Mombello : Storia di un Manicomio

Ormai non resta quasi più nulla di decente da vedere nel vecchio manicomio.
I barbari sono passati da troppo tempo ed i vecchi corridoi ora ospitano giusto qualche writer, sparuti gruppi di ragazzini sfaccendati, fotografi della domenica e purtroppo anche qualche senzatetto.
Eppure il manicomio di Mombello è stato uno dei più importanti e grandi d’Italia.
Figura di spicco di questo fiore all’occhiello della sanità italiana era il Professor Giuseppe Antonini, e non a caso il manicomio ne porta il nome, che fu tra i primi medici a tentare innovative cure per i degenti, tra le quali occorre ricordare terapie con musica, sport ed arte.
Merita anche un ricordo il Professor Gaetano Perusini, che affiancò il prof. Alzheimer nei primi pionieristici studi di quello che oggi è tristemente noto come il morbo omonimo.

La storia di Mombello è lunga e complessa. I primi degenti arrivarono attorno al 1865 e vennero ospitati presso Villa Pusterla Crivelli (nel 1797 vi alloggiarono i Bonaparte e pare che Napoleone fece costruire lunghi tunnel di collegamento che arrivavano fino alla Villa Reale di Monza). Passarono gli anni ed il numero di degenti qui ospitati crebbe, si costruirono altri padiglioni e si organizzò il complesso come una colonia agraria, con ampi spazi aperti e molto verde. A quell’epoca, i “matti”, quelli veri, non erano ancora arrivati.
Gran parte della struttura che ancora oggi è visitabile risale al 1873 e già allora si poteva parlare di un centro di cura all’avanguardia, dove oltre ai reparti per i degenti c’erano gabinetti medici, biblioteche scientifiche, biblioteche, laboratori artigianali per gli ammalati meno pericolosi, orti coltivabili e pinete per passeggiare e respirare aria buona.
Passano gli anni ed il numero sale in continuazione, tanto che sorge la necessità di dividerli in reparti in base alla loro pericolosità: tranquilli, agitati, sudici erano alcune delle categorie classificatorie dei degenti. Ad opera di Edoardo Gonzales, allestirono il padiglione dei fanciulli, con una scuola che funzionava secondo il metodo Montessori. Fino a pochi anni fa si potevano ancora visitare le vecchie aule, poi il fuoco si è portato via tutto.

Nel 1908 vengono costruiti altri quattro padiglioni, due dei quali verranno usati durante la prima guerra mondiale per ospitare e curare i soldati che ritornavano dal fronte. Molti di loro non ressero l’orrore della guerra e, considerati pazzi, invece che una medaglia ottennero una camicia nuova.
La vocazione di Mombello come struttura ricettiva continua, e durante la seconda guerra mondiale ospita i degenti del manicomio di Venezia (chiuso in fretta e furia per motivi bellici), successivamente ospiterà gli sfollati di varie alluvioni e altri disastri naturali che hanno ferito l’Italia.
In molti vennero a Mombello, per studiare, per lavorare, per incontrare i luminari dell’epoca. Venivano da tutta Italia e persino dall’estero, ma per quanto illuminata fu la gestione di questo manicomio, ci sono molti lati oscuri. Basti pensare alla misteriosa sorte di Benito Albino Dalser, figlio segreto di Benito Mussolini e Ida Dalser che nel manicomio passò sette anni per poi perdere la vita in circostante che ancora oggi non sono chiare.

Mombello iniziò a perdere lustro subito dopo le Seconda guerra mondiale, quando iniziò a farsi un nome una struttura ancora più all’avanguardia e meglio attrezzata: il Gaetano Pini. Nel 1978 le legge 180 decretò la chiusura di Mombello, ma ci vorranno venti anni per riuscire a dimettere tutti i degenti. Nel 2000 molti padiglioni furono definitivamente abbandonati.
Oggi nel 2018 Mombello è un ammasso di macerie, corridoi pericolanti, soffitti che cadono a pezzi, forniture completamente distrutte. La storia di questo posto è stata preservata solo dai libri, di fisico non rimane nulla o quasi nulla. Mombello non è certo una meta urbex di pregio, o meglio, non lo è per coloro che cercano ambienti integri o location per fare belle fotografie e fregiarsi delle loro bravura di esploratori sui social o quant’altro. Mombello pare non abbia più nulla da offrire, eppure per me rimane un luogo affascinante, vuoi perchè fù una delle prime location che visitai, vuoi perché essendo vicinissimo a casa mio lo ho visitato decine di volte, vuoi per quel poco di storia che conosco del luogo o per l’attrazione magnetica che spinge i simili a cercarsi.

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Emanuele Bai
Emanuele Bai
Classe '80. Tipo eclettico e poliedrico, si interessa di cultura generale. Appassionato dal 2003 di fotografia e dal 2006 di urbex, partecipa attualmente a molti progetti inerenti l'esplorazione urbana, scrivendo inoltre per "UrbanPost" e partecipando alle mostre del gruppo "Manicomio Fotografico". Fra i primi autori di Ascosi Lasciti, da anni, sfrutta la fotografia per viaggiare attraverso l'Europa e la scrittura per viaggiare dentro di sé.

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