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The Zone: gli Stalker di Chernobyl

Articolo di Aprile 26, 2018Nessun commento

Oggi decorre l’anniversario del disastro di Chernobyl.
Per chi non ci conoscesse, il nostro team documenta quotidianamente edifici abbandonati, tra cui zone colpite da disastri nucleari. Il fondatore del nostro progetto è particolarmente attivo in quest’ultimo campo e ha deciso di stupirci documentando la sua esperienza estrema, vissuta nei boschi radioattivi di Pripyat e nelle aree proibite.
Scoprite il film documentario e partecipate al crowdfunding facendo click qui.

E’ una tranquilla serata di fine Agosto quando sento vibrare il telefono.
E’ Pierpaolo, collega, amico e compagno di tanti reportage.
“Pronto Pierpaolo, dimmi pure”
“Ascolta Ale, tieniti pronto per il viaggio più assurdo della tua vita. Tre giorni di cammino, oltre 50 Km in una foresta radioattiva, col rischio di incontrare lupi e di essere beccati dai militari”
“Ok Pier, spiegami un attimo… ma quando pensi di partire?”

E’ metà Marzo, poco prima dell’arrivo del freddo inverno Ucraino.
Arrivati a Kiev ci sistemiamo nel Turist Hotel, spartano e sovietico quanto basta.
Passiamo il pomeriggio a comprare le ultime cose, snack energetici, qualche limone, altre bottiglie d’acqua, così da trovarci pronti il primo pomeriggio del giorno successivo, quando incontreremo Jimmy, lo stalker che ci guiderà in questo viaggio.
Da appassionato di urbex, ho un grande interesse per i luoghi abbandonati, ma, da documentarista, sono ancora più curioso di comprendere le motivazioni che spingono questi giovani a testare i propri limiti in un’avventura così rischiosa.

Il giorno dopo facciamo un pranzo veloce, indossiamo gli zaini, le varie tracolle, e ci rechiamo all’appuntamento.
Jimmy vive in un palazzone da una ventina di piani, nella prima periferia di Kiev.
Ci accoglie e ci spiega brevemente il programma che ha preparato.
Verremo lasciati dal nostro driver a 4 ore dal perimetro della Zona, da lì proseguiremo a piedi, nel bosco. Arrivati al confine, dovremo trovare un punto per attraversare la recinzione senza farci scoprire dai militari che sorvegliano l’area. Da lì, una volta dentro, cammineremo tutta la notte fino al villaggio abbandonato  di Rudna Veresnya, dove dormiremo, poi un altro giorno di cammino fino alla stazione militare di Duga, ed infine arriveremo alla città fantasma di Prypiat, dove passeremo tre giorni nel loro appartamento al tredicesimo piano di un palazzo.
Il tutto con oltre 40 Kg addosso di peso.

Jimmy non è preoccupato, per lui sarà solo il quarantaduesimo viaggio illegale nella Zona.
Conosce molto bene il tragitto che andremo a fare, anche perchè lavora come come guida ufficiale nei percorsi turistici su cui il governo Ucraino ha iniziato a puntare dal 2011. Fra i primi stati al mondo ad aprire e rendere visitabile un luogo estremamente contaminato e con preoccupanti rischi di crollo, che ad oggi conta circa 30.000 visitatori annuali, in costante crescita.
Ci incontriamo con gli altri due stalker: Aleksander, detto Sasha, un tipo taciturno e diffidente. Non conosce bene l’inglese e sembra poco interessato a noi; e Maksim, giovanotto solare e chiacchierone, grande viaggiatore, con un buon inglese, figlio di una famiglia benestante.
Il driver ci abbandona in una stradina secondaria, da cui iniziamo il cammino passando attraverso un fitto bosco di conifere. Circa 4 ore, in perfetto orario sulla tabella di marcia, e siamo al confine, dove ci aspetta una rete di filo spinato, con il perimetro interno pattugliato dalla polizia.
Il sole sta per tramontare e decidiamo di andare avanti. Iniziamo così a camminare lungo il confine, ed è ormai buio quando, finalmente, da un varco già aperto, riusciamo a infilarci dentro.

Sento le prime gocce di pioggia.
Da qui inizia un viaggio surreale, nella foresta più intricata, fra rovi, buche, tronchi caduti, dove per chilometri ci siamo mossi al buio più assoluto, senza torcia, per evitare di essere scorti dalla polizia.
Sono circa le tre di notte, quando, distrutti e bagnati, dopo esserci persi innumerevoli volte, arriviamo alla casa dove passeremo la notte. Trattasi di un sottotetto riempito di paglia, pieno di spifferi, sorci e zecche. Mangiamo velocemente un pezzo di grasso e ci infiliamo nei sacchi a pelo.
Non chiudo occhio per il freddo, la mattina mi alzo presto, e insieme a Jimmy facciamo un giro per il villaggio abbandonato.

Stranamente è una bella giornata, quasi calda.
Inizio a indagare le motivazioni che li spingono qui, in un territorio ostile, inquinato e lontano dalle comodità del mondo moderno.
Jimmy si apre e mi racconta di come si vive in Ucraina, della corruzione che imperversa, della sfiducia da parte dei giovani per la politica e per l’ultracorrotto presidente Poroshenko.
La crisi morde forte, soprattutto dopo l’inizio della guerra, che sta drenando le già poche risorse.
I giovani vivono nell’impossibilità di costruirsi un futuro, o di andarsene liberamente dalla nazione per cercare una nuova vita in Europa.

Fino all’11 maggio scorso, non era possibile nemmeno viaggiare nell’area Shengen da turista, ma era necessario richiedere un visto abbastanza complicato da ottenere, e dimostrare di avere abbastanza denaro sia per affrontare il viaggio, che per rientrare in patria.
La Zona diventa quindi il luogo in cui sentirsi liberi, perchè qui le regole sono diverse, e la vita si svolge in tutt’altro modo. Si ritrova se stessi ed il contatto con la natura che sta piano piano divorando le decadenti vestigia umane.
Rientriamo per la colazione, una scodella di farro precotto con sopra carne in gelatina.

Ci sdraiamo al sole dietro la nostra casetta e dormiamo fino al tramonto, dopo di che accendiamo un fuoco, mangiamo velocemente e ripartiamo.

La notte è gelida, umida, e dobbiamo procedere al buio assoluto lungo la strada asfaltata che conduce alla centrale di Chernobyl. Ogni volta che vediamo i fari di un auto in lontananza dobbiamo gettarci di lato, senza sapere con esattezza cosa ci aspetti, se una scarpata, una salita, delle rocce o un groviglio di rovi.
In una di questi salti nel vuoto mi lusso un polso.

Fortunatamente il ponte non è controllato e arriviamo in tarda nottata alla cosiddetta “casa dei boscaioli”, una minuscola capanna dove decidiamo di riposarci fino alle prime luci dell’alba.
Ne approfitto per fare due chiacchiere con Sasha e Maksim, su come hanno conosciuto la Zona e sul significato della parola stalker.
Scopro quindi che la Zona nasce nel 1971, dalla fantasia e dalla penna dei fratelli Strugazky, nel loro libro “Picnic sul ciglio della strada”, considerato tra i 100 romanzi di fantascienza più importanti al mondo.  Trattasi di un’area circoscritta ed abbandonata di una città, divenuta tale dopo la visita degli extraterrestri, i quali hanno ribaltato le leggi della fisica e lasciato alcuni artefatti al suo interno. Nel libro compare per la prima volta il termine “stalker”, ed è ispirato al personaggio chiamato “Stalky”, nelle storie di Rudyard Kipling “Stalky & Co”.  Non si tratta quindi di una parola russa, ma di un neologismo che i fratelli Strugatzky coniano per indicare coloro i quali entrano illegalmente nella Zona per rubare i preziosi manufatti alieni, oltre che per accompagnare curiosi e scienziati.

Nel 1979 il cineasta russo Andrej Tarkovsky si innamora del libro e decide di farne un film, considerato tra i migliori 50 del cinema mondiale. Si chiamerà proprio “Stalker”, e la sceneggiatura sarà curata dai fratelli Strugatzky.
Qui, la figura dello stalker cambia ancora e si spoglia della parte furfantesca, diventando a tutti gli effetti guida, sia fisica che spirituale.
E la Zona descritta sia nel film che nel libro è incredibilmente simile a quella Zona che sarà creata pochi anni dopo, nel 1986, dopo l’esplosione del quarto reattore della Centrale nucleare di Chernobyl.
Sasha, Maksim, e tutti gli altri stalker, di cui i più attivi sono circa un centinaio, sono convinti che si trattò di un presagio, e che la Zona del libro e del film sia proprio quella di Chernobyl.

Altro medium importante è stato il videogioco S.T.A.L.K.E.R. , del 2007, uno sparatutto in prima persona ambientato fra le rovine della città abbandonata di Prypiat.
Secondo Maksim, il videogame, molto più del libro e del film, è stato in gradi di condizionare i giovani ucraini e di far loro conoscere la pericolosa bellezza della Zona.
Lui stesso ammette di aver sentito un irrefrenabile impulso di vederla coi propri occhi, solo dopo aver giocato con il videogame.

Un elemento che mi sorprende è il loro non curarsi del pericolo radioattivo, tanto da indurmi a mia volta ad abbassare la guardia. Le radiazioni sono invisibili, non hanno odore né gusto, la natura è splendida e rigogliosa, ed è estremamente facile dimenticarsi o fingere di farlo.
Albeggia, ci alziamo dal nostro giaciglio e ci incamminiamo verso la stazione militare antimissile di Chernobyl II, meglio conosciuta come antenna di Duga. Mi imbottisco di antidolorifici per riuscire a muovere il polso, e dopo circa 5 ore di cammino arriviamo alla gigantesca struttura metallica, 150 metri di altezza, che serviva come scudo radar per gli eventuali missili lanciati dagli USA durante la guerra fredda.

Decidiamo di arrampicarci, nonostante il freddo e l’avvicinarsi di una perturbazione, che infatti ci sorprende a metà scalata. Non ci impedisce però di arrivare in cima, dopo circa un’ora.
Il vento, i sinistri cigolii metallici e le scale dondolanti mi fanno capire che per gli stalker, la libertà è anche nel compiere qualche atto sconsiderato, nel mettersi alla prova, e non riesco a biasimarli.
Superare i propri limiti e rischiare la pelle è sempre stata una prerogativa dell’essere umano, e questo alla fine è di poco diverso da alcuni sport estremi.
Scendiamo dall’antenna e ci accorgiamo di aver terminato l’acqua. Ripartiamo preoccupati alla volta della fattoria dei maiali, una stalla abbandonata dove ci riposiamo e mangiamo qualcosa.

Qui, Jimmy e Sasha riempiono le bottiglie da una pozza nelle fondamenta allagate e ristagnanti della struttura, acqua che nonostante la sete mi rifiuto di bere.
Verso le 17:00 ripartiamo alla volta di Prypiat sotto la pioggia.
Jimmy ci conforta spiegandoci che sono solo 10 Km e che a Prypiat ha nascosto vari bottiglioni di acqua potabile.
Purtroppo non arriveremo a Prypiat prima dell’alba seguente, dopo esserci persi più volte a causa di malfunzionamenti al gps ed essere incappati nelle aree più radioattive e pericolose della Zona, come il villaggio sepolto di Kopachi e la foresta rossa.

Tredici piani di scale e finalmente siamo nell’ “appartamento” di Jimmy a Prypiat.
Tracanno almeno un litro di acqua potabile e mi butto su un polveroso materasso.
L’indomani iniziamo a vivere Prypiat, che è la meta finale di tutti gli stalker. Scopriamo che nei vari palazzoni abbandonati ci sono veri e propri appartamenti arredati dove vivono altri ragazzi.
Chi resta per alcuni giorni, chi per settimane. Si conoscono tutti e sono solidali fra loro, si aiutano, si scambiano informazioni, cibo, acqua potabile.
Condividono lo stesso amore per la Zona e la trattano con rispetto. Criticano con forza il governo ucraino colpevole di distruggere la poesia di Prypiat, avendola aperta al turismo di massa.
I turisti cercano solo una forte emozione momentanea, non vivono la città, non entrano negli appartamenti a leggere un giornale del 1985, non conoscono la storia e i drammi delle persone che vivevano qui, di cui solo gli stalker possono essere i veri custodi.
E così passano le giornate, esplorando nuovi appartamenti, leggendo, sfuggendo alla polizia, bevendo vodka, fumando spinelli e chiacchierando sui tetti degli immensi palazzi, con alle spalle la splendente copertura metallica del reattore numero 4.

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