In questa stanza morbida è veramente dura la mia vita e per tenere lontano il buio ed il vuoto ho deciso che ti scriverò ogni giorno. Non ho carta ne penna, inciderò le mie parole sul soffitto di questa prigione bianca, lo farò con il sangue delle mie dita, strappandomi le unghie giorno dopo giorno, poiché non c’è redenzione lontano da te che sei la mia parte mancante, la mia aria, il lavoro ed il tempo libero, il giorno e la notte. Sei la fatica dell’assenza e la speranza del ritorno, sei il mio nord ed il sud, il giorno e la notte.

Ci incontrammo in una terra lontana tra gli odori d’incenso ed i mantra monotoni, fu dopo il monsone, con il sole che offriva al mondo la sua ultima luce prima di cedere il passo alla luna, ed il caldo torrido che mischiato alla pioggia appena passata ci appiccicava i vestiti alla pelle.

Ricordi? abbiamo attraversato mezzo mondo, condividendo l’asprezza della strada e la dolcezza della scoperta di nuovi orizzonti. Abbiamo viaggiato con tutti i mezzi, consumato le nostre scarpe su piste impolverate, dormito sotto le stelle, pregato mille Dei e sul cammino abbiamo incontrato compagnie di poeti, naviganti, viaggiatori e sognatori con il mondo negli occhi.

Poi vennero i giorni mesti del ritorno in patria, eri già diventata la mia gemella e non potevo più fare a meno della tua presenza. Ti ho cercata e non ci sei stata, mille volte ho bussato alla tua porta e tu non hai risposto. Mi sono accucciato come un cane davanti alla tua casa, ma con astuzia riuscivi sempre ad evitarmi, solo ogni tanto mi gettavi un osso vecchio, che gioia erano per me quelle rare risposte, quei sorrisi fugaci. Sono marcito nel tuo nome, mi sono perso nel tuo pensiero, ero solo come una galleria, ossessione era diventato il tuo nome che ululavo alla luna, ripetendolo come quei mantra sentiti il giorno in cui ti incontrai.

Un giorno hai deciso, hai fatto i bagagli e son certo che non ci vedremo mai più. Questo è stato il mio attimo fatale, mi hai spezzato ed io non ho retto. Presi a pugni la pietra per sfogare la rabbia. Decisi di strapparmi gli occhi, se non ti avrebbero potuta più vedere non mi sarebbero più serviti, ma con le mani spezzate mi fu impossibile farlo. Volevo rompere la mia testa contro un muro, ma ormai la gente urlava e mi circondava, erano come impazziti, chi mi tirava, chi mi bloccava, chi cercava di parlarmi e chi mi intimava di non muovermi. Erano ciechi e non vedevano la saggezza del folle, che davanti all’insostenibile dolore decide di chiudere con tutto, vedevano solo il mio sangue, ma non conoscendone il sapore irrancidito dal male di vivere non comprendevano la mia malattia. Quella folla non aveva bevuto il fiele delle mie lacrime, non capiva quale veleno contenessero.

Ora è passato, la furia si è spenta, ma il tuo pensiero è sempre accesso, sempre in me, sempre vigile mi tormenta ad ogni passo che compio. Non posso rinunciare a te, e così sono qui, ad intrecciare lana per passare il tempo ed a scriverti col sangue del mio corpo, torna ti prego amata dell’anima mia.

 Rubens morì pochi giorni dopo. Era completamente folle. Si fabbricò una corda intrecciando la lana che pazientemente estraeva da strappi allimbottitura della camera del manicomio dove era stato rinchiuso. Il soffitto della sua stanza era totalmente ricoperto di messaggi ad una persona mai esistita. Venne seppellito in una fossa comune, sotto una croce di legno sulla quale era stata apposta lunica fotografia che venne trovata tra i suoi averi, la presero da un passaporto senza timbri.

Sono passati anni da questa tragedia, ma ad ogni anniversario della morte di Rubens ancora oggi una figura minuta viene nottetempo a portare una rosa sulla sua tomba. Nessuno ha mai voluto disturbare quella dama piangente.

Se volete vedere altre foto e sapere la storia di questo manicomio abbandonato, fate click qui.

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Emanuele Bai
Emanuele Bai
Classe '80. Tipo eclettico e poliedrico, si interessa di cultura generale. Appassionato dal 2003 di fotografia e dal 2006 di urbex, partecipa attualmente a molti progetti inerenti l'esplorazione urbana, scrivendo inoltre per "UrbanPost" e partecipando alle mostre del gruppo "Manicomio Fotografico". Fra i primi autori di Ascosi Lasciti, da anni, sfrutta la fotografia per viaggiare attraverso l'Europa e la scrittura per viaggiare dentro di sé.

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