Le Croci di Google Translate

Da Maggio 1, 2018 Maggio 15th, 2018 SPECIAL EDITION 💣

C’è poco da fare. Ogni volta che mi trovo a confronto con qualcosa di sconosciuto e di misterioso provo delle emozioni indescrivibili.
C’è elettricità in quello che non conosciamo. Forse è questo ciò che mi arriva al cuore durante le mie perlustrazioni. C’è sempre una componente che non sono in grado di spiegare a parole. A volte questa sensazione è più incisiva, a volte meno.

Il luogo che vi andrò a mostrare mi ha letteralmente chiamato. Si perché quando sei in autostrada e senti l’esigenza di voltare il tuo sguardo verso una collina e scorgi lontano anni luce quella che potrebbe essere una finestra con un vetro rotto…c’è per forza qualcosa che ti chiama.
Quattro frecce alla prima piazzola, GPS alla mano (che bello avere un telefono di ultima generazione!) e un click sulle coordinate che, indicativamente, potevano corrispondere.

Esco al primo casello, qualche chilometro per tornare indietro e subito il pensiero di dover tornare in città per un lavoro fotografico programmato viene meno. I tempi sono stretti…ma una forza misteriosa mi telecomanda l’automobile. Ormai quella che era fino a pochi attimi prima una sensazione diventa una certezza.
Il volante gira in automatico e quei pochi bivi che mi separano da questa meraviglia sono scelte certe, calcolate al millesimo, come se quella strada fosse stata percorsa dal sottoscritto innumerevoli volte.
E in un attimo eccomi già lì.  Macchina nera parcheggiata alla fine di una salita che si inerpica fra alberi e sassi. Un piccolo slargo pieno di aghi di pino e una cancellata arrugginita. Di fianco a me un edificio imponente e davanti ai miei occhi una chiesa con il portone di legno aperto. Avevo ragione. Qualcosa mi aveva chiamato.

Come si dice nei film…scelgo l’ingresso principale per un’entrata ad effetto!
Mi dirigo, quindi, verso il portone di legno della chiesa. La prima cosa che mi colpisce è il cambio di clima. Fuori non fa certo freddo ma una volta superato quell’ingresso il mio corpo si ritrova improvvisamente dentro una cella frigorifera.
La struttura non è enorme e di certo non sono passati molti anni dal suo abbandono. Se non fosse per l’accennato disordine e le panche divelte non sembrerebbe affatto in stato di totale degrado. Dietro l’altare ecco le stanze del sacerdote in cui sono presenti ancora dei libri, una valigia e alcuni oggetti. Voltando il mio sguardo in direzione dell’uscita noto un’apertura all’altezza del ripiano rialzato in cui, probabilmente, stanziava l’organo. La sensazione di trovarmi all’interno di un setting di Tomb Rider è sempre più forte.

Ritorno all’uscita e mi dirigo alla mia sinistra dove trovo un chiostro dalle pareti verde muffa. Al centro del piccolo cortiletto un pozzo ancora in ottime condizioni. I muri al di là degli archi che delimitano questo piccolo perimetro sono ormai incrostati e marciti con le facce d’angelo scolpite nella roccia che ora sembrano piccoli demoni.
Mi reco, quindi, nella maniera più casuale possibile, all’interno di quelle che erano le vecchie cucine della struttura. Sono ancora visibili le cappe e un grosso lavandino.
Dietro la cambusa, però, vengo catturato dalla spettacolare sala in cui, probabilmente, i preti o chi per loro, si trovavano a consumare pranzi e cene. Una sala stretta e lunga con delle panche in legno ai lati ed uno splendido dipinto ad ellisse sulla parete di fondo. L’affresco presenta una crepa centrale e, fortunatamente, non è stato imbrattato con simboli politici (che si trovano, però, subito sotto).  Rimango più di qualche minuto dentro questo luogo a fissare il dipinto. Non sono né un critico d’arte né un pittore. Non capisco se l’opera è più o meno di valore, però mi rapisce.

Il piano superiore della struttura, invece, presenta diversi corridoi completamente in ombra. Trovo varie stanze, anzi “aule” per l’esattezza. Capisco che, quindi, mi trovo all’interno di una vecchia scuola. Vi sono cattedre, elenchi del telefono, registri e crocifissi sparsi ovunque. In alcune stanze più grandi sono ancora presenti dei grossi armadi aperti al cui interno sono custodi oggetti di varia natura. Le finestre sono tutte distrutte e alcune di esse si affacciano su una splendida valle.

La vista che si gode da questo posto è indescrivibile. Questa migliora ancora al piano successivo.
Un dedalo di corridoi gira a ferro di cavallo attorno al cortile. Qui vi sono molti più bagni, meno oggetti, e sempre più ombre. Riesco bene o male ad orientrarmi grazie ad un buco nel muro. Mi affaccio con cautela e mi ritrovo affacciato all’interno della chiesa in cui sono entrato all’inizio, ma questa volta sono a tu per tu con l’organo (o almeno nel punto in cui è stato rimosso). Cammino ancora i lunghi corridoi finchè una scritta posta sopra una porta recita “Ingredere magister adest et vocat te”.
Purtroppo sono perito informatico e quindi, telefono alla mano, cerco una traduzione con Google Translate. Ciò che mi appare in risposta è parecchio strano…

Vieni qui e vuole padroneggiare“…non molto chiaro direi.
Sta di fatto che oltre questa porta mi imbatto in qualcosa di sensazionale : una cappella privata dalle tinte arancioni che mi lascia realmente…di stucco!
Il sole filtra dalle finestre e i muri e i soffitti di questa stanza brillano di luce propria. Un’altra gioia per gli occhi. Scatto all’incirca un milione di foto e mi reco al piano di sotto dove attraverso un interessante cortile con tanto di scala in pietra ricoperta di arbusti.

Qui la faccenda si fa caotica. Una voliera divelta, graffiti ovunque e due enormi stanzoni che ricordano più che altro degli hangar. Risalgo quindi in cima al complesso con i corridoi e mi godo per l’ultima volta una vista ancor più mozzafiato. Un edificio che, sicuramente, fu costruito in un punto strategico, in cima ad una collina. Ottime notizie, da quassù posso constatare che la mia vettura è ancora parcheggiata dove l’ho lasciata.

Il tempo scorre. Tic-Tac. Il lavoro in capitale mi richiama all’ordine. Un’ultima perlustrazione al piano “-1” e via. Penso già allo smog e al traffico che troverò rientrando all’interno del Grande Raccordo Anulare. Mi rimetto alla guida e lascio negli specchietti quell’immagine bellissima di questo grande, enorme comprensorio che diventa piccolo sino a sparire dietro gli alberi.

Dopo alcune ricerche, trovo il nome del posto e della struttura. Posso affermare con certezza che si trattava di una vecchia scuola di preti con chiesa e convento annesso. Non trovo nulla, però, sulla sua storia e sul perchè sia passata dalla curia all’incuria.
Una cosa è certa, però:  “Ingredere magister adest et vocat te” significava letteralmente “Entra, c’è il maestro che ti chiama”.
Perfetto! Google Translate non ci azzecca mai. Ancora una volta penso: “mai fidarsi delle traduzioni automatiche per evitare, come successo in passato, pessime figure”.
Che ci volete fare, certe croci ti perseguitano.

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Matteo Montaperto
Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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