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Ai margini della zona sud della capitale si staglia una fabbrica abbandonata, dallo scheletro del tutto arrugginito, che da sempre attira la mia attenzione.

Percorrendo una delle autostrade romane che si intrecciano attorno al grande raccordo anulare, è impossibile non notare questo ammasso bucherellato di ferro che spunta e troneggia al di sopra di un viadotto perennemente trafficato.
Quella che è oggigiorno un’area industriale molto sviluppata, nasconde un luogo pieno di mistero. L’area che circonda questa struttura si trova esattamente al centro fra la strada prima citata e una linea ferroviaria regionale.

La sensazione, arrivando all’entrata di questa vecchia fabbrica abbandonata, è esattamente quella di “piccolezza”. Ci si sente minuscoli e attorniati dalle moderne vie di comunicazioni che si sono sviluppate in altezza. Il primo scheletro che incontriamo è sulla via del cedimento. Il tetto che una volta ricopriva questa prima parte di struttura ora si compone sono di poche lamiere che rumoreggiano scosse dal vento. La parte di muratura intatta è ricoperta di piante rampicanti e di murales.

I graffiti sui muri, però, si fanno decisamente più inquietanti all’interno di quella che (dopo aver fatto alcune ricerche) doveva essere una fabbrica di ardesia. Nelle varie stanze troneggiano disegni di visi e di occhi insanguinati. Il più crudo raffigura più visi di donne incastrati fra loro. Le espressioni dipinte sono spaventate, a bocca aperta come in un grido, con cavità senza occhi e addirittura un viso bendato. Il tutto contornato da un colore rosso molto acceso.

Abbandonato il piano terra della struttura (all’interno del quale vi è anche una carcassa di auto incendiata) si può accedere ad un piccolo piano superiore.
Qui le pareti sono interamente crollate ed è visibile il colonnato in cemento armato che, ai tempi, sorreggeva questa parte di stabile.
Facendo attenzione a camminare su quel poco di pavimentazione rimasta, si accede ad un piccolo spazio in cui immediatamente si accende una forte sensazione : qui ci si sente osservati. Numerosi occhi di bambole, infatti, scrutano da terra gli avventori. La “doll” più fortunata conserva ancora il corpicino (seppur aperto brutalmente al centro del petto) mentre le altre sono ridotte ormai solamente ad una testa. Rigirate di lato, con ancora i capelli attaccati, guardano da quegli occhietti vitrei i pochissimi visitatori che accedono a questa vecchia fabbrica.

Non meno degni di nota sono i disegni che troviamo nella parte sottostante la grande torre arrugginita. Visi senza occhi e senza bocca o addirittura con maschere che ricordano tanto i famosi Drughi di “Arancia Meccanica”. Alzando gli occhi, ora, vediamo sopra di noi enormi boiler ormai svuotati ed arrugginiti.
Al loro fianco, una scala pericolante e senza corrimano accompagna sino in cima alla vecchia torre.
Tra questi settori, un’altra carcassa carbonizzata di un furgoncino, condisce l’atmosfera ancor più di mistero.

L’escursione termina al calar del sole. Tracce di presenze abusive ce ne sono fin troppe ed è meglio non imbattersi in nessuna pericolosa presenza: la zona della città è già malfamata di per sé. Al tramonto la vecchia fabbrica di ardesia sembra quasi il set pronto di un film poliziesco o dell’orrore.
Arrivederci teste di bambole dagli occhi indiscreti. Il come possiate essere finite proprio lì non lo sapremo mai.

Girano molte voci su questo posto che attribuiscono tutte queste stranezze ad assidui frequentatori legati alle pratiche sataniche.

Se questa fabbrica abbandonata ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di fabbriche abbandonate. Altrimenti perché non esplorare virtualmente i luoghi abbandonati del Lazio?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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