazione tra follia e sanità è sempre stata estremamente sottile.
Oggi, come allora, non si può definire con correttezza cosa distingue il saggio dal folle.  Forse siamo tutti pazzi, forse la follia è una componente che più o meno saltuariamente invade le nostre menti, qualche cosa che viene e che va… e, a volte, si ferma.

I matti siamo noi quando nessuno ci capisce, quando pure il tuo migliore amico ti tradisce.  Follia è solitudine, così come la solitudine porta alla follia. Il legame è a doppio senso.
Il pazzo appare diverso e come tale crea spavento, pertanto lo si emargina. I manicomi erano luoghi di isolamento dove si nascondeva il parente scomodo. Oggi invece si erigono muri fatti di silenzi e distanze. Si crea il vuoto, fingendo di non vedere. Oppure si urla e si addita il mostro. Senza pensare che la sola patologia del folle sia l’essere rimasto solo. Mi spiego con un esempio cinematografico : Merrik (l’uomo elefante) potrebbe disperare quanto vuole, urlando a pieni polmoni di non essere un animale. Potrebbe rivendicare in mille modi il suo essere uomo ma la società vede solo l’esteriorità. Merrik resterà sempre un mostro ed un reietto. Il regista Lynch ha provato senza successo ad “indorare questa pillola”.

La mente è un gioiello complesso e delicato, troppo spesso i fatti della vita per qualcuno diventano insostenibili, allora la mente si incrina. Poi la solitudine fa il resto : da soli non si riesce a superare le difficoltà della vita. Si diventa inevitabilmente “strani”. La gente allora ti evita maggiormente, la solitudine aumenta e “la catena” si completa con l’isolamento. E, con esso, aumenta il carico di dolore da sopportare. La stranezza si trasforma in follia. Il buio dell’anima e l’abbandono del corpo diventano totali.
I matti divengono “punti di domanda senza frase”, miglia di astronavi che non tornano alla base.
A volte il savio che è in noi si allontana da casa, spesso non si può fare nulla per evitare questa partenza, si può solo sperare in un suo ritorno. Non serve credere di parlare con il demonio per essere considerati pazzi, è sufficiente un pizzico di diversità oltre il concesso e, per la società, si diviene “spazzatura, puzza di piscio e segatura”. I matti sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole, perché, quando la volontà cede, si diventa dei fantocci in balia dell’ordine pubblico. Si perde la libertà ed il potere di libera scelta. Ci si trova scaraventati in un antro buio, dove giorno e notte si somigliano nella poca luce che trafigge i vetri opachi.
Il folle cammina nel buio, solo. Per la società la diversità è sempre stata fastidiosa. La si confinava in questi luoghi. Tutto doveva essere ordinario, ordinato ed omologato. Ciò che è fuori norma suonava come un pianoforte con un tasto rotto. Diveniva l’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi. E gli ubriachi erano freak da rinchiudere. I freak sono pericolosi, vanno scacciati, emerginati. Ma non abbiamo appena detto che è proprio l’atto di emarginare che fa cadere definitivamente nella follia? Allora prendete un telescopio e misurate le distanze: tra il savio ed il folle chi è più pericoloso? Ricordate bene che nel romanzo di Mary Shelley è Frankenstein il mostro.

In “the elephant man“, Merrik era veramente un uomo buono. Si fabbricava la neve con il polistirolo e, sebbeno fosse  strano, non era reato e non faceva male a nessuno.
E quindi, a volte, sognare anche nei modi più disparati porta beneficio ad un cuore trafitto. Molti uomini vivono come se fossero delle salamelle su una piastra bollente. Avete presente? Puoi ben voltarti a destra o a sinistra, sopra o sotto, comunque brucia. Ma non si può soffrire in eterno, deve intervenire qualcosa… e la follia, con le sue fantasie, diventa l’angelo misericordioso che viene a lenire il dolore. Poco importa se questo angelo è legato ad un termosifone, poco importa se canta in un teatrino e le sue guance sono deturpate da un tumore. In certe situazioni TUTTO ciò che lenisce è “vita” (provate a chiederlo ad Henry Spencer, mi darà ragione). Anche perché c’è un “altro angelo” meno gradevole che pone fine al dolore. Chiamiamola Hope, colei che cela del mondo pietosa ogni male.

Vi lascio questa lettera. Volevo offrirvi un viaggio ed una una riflessione su “follia e diversità”. A volte le allucinazioni sono vere ( e quindi, forse,in “Spider” il protagonista non era poi del tutto folle). Forse basta accettare e, soprattutto, non dimenticare. Esattamente! Bisogna non dimenticare che ogni essere umano possa essere folle,in fondo. Ma dietro alla follia si nasconde il savio. Ed il savio è umano…e, come noi, prova emozioni.
Sorprendetevi allora perché il folle saggio crede di saper volare, ma in realtà non lo può fare

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Emanuele Bai
Emanuele Bai
Classe '80. Tipo eclettico e poliedrico, si interessa di cultura generale. Appassionato dal 2003 di fotografia e dal 2006 di urbex, partecipa attualmente a molti progetti inerenti l'esplorazione urbana, scrivendo inoltre per "UrbanPost" e partecipando alle mostre del gruppo "Manicomio Fotografico". Fra i primi autori di Ascosi Lasciti, da anni, sfrutta la fotografia per viaggiare attraverso l'Europa e la scrittura per viaggiare dentro di sé.

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