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Rieccomi a casa.  Dopo l’ennesimo viaggio di lavoro finalmente sono ritornato al mio nido.
Sono solo senza nessuno ad aspettarmi e nemmeno un cane a farmi la festa.  La solitudine per me è la norma, ma adesso pesa più del solito.  Sono certo che questo malessere derivi da un fatto accadutomi durante il volo di rientro.  In aereo non mangio mai nulla, se non un paio di biscotti e del tè.
Oggi è stato diverso, o meglio, i biscotti erano diversi, e per colpa loro ora sento il peso della solitudine che mi opprime.
Quei biscotti non erano i soliti: secchi ed insipidi; erano al burro, di quelli con il ricciolino al centro.  Già a prima vista mi erano apparsi stranamente familiari, ma non mi sarei mai aspettato che mi avrebbero creato tanti problemi.   Quando ho assaggiato il primo biscotto è iniziato un dramma: avevano lo stesso sapore di quelli che faceva mia nonna quando ci riunivamo in campagna per trascorrere le vacanze di natale.
In un baleno mi sono ritrovato lì, in quella vecchia casa piena di spifferi ed umidità.  Ho risentito addirittura la voce del nonno, che dolcemente mi diceva di non avvicinarmi troppo al fuoco del camino.  Quei maledetti biscotti, con il loro sapore hanno risvegliato in me ricordi di un’infanzia ormai troppo lontana per sembrare ancora vera. Mi sono tornati alla memoria i momenti più belli della mia vita e non c’è maggior dolore che ricordarsi dei tempi felici in un momento di tristezza.
Provo a dormire mettendomi nel letto, disteso come in una bara, ma il sonno non viene.  Continuo a pensare alla vecchia casa di campagna. Alla famiglia che non ho più, ai tempi felici dell’infanzia.
L’uomo è proprio uno strano animale: da bambino gioca a fare l’adulto, da adolescente pretende di essere trattato come un uomo maturo, da adulto rimpiange l’infanzia, ed una volta vecchio dicono torni bambino.
Fuori piove e fà freddo, ma decido di uscire ugualmente.   Salgo in macchina e mi dirigo verso la vecchia casa di campagna. So che dovrò guidare tutta la notte, so che quando vedrò quella catapecchia mi maledirò per l’idea malsana che mi è venuta nella testa, ma so che devo tornare.

É peggio di come la immaginassi.  La vecchia casa dei miei nonni cade a pezzi.
Saranno almeno trent’anni che non ci mette piede anima viva e, a giudicare da quanto sia fatiscente, penso che nemmeno i fantasmi ci abiterebbero.
Oramai però sono qui, tanto vale entrare e fare un giro nella speranza che le vecchie, care memorie, smettano di tormentarmi l’animo.

Odore di muffa, odore di chiuso, odori di cose vecchie e stantie che si mischiano con quelli della legna da ardere, con l’odore delle castagne sul fuoco e del vino novello appena stappato.  Odore di volpe bagnata? No! E’ quello di Black, il mio cane appena rientrato da qualche scorribanda tra i campi.
Mi aggiro per la casa vuota ed ogni cosa che vedo è un ricordo che torna alla mente. La sala grande con il camino, con le poltrone in pelle, il poggiapiedi per nonna ed il grosso libro che nonno non ha mai finito di leggere. A natale mettevamo un grande abete sulla destra, a me era permesso decorarlo, ma non potevo mai mettere l’angelo in cima. Quello era un compito che spettava sempre a nonno, io ero solo un bambino, e l’albero era alto per me.
In un’altra stanza ho ritrovato la mia carrozzina, non ho ricordi che si spingono tanto indietro nel passato, ma mille volte nonna mi ha raccontato che quando non dormivo mamma mi cantava una dolce ninna nanna, fatta di panna e zucchero, dolci parole per un bimbo che non prendeva sonno.
Mille ricordi tornano alla mente, mille momenti della mia vita che pensavo aver perso per sempre sono ancora custoditi in questi mobili tarlati o tra le penne degli uccelli cacciati da nonno ed impagliati dal babbo.
Ora questi uccelli puzzano e fanno quasi spavento a vederli, ma quando ero bambino erano stupendi, con le piume rilucenti in perfetto ordine, il becco colorato e gli occhi di vetro, tanto simili a quelli veri che pareva ti guardassero… Ogni passo che faccio in questa casa solleva nugoli di polvere e di ricordi.

Si risvegliano fantasmi del passato che si rintanano in qualche angolo buio come i topi quando rientra il fattore. La mia camera da letto, con il soffitto affrescato ed un grande letto nel mezzo. É lì che conobbi per la prima volta la compagnia della solitudine: nelle notti di tempesta non dormivo e temevo che i briganti entrassero dalla finestra per rapirmi. Allora urlavo e piangevo.
Subito arrivava babbo e mi consolava con un caldo abbraccio. Ora quel letto è abitato solo da pulci, nessuno ci dorme più. Nessuno deve essere più consolato. Penso al caldo e comodo letto della mia attuale casa… lì non ci abitano neanche le zecche, solo io.
Io… soloIl tempo si è portato via tutto. Per primo nonno.
Avvenne in una notte di tempesta, ma lui si addormentò con un sorriso sulle labbra, come una falce di luna.  Poi la falce cadde su nonna. Non c’era tempesta quel giorno, ma diluviai lacrime amare ugualmente.  Con mamma non so come accadde, ero lontano, ero già in viaggio, ero un uomo impegnato.  Babbo invece mi è scivolato dalle mani in un gelido letto d’ospedale. É stato un lento naufragio il suo. Doloroso per lui, straziante per me.
Rimasi solo con Black, il mio cane fedele, il mio eroe a quattro zampe. E gli eroi non muoiono mai soltanto nei fumetti o nei film. Questa invece è la vita ed, un giorno, Black uscì …e non ci fu più ritorno.

Ora sono io l’unico fantasma ancora in vita che si aggira per questa vecchia casa, e sento gli odori di un tempo che fu…. Odori di terra, di prato e di fieno, odori che passano in un baleno.
Mi aggiro come un fantasma dal passo pesante. Ma ecco che da lontano arriva il rintocco di una campana. É già mezzogiorno.
Sono arrivato alla casa all’alba.  Il tempo è volato.  Ora è meglio che vada.  Ho rivissuto molti ricordi belli e brutti, ho riaperto ferite e riscoperto emozioni perdute. Ora sono più sereno e vorrei rimanere qui per sempre, ma non posso. Devo tornare alla mia vita, alla solitudine di tutti i giorni. Ah! come vorrei che tutto il mio mondo fosse limitato a questa casa! Che non ci fosse null’altro al di fuori di questo, qui ed ora… ma la realtà è ben diversa.

É tempo di andare, mi dirigo verso l’uscita.  Apro la porta.
Davanti a me il nulla, vuoto assoluto. Tendo una mano verso l’esterno.  Chiuso.  Un muro di cristallo mi imprigiona come se fossi in una palla di vetro, non mi è permesso di fare nemmeno un passo fuori di casa…

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

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  • Elena ha detto:

    Non so se la storia pubblicata sia vera o un racconto inventato per accompagnare degnamente le splendide immagini.
    Ciò di cui sono certa, invece, è l’emozione che ho provato.
    Sarà che vivevo esattamente le stesse sensazioni ogni volta che entravo nella casa della mia infanzia. La casa abbandonata che nessuno più voleva (nessuno tranne me, che però non avevo voce in capitolo).
    La casa che custodiva ancora le voci, i passi, i profumi di chi non c’era più; la casa che, nonostante gli evidenti segni di rovina, era ancora in grado di proteggermi dal mondo.
    Ora quella villa non c’è più. Ma vive ancora, maestosa e forte, dentro me.
    Grazie, Emanuele, per ciò che sei riuscito a regalarmi, con i tuoi meravigliosi scatti e le tue emozionanti parole.

  • Barbara ha detto:

    bell articolo per una location che ha affascinato molto alche me ! Bravo Ema

  • Emanuele bai ha detto:

    Mille grazie Barbara e molte grazie anche ad Elena.
    Il testo è stato appositamente creato per fare de corredo alle foto. Non c’è nulla di autobiografico.
    Tieni conto di una cosa però: scrivere è un modo per mettere la nostra anima sulla carta. Non si inventa nulla… io come molti vivo anche di ricordi e di ritorni al passato, quindi in care memorie non ci sono eventi che ho vissuto… ci sono io…

  • Martina ha detto:

    Mi associo ai complimenti di Elena e Barbara, ho trovato questo articolo di una intensità e malinconica dolcezza bellissime. Spesso leggo testi di corredo alle esplorazioni urbane, ma raramente sono di questo livello, le emozioni e gli scenari che l’autore descrive sono così sentiti e verosimili che a un tratto ho pensato che la storia fosse totalmente autobiografica…
    La malinconia è un sentimento che mi appartiene, forse anche per questo ho apprezzato così tanto questo racconto, che mi ha fatto anche riflettere sul motivo per cui sono così affascinata dalle esplorazioni e dalle storie custodite nei luoghi abbandonati.
    Ad ogni modo, ancora complimenti 🙂

  • emanuele ha detto:

    Mille grazie Martina!!!!

  • Marco ha detto:

    Complimenti per l’articolo! Un’ottimo lavoro davvero. Potrei sapere dove si trova? sono un grande appassionato di ville abbandonate e mi piacerebbe tanto visitarla! Se potete contattarmi via email, Grazie mille.

  • Emanuele Bai ha detto:

    Marco scusami se rispondo solo ora, ma non avevo visto il commento, come avrai visto la politica del sito è di non divulgare le location, mi spiace di non poterti essere di aiuto.

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