VENETO urbexVILLE e PALAZZINE abbandonate

Il barone immobile

Da Febbraio 23, 2017 Maggio 4th, 2018 2 Commenti

il-barone-immobile-veneto-urbex-ville-abbandonate-23Mi sono ammalato al Ginnasio, sui banchi di scuola e tra la puzza di ormoni impazziti, mentre professori incartapecoro-ingrugniti sproloquivano impolverate lezioni di algebra civica e scienze imponderabili, non comprendendo che la cultura, senza anima, marcisce.
Nei pomeriggi d’inverno, con la pioggia che lanciava sassi alle finestre e la noia che ubriacava il maestro e l’allievo, sgambettandoli con bastoni di sonno, mi divertivo a guardare la cartine del mondo e sognavo i paesi lontani.
Il parassita germinava in me, veloce, nasceva il sogno del viaggio : Sofia, Ginevra, Roma, Bucarest, Essaouira, Giacarta, le rovine di Nemrut Dagi, Petra, Agra ed il Taj Mahal, Calcutta, Phnom Penh, Bangkok, Katmandu, Gerusalemme, Addis Abeba, Il Nilo Azzurro, il deserto rosso, il mar nero ed il fiume giallo. Le cime dell’Atlante e quelle del Kashmir, i monti le valli, il Polo di giaccio ed il fuoco dei deserti. Orizzonti di sabbia, di acqua, di vetro e cemento. Libertà è correre per i prati, veloci come il vento, avere per casa la propria pelle ed essere consapevoli che anche con l’acqua negli occhi si potranno vedere tutte le cose che in una stanza all’asciutto non si vedranno mai. Libertà è il viaggio, la strada, il cammino, la povere negli occhi schizzata dai tir che attraversano la Panamericana.

Lasciata la casa del padre, un bacio a mia madre e non mi sono più voltato.
La città con le sue mille luci…In un attimo mi ero smarrito.
Divenni il Gitano con i piedi di vento e l’orizzonte negli occhi che corre inseguendo il sole di giorno e la luna di notte, poiché il viaggio è vita e, per ogni minuto in cui si tengono chiusi, gli occhi si perdono sessanta secondi di luce. Mi sono lasciato trasportare da fiumi e torrenti, seguendo le correnti dell’anima ed i moti del cuore. Ho visto ballerine brasiliane sculettare tremanti nei sentieri del Tivoli, elefanti enormi oscurare il sole, ho visto gente pregare con il fucile a tracolla ed un cinese fumare oppio in un bar di Marrakech. Ho pianto al tramonto davanti alla tomba di Mumtaz e riso all’alba dietro un tempio in Angkor, ho imbiancato la casa di un nero, inseguito un Coreano a Varanasi, dormito in Cina con un russo, che per fortuna non russava.
In un porto di Shangai ho mangiato francese con un americano.
Molte albe e mille tramonti, mille miglia percorse a piedi, mille in aereo e duemila per nave, altre diecimila da fare entro l’anno che sogno da anni… perché la vita finisce ma la strada no.
Occorre andare, serve partire, il dove non conta, conta solo il moto. Sono molte le lingue che ho sentito, non ne conoscevo nessuna, ma le ho parlate tutte perché la grammatica del cuore ha un alfabeto universale che non muta di latitudine. Non so chi fu ad insegnarmi l’amore, certamente non lo fecero le puttane tailandesi all’ombra dei minareti di Istanbul, né tantomeno l’avventuriera russa nella doccia scozzese ad Hyderabad. So che Amore entrò in me e le sue leggi presero a cazzotti l’irrequietezza dell’andare. Così, gli orizzonti lontani si sono infeltriti e ristretti, il mare si è fatto lontano, la croce del sud non si fa più vedere, colpa delle gelosia, e di qual piagnone di Lorenzo che illumina i cieli del nord.

La chitarra è stata tolta al musicista, Augusto si è struccato ed ha lasciato il palco ad Antonet il bianco.
Potete capire il dolore? Sapete dare un senso alla privazione?
Sogno di piaggia, sogno di giardini nelle sabbia del deserto. Mille volte mi sono svegliato al canto del Muezzin, infinite volte mi sveglieranno i vicini alla tromba. Mi è stato precluso il sogno, tolta la speranza e lasciato il desiderio e la brama. È l’amore che mi ha immobilizzato, mozzandomi i piedi e togliendomi il viaggio. Amore che non perdona e che ti possiede.
Sono il prigioniero di me stesso. Sono il sognatore infranto, il grillo davanti al camino, il quadro che non vuol star diritto e la coscienza sporca che si avvicina.
Io sono IL BARONE IMMOBILE, che da gran viaggiatore si trovò mutato in statua di marmo.
Addio all’est ed all’ovest, addio al vento come guida, al cielo come coperta sopra un materasso di pietra cullato dal mare. Mi mancherà vedere il cielo al contrario aspettare i tramonti, sudare nella giungla ed assaggiare il sale sulla palle nera in una spiaggia bianca. Addio ai compagni di viaggio, sfiorati per un giorno, per un mese o per il tempo di un sorriso.

Non ci saranno più i pranzi multi-etnico-linguistici negli ostelli più sperduti del pianeta e difficilmente potrò bere birra bollente sulle alture del Golan, in compagnia di un Nigeriano albino ed un albanese nero come la pece. Resta la stasi immobile del marmo e la sete che non si placa. Resta l’oppio che fumo nella mia pipa, mentre sogno patiboli. Resta il vuoto e, nel vuoto, il silenzio dal quale si levano a brevi tratti sussurri di bambini africani, il profumo dell’incenso, la terra rossa d’Africa, il mare blu, le piogge monsoniche e le struggenti canzoni di Ofra Zaha, o di quel cantore cieco incontrato ai piedi dei tempi nel Gujarat.
Manca come l’aria, l’andare ed il cammino, manca l’incertezza del domani e l’ebrezza di dormire ogni notte sotto un cielo nuovo. Manca tutto. Manca il perdersi.
Io sono il barone immobile e questa è la mia storia. Vi ringrazio per avermi fatto visita. Tornate vi prego, tornate e portate un profumo dell’est ed uno dell’ovest, tornate a sentire di quella volte che inseguendo un arcobaleno, cacciando tesori, mi trovai solo in un villaggio Maori.

Verrà un giorno che approfitterò di una migrazione di uccelli selvatici e fuggirò lontano.

 

 

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Emanuele Bai
Emanuele Bai
Classe '80. Tipo eclettico e poliedrico, si interessa di cultura generale. Appassionato dal 2003 di fotografia e dal 2006 di urbex, partecipa attualmente a numerose mostre fotografiche individuali e di gruppo. Fra i primi autori di Ascosi Lasciti, da anni, sfrutta la fotografia per viaggiare attraverso l'Europa e la scrittura per viaggiare dentro di sé.

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  • Avatar ALESSANDRA SANTANIELLO ha detto:

    Narrativa stupenda!intensa e piena di morale!adoro la frase “la vita finisce ma la strada no”.tutto ciò mi da senso di libertà e di potenza.è scritto con una cultura ed un esperienza che non è facile narrare.
    Semplicemente fantastico!

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