Geometrie Umane : quando Architetture Morte incontrano Soggetti Vivi

Praticare Urbex, (esplorazione e fotografia nei luoghi abbandonati) per me non significa limitarsi a realizzare immagini di reportage o architettura in location abbandonate, più o meno affascinanti. Fotografare significa avere il bisogno di comunicare qualcosa. Fare Urbex significa sentire la necessità di ascoltare le storie della polvere per fare in modo che non affoghino nelle acque dell’oblio. Ho sempre amato le storie, mi piace raccontarle e farmele raccontare, per questo motivo mi sono letteralmente innamorato dell’esplorazione urbana.

Esisatono idee discordanti in questo mondo emergente. Molti esploratori affermano che è Fotografia urbex solo quella parte che si occupa di riprodurre una determinata location. Molti, troppi purtroppo, non vedono di buon occhio i fotografi che realizzano set con modelle e modelli in luoghi abbandonati.
Io la vedo diversamente. Sono convinto che si possa fare Urbex e raccontare storie anche mediante l’appoggio di soggetti “estranei” come un modello o una modella. L’importante è che ci sia un’idea alla base che sfoci in immagini esteticamente valide, ma soprattutto in grado di fare nascere in coloro che le vedranno delle emozioni, o raccontare delle storie.

Geometrie umane è un lavoro nato pensando a quanto appena detto. L’obiettivo è cercare di fondere l’architettura con il corpo umano per vedere quali storie possano crearsi da questa accoppiata.

L’architettura ed il corpo umano sono entrambi potentissimi strumenti comunicativi. Nonostante questi linguaggi utilizzino un alfabeto ed una sintassi estremamente diversi è possibile fonderli per creare una lingua terza con un potenziale estremamente forte. La fotografia diventa il mezzo per assorbire questi due linguaggi e restituire immagini che siano in grado di suscitare delle emozioni.
L’architettura racconta storie mediante la struttura dei luoghi, i volumi, i pieni, i vuoti ed i materiali impiegati. Il corpo umano trasmette emozioni mediante la postura, il movimento, la stasi, l’abbigliamento o la sua assenza. Fondere questi due linguaggi significa posizionare il corpo in un ambiente scegliendo una ben precisa posizione, fare assumere al soggetto la posa corretta, scegliere il giusto punto di ripresa, impostare la fotocamera e realizzare la magia di creare una piccola storia.

Le immagini che compongono questo lavoro sono un esempio di come l’architettura ed il corpo umano possano dialogare tra loro e restituire una serie di segni che si concretizzano in una immagine ricca di emozione. Il fotografo deve farsi sia architetto sia scultore. Architetto per la capacità di leggere nella struttura dei luoghi le emozioni che questi suscitano, scultore perché deve fare entrare il corpo umano in sintonia con il luogo. Una diagonale può essere spezzata dalla sinuosità della carne, linee di fuga possono indirizzare l’occhio in un preciso luogo dove il corpo si erge in tutta la sua bellezza o dove si arrotola su se stesso, quasi temesse di essere schiacciato dall’austerità di un ambiente.

Mi rivolgo quindi a chi rifiuta questo tipo di linguaggio. Osservate, perdetevi nei dettagli di queste immagini. Siete ancora convinti che modelli umani e architettonici non possano conciliarsi? Che ambiente e ritratti non si possano accostare e fondere? Che quando l’architettura dei luoghi abbandonati (che abbiamo definito “architettura morta“) e soggetti vivi si incontrano, ne scaturisca un’impatto emotivo non inferiore a ciò che trasmette l’esplorazione urbana?

Modella : Helmut Newton Loverdose

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Emanuele Bai
Emanuele Bai
Classe '80. Tipo eclettico e poliedrico, si interessa di cultura generale. Appassionato dal 2003 di fotografia e dal 2006 di urbex, partecipa attualmente a molti progetti inerenti l'esplorazione urbana, scrivendo inoltre per "UrbanPost" e partecipando alle mostre del gruppo "Manicomio Fotografico". Fra i primi autori di Ascosi Lasciti, da anni, sfrutta la fotografia per viaggiare attraverso l'Europa e la scrittura per viaggiare dentro di sé.

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