La visita a questa fabbrica abbandonata non era prevista, anzi, ci siamo passati davanti per puro caso.

Una prima sorpresa. Basta scendere qualche gradino affianco all’entrata principale e già ci trovavamo dentro alla recinzione. La prima cosa che ci trovimo davanti è una Maserati biturbo del ’92 dimenticata qua. Ci dirigiamo poi verso i capannoni della fabbrica, ampi e spogli di macchinari, anche se si può trovare in ogni angolo un po’ di immondizia e molte suole di scarpe.

Entriamo. Questo cumulo di suole ci fa dedurre che l’edificio fosse un calzaturificio o qualcosa di simile, infatti, dopo una breve ricerca su internet, scopriamo che questa azienda produceva macchinari per calzolai e calzaturifici. Fremiamo però dalla voglia di vedere gli uffici, quindi, dopo qualche scatto, ci dirigiamo subito fuori dai capannoni e saliamo le scale esterne che ci collegarono ad essi. Superata la piccola entrata notiamo subito che il pavimento e la parete che divideva il corridoio dagli uffici, sono ricoperti di una moquette di colore scuro.
Dall’entrata è facile scorgere gli ampi uffici grazie alla reception, chiusa da pareti in plexiglas, quindi trasparente. La porta d’accesso si confonde con il colore della moquette… una spinta ed eccoci all’interno anzi, in un’ ampia sala dove le particolari scrivanie riuscivano a delimitare la postazione di chi ci lavorava. Noto subito i numerosi vasi di piante finte che con i loro colori tengono vivo ancora quel posto. Ma la cosa che maggiormente colpisce dentro sono i piccoli e vari oggetti personali che gli ex dipendenti hanno lasciato. Nella parte più a nord della stanza, la parete a sinistra è coperta da una libreria piena di raccoglitori e documenti vari e, vicino alla scrivania che l’affianca, una lavagna scolastica. Dalla parte opposta, invece, troviamo una scala a chiocciola, che ci conduce nel solaio dell’edificio, allestito ad archivio, il quale, nonostante la porta del terrazzo inesistente, risulta buio e un po’ claustrofobico.

Sulla via del ritorno. Torniamo di sotto ed entriamo nella prima porta a destra vicino all’entrata, una specie di sala d’attesa arredata con due divani rosso scuro quasi marrone, una bella ma semplice vetrina, un appendino a muro e qualche quadro appeso. Altrettanto arredate sono le altre due stanze/ufficio: scrivanie in legno, vetrine scure, poltrone in pelle e un bagno completo di asciugamani e sapone. Non siamo riusciti a trovare l’anno in cui è stata fondata la fabbrica, ma dallo stile dell’arredamento ci fa pensare agli anni ’80. Convinti di aver visitato l’intero edificio torniamo fuori e scese le scale, ci accorgiamo di una altro piccolo appartamento/ufficio parzialmente arredato con qualche scrivania, un piccolo frigorifero e un tavolino ricoperto da mozziconi di sigarette e numerose bottiglie di birra e vino, alcune ancora da aprire… scontato dire che non siamo stati gli unici a fare una visita alla fabbrica. Ci diamo un altro po’ di tempo per dare un’occhiata nel retro, che affaccia sui bellissimi campi della zona. Questa è la parte forse più vandalizzata: piccoli e numerosi pezzi di vetro per terra, immondizia e un grande capannone aperto, sempre compreso nell’ unica struttura.

Ultime foto. Ci dedichiamo qualche ultimo scatto, e, conclusa questa esplorazione domenicale, risaliamo le strette e nascoste scale che ci riportano alla macchina, lasciandoci la fabbrica alle spalle.

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Ascosi Lasciti Marche
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Il gruppo marchigiano è costituito dal fotografo Luigi Mochi, da Alessandro e Michele, abilissimi nelle ricerche sul territorio, e Valentina, la piu' giovane esploratrice del gruppo, grande amante della storia dell'arte.

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