Il Palazzo degli Angeli caduti : un ammaliante edificio abbandonato

Siamo in viaggio per raggiungere il Palazzo degli Angeli caduti.
Tutto scorre serenamente veloce con una piacevole chiacchierata, interrotta solo dal navigatore satellitare.
Ogni volta che mi accingo ad esplorare un edificio abbandonato ed arrivo alla meta –la vostra destinazione si trova sulla destra- provo sempre un briciolo di pigrizia nell’uscire dall’auto: forse perché mi dispiace interrompere la calda atmosfera di amicizia imbastita dai mille discorsi “astrusi”.
Però – la vostra destinazione si trova sulla destra – mi ricorda che l’obiettivo è vicino.

Il Palazzo degli Angeli caduti è a poche decine di metri da noi. Anche se fosse sulla sinistra o sotto il costone della montagna, non farebbe poi tanta differenza; l’importante è che ci sia un accesso per entrare a visitare questo edificio abbandonato e la sua bellezza magica che trasuda dalle travi scricchiolanti, assieme a tanta, tanta, solitudine.

Il Palazzo degli Angeli caduti è tutto questo, un luogo all’apparenza raccolto ed intimo ma che in realtà nasconde un’infinità di stanze, antri bui, giochi simmetrici di scale e abbaglianti scorci autunnali.
Costruito nel Settecento, è oggi una dimora dell’abbandono e dell’oblio come tante.

Sono stata due volte in questo edificio abbandonato dall’aria lugubre.
La prima volta ci colse un violento temporale per cui ogni spiffero si insinuava nei pertugi delle stanze facendo sbattere le porte e le imposte. Ad aggravare la situazione emotiva è stato il temporaneo smarrimento di un compagno di avventura che, da bravo esploratore, era andato a visitare una parte dell’edificio abbandonato che non avevamo ancora trovato.

Nella seconda volta invece tutto è stato più calmo ed impersonale: ero già stata al Palazzo degli Angeli caduti e sapevo dove andare ma non cosa fotografare. L’avventura a due ha imbastito un’alchimia emotiva che con il passare delle ore si è tramutata in un soffuso sogno dalle tonalità antiche e romantiche.
L’edificio abbandonato ci aveva talmente assorbiti che gli ambienti erano entrati nei nostri apparati viscerali: il cuore non batteva più ma scricchiolava, la mente si era liberata da ogni pensiero ed era stata arredata dall’architetto dell’abbandono. Negli occhi solo pitture granulose illuminate in modo soffuso dalle finestre semi chiuse.

I corridoi si sostituivano all’apparato circolatorio, bastava camminare lungo i fantastici neri camminamenti dell’edificio abbandonato per percepirsi come globuli fluttuanti del complesso. Lui si nutriva di noi, ambiva a nuova vita e ci tirava infiniti scherzi emozionali ed elettrici facendoci sussultare e starnutire. Non bastava che una stanza fosse colorata di cipria, non bastavano i colori per essere rassicurati, qui non bastava niente per essere felici. Tutto era atonale e freddo, magnificamente atonale e freddo. La pelle. La pelle mutata. Avevamo squamato, perso l’epidermide come la carta da parati signorile del grande salone. In questa stanza si concentra la maggior parte delle bellezze fatiscente dell’edificio abbandonato.

Quando avviene una tale metamorfosi occorre prima riposare e riprendersi per continuare l’esplorazione; e non è bastato un bacio polveroso al cospetto degli angeli; occorre fuggire. Riporre cavalletto, Nikon e Canon, uscire silenziosamente dall’entrata ammuffita, come fossimo stati insetti delle fogne decisi a tramutarci in farfalle, ritornando ad essere liberi, ritornando ad essere solo Donna e Uomo, puliti e felici.

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Elvira Macchiavelli
Elvira Macchiavelli
Elvira Macchiavelli fa parte del gruppo toscano. Studia scienze della formazione a Firenze, coltivando l’interesse per la scrittura. Molto attiva nel panorama urbex nazionale, ha un canale youtube "Where Elvi production urbex trip", un blog "Urbex at Info!" e ricopre inoltre il ruolo di membro fondatore del sito "esplorazioniurbane.it".

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