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L’Angolo Perduto della Capitale

Da Dicembre 4, 2016 Maggio 4th, 2018 Un Commento

urbex-lazio-l-angolo-perduto-della-capitale-orfanotrofi-41E’ notte fonda. La pace regna sovrana attorno al palazzo nel quale risiedo da un anno a questa parte. Ragiono sul concetto astratto dell’attrazione e mi chiedo: cosa ci spinge all’avventura? Cosa scatta nella mente di un esploratore quando decide di mettersi in marcia verso l’ignoto?
E’ entusiasmante, talvolta, calarsi nei panni di un pioniere (magari ottocentesco perché no!) e preparare l’occorrente per una nuova avventura.

Ora, nel 2016, una città che vive di contrasti come la capitale può offrirci ancora sensazioni simili. In una riserva naturale a nord di Roma vi è uno degli edifici abbandonati più imponenti della regione.  Una delle caratteristiche di questa città, che si parli di centro storico o di periferia, è proprio quella che vado a descrivere di seguito. Capita spesso di ritrovarsi nel bel mezzo di un ingorgo o stipati all’interno di un tram o di un bus cittadino sperando vivamente che il nostro tragitto giunga a conclusione il prima possibile. Ci si trova ancora più spesso su una strada a grande scorrimento il cui inquinamento acustico risulta essere quasi una tortura. Ecco, sappiate che a vostra insaputa, Roma può nascondere dietro l’angolo o a poche centinaia di metri da voi, alcune zone del tutto segrete ed isolate che sembrano appartenere, per assurdo, ad un’altra città.

E’ ciò che accade qui, in questo orfanotrofio abbandonato situato al centro di due arterie congestionate quasi tutto il giorno: la Salaria e la Nomentana.  Questa zona, secondo alcuni riferimenti bibliografici era chiamata dagli antichi romani ”Latium Vetus” per la presenza di numerose città abitate da popoli latini.
L’edificio non è ben visibile dalla strada. Si deve percorrere a piedi una stradina in salita circondata da una vegetazione lasciata all’incuria, per poi ritrovarsi di fronte un cancello, dopo il quale, imperioso, si staglia quello che sembra, con un po’ di immaginazione, un enorme viso con molti occhi.

Sterpaglie altissime bloccano qualsiasi tipo di ingresso. Bisogna per forza rivolgersi a Franco, il custode. Quest’ultimo è un signore che vive a ridosso dell’edificio con due cani da guardia. Chiede un’offerta libera e qualche chiacchiera cordiale per farci accedere, un giusto prezzo da pagare.  Si accede all’edificio dalla parte laterale, e solo una volta arrivati ai suoi piedi, ci si rende veramente conto della sua imponenza. All’interno non vi sono più finestre o ringhiere, e le scale che conducono ai piani superiori risultano il più delle volte pericolanti.  Al piano terra, in quello che doveva essere un giardino interno, vi sono resti inquietanti, come un bambolotto appeso per il collo ad un arbusto.

Nella capitale si vocifera da anni, ormai, di riti satanici (e non solo) effettuati all’interno della struttura, ma a quanto pare, oltre a qualche sporadico articolo sui giornali locali, non vi sono prove tangibili di quanto appena scritto. E’ certo, in ogni caso, che l’edificio sia preda di vandali, artisti e giocatori domenicali di soft-air. I corridoi che girano attorno ai due cortili centrali sono tetri e scuri per via della poca luce che riesce a filtrare ai piani bassi. I resti dei pavimenti lasciano però intendere la bellezza di quello che dovevano essere in passato.

I piani superiori sono costituiti ormai da enormi stanzoni vuoti pieni di detriti di ogni genere. Alle pareti (quelle che non hanno ceduto o non sono state abbattute) vi si trovano alcuni murales e disegni molto interessanti. La cosa che più colpisce all’interno di questo edificio è il completo silenzio. Solo il rumore degli spifferi di vento arrivano all’orecchio e niente più, se non il belare di qualche pecora o il latrato di qualche cane in lontananza.

La parte più interessante è l’ultimo piano comprensivo di terrazza. Ci si rende conto ancora una volta di quanto ci si possa trovare immersi nella natura a poca distanza dalla capitale. Dall’alto, poi, ci rendiamo conto di come sia effettivamente costruita la struttura e di quanto questo enorme balcone potesse essere, in passato, una gioia per gli occhi. Da questo punto di vista si domina quasi l’intera campagna circostante. Ho immaginato, per un momento, una fresca serata primaverile con tanto di stelle.

Secondo alcune fonti, l’edificio non è mai stato un manicomio (nonostante venga ripetutamente definito come tale). Nei primi anni del ‘900, infatti, la struttura era adibita a scuola professionale agricola destinata agli orfani di guerra e ai bambini abbandonati della provincia. All’interno della tenuta, nel 1933, venne costruito un orfanotrofio femminile, il cui fondatore fu il senatore Carlo Scotti, e sembra proprio che sia stato questo l’ultimo impiego dell’ edificio.  In realtà, negli ultimi anni di vita cambiò destinazione passando da orfanotrofio a istituto geriatrico.  Altra fonte attendibile è un’intervista alla Sig.ra Bruna, la quale ricorda una felice infanzia trascorsa tra le mura di questo orfanotrofio, ricordandolo immenso e con giardini splendidi pieni di piante e fiori.

Un’altra avventura è stata portata a termine. Trascorreranno altre notti immaginando di essere pionieri dell’urbex. L’attrazione è un concetto astratto, è vero, ma la percepiamo…eccome se la percepiamo.

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Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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