Urbex : favole post-nucleari

urbex-favole-post-apocalittiche-fabbriche-abbandonate-esplorazioni-lombardia-9Occuparsi di urbex spesso significa imbattersi in scenari che sembrano appartenere ad un’era post-nucleare, dove l’uomo con la sua scelleratezza ha contaminato e devastato tutto, anche se stesso. Davanti a tanta distruzione non resta che abbandonarsi alle favole che ci raccontano il mondo che fu, quando ancora esisteva la vita e sulla terra restava una parvenza di quello che un tempo era l’Eden. Scenari del genere sono tipici delle vecchie fabbriche abbandonate .
Oggi ne visiteremo una immensa, lo faremo in compagnia di un cantastorie, di un bimbo e di un vecchio che parlava e piano piangeva: con l’anima assente, con gli occhi bagnati, seguiva il ricordo di miti passati, di quando il mondo era ancora la casa accogliente dell’uomo.

Aggirarsi tra immensi capannoni di ferro e cemento, respirare il sudore di quanti passarono una vita sotto il peso del lavoro, vagare per corridoi rugginosi scalare ciminiere, scendere in oscuri sotterranei, perdersi in un ambiente che ha perso la sua essenza, fare un viaggio nel futuro per vedere l’era post-nucleare o, se olocausto non ci sarà, per osservare il mondo una volta che, con ferro e cemento, lo avremo reso un luogo invivibile. questo significa fare urbex, incontrare anime legate ad un posto, desiderose di raccontare la propria storia. Liberare i fantasmi prigionieri nella nostra testa, sedersi su di un tetto accanto a un bambino ed un vecchio che diceva guardando lontano: immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori. Nella decadenza di alcuni luoghi le bellezze del mondo sembrano preziosi ricordi lontani e ci si sente come il bambino che davanti al desolante abbandono ristette, lo sguardo era triste e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: “mi piaccion le fiabe, raccontane altre”. Allora si inizia a comprendere, ed il viaggio nel passato che ogni esplorazione urbana comporta si trasforma in una proiezione nel futuro, il cerchio si chiude.
Ma L’anima dell’esploratore è instabile, ora entra nella testa del bimbo, poi si trasferisce in quella del vecchio, ed i vecchi subiscon le ingiurie degli anni, non sano discingere il vero dai sogni, i vecchi non sanno nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero. Un poco quello che succede a noi esploratori, non credete?

Post-nucleare, post-atomico, post-apocalittico sono tutti termini che non lasciano presagire nulla di buono, come nulla di buono lascia presagire ogni nostra impresa urbex. Qui non si tratta di raccontare favole, si tratta di affrontare la realtà, ogni luogo abbandonato è un posto che lentamente muore, è una pugnalata al pianeta ed uno schiaffo dato a chi non possiede nulla. Abbandono è sinonimo di spreco e disinteresse.
Mi aggiro per gli immensi, desolati spazi di questa mostruosa fabbrica, entro in un’edificio, salgo più e più piani fino ad una stanza immensa, non capisco a cosa serviva, ma capisco cosa significa, è una cattedrale dedicata al cattivo progresso, quello che distrugge senza ricreare. Sul suo altare viene immolata la natura e forse anche noi stessi.
Mi affaccio da un’ampio finestrone.  Vorrei vedere la valle sottostante ed in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’uomo e delle stagioni. Ma vedo altro cemento, altri pezzi del corpo putrescente di questa fabbrica abbandonata. L’immensa pianura sembra arrivare fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare e tutto d’intorno non c’era nessuno: solo il tetro contorno di torri di fumo.

Il sonno della ragione genera mostri e l’uomo, inseguendo uno sviluppo insostenibile, sembra proprio essersi pesantemente addormentato. Resta la speranza, il sogno di un’inversione di tendenza. Il vecchio e il bambino si presero per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera… il vecchio ed il bambino sono metafore, rappresentano il futuro ed il passato. Noi siamo reali e siamo il presente. Spetta a noi non abbandonare né il vecchio né il bambino.  Il cambiamento è possibile solo ora.

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Emanuele Bai
Emanuele Bai
Classe '80. Tipo eclettico e poliedrico, si interessa di cultura generale. Appassionato dal 2003 di fotografia e dal 2006 di urbex, partecipa attualmente a molti progetti inerenti l'esplorazione urbana, scrivendo inoltre per "UrbanPost" e partecipando alle mostre del gruppo "Manicomio Fotografico". Fra i primi autori di Ascosi Lasciti, da anni, sfrutta la fotografia per viaggiare attraverso l'Europa e la scrittura per viaggiare dentro di sé.

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