Un dramma. Quando finisci le scuole medie, l’unica tua vera grande preoccupazione è quella di fare la scelta giusta per il tuo futuro. La scuola dell’obbligo è appena terminata e gli ultimi mesi di  vita sono passati cercando di capire qualche istituto superiore sia quello che faccia al caso tuo.
Hai partecipato ad incontri, letto opuscoli informativi e sentito il parere di amici e familiari. La verità, però, è una sola: devi scegliere tu.
Nel mio personalissimo caso la scelta della scuola superiore è avvenuta in un modo abbastanza repentino. Il sopralluogo all’istituto tecnico informatico, infatti, non era poi andato male. I professori sembravano simpatici, le materie decisamente interessanti e poi…parliamoci chiaro…la scuola a dieci minuti di motorino è un lusso mica da scherzo!
Considerando anche il fatto che tutti gli amici maschi delle medie avevano già optato per quella soluzione…niente di più facile!
Si trattò, per l’appunto, della scelta più sbagliata della mia vita.

Non siamo qui per questo racconto. Non vogliamo ovviamente a parlare dei successivi cinque anni di ITIS che mi videro protagonista di scene irripetibili. Siamo qui perché il primo anno di istituto tecnico si inizia a studiare una delle materie più difficili del pianeta: la chimica.
Come poter definire la chimica se non quella materia che nonostante le notti insonni e le preghiere verso qualsiasi tipo di divinità non risulta accessibile nemmeno dopo quindici anni di studio?
“La chimica è meno comprensibile di un film di Ėjzenštejn sottotitolato in cirillico” è’ quello che ho sempre pensato.
La prima lezione è quella che definisce subito la differenza tra chimica organica e inorganica. Pensate davvero che io ora possa spiegarvi questo principio basilare?
No.
Risposta esatta.

Tutto questo preambolo sta nel dirvi che, però, è grazie proprio alla chimica che sono stato attratto e chiamato dal luogo straordinario che vi sto per presentare con questo articolo. Ma ogni cosa a suo tempo….

La vicenda si svolge durante una tipica giornata di festa pre-estiva. Il sole inizia finalmente a scaldare e la voglia di una gita fuori porta si fa sempre più forte. Detto fatto, macchina fotografica alla mano e via. D’altronde una bella scarpinata disintossicante fuori dalla capitale è il giusto rimedio per sentirsi ancora un pochino in forma.
Procede tutto per il meglio durante l’arco della giornata. I volti passano e le nuvole passeggiano nel cielo. L’ora del tramonto si avvicina e su quella via leggermente in salita che mi riporta alla macchina, si stagliano la chiesa del paese, un monumento ai caduti e una scuola superiore. È proprio in questo triangolo di spazio che si attiva il mio urbex-radar. Basta poco a pensarci: una cancellata arrugginita, erba incolta, siepe di rovi e un edificio nascosto. Ci siamo.
Ci sono momenti a volte in cui una forza magnetica ti attira verso un punto ben preciso. Una forza attrattiva a cui non si può resistere. Proprio come nelle relazioni amorose.
Quando c’è chimica…la senti”, dicono. E ancora:
“Sento le farfalle nello stomaco. Sono malato?”
“No! E’ che c’è chimica!”.

Al diavolo ipotetici controlli: gambe in spalla, sfrutto il mio metro e novanta per oltrepassare la cancellata ed in un battibaleno eccomi al di là della siepe di fronte ad magnifico palazzo di tre piani evidentemente in stato di abbandono. Il portone in legno è per metà spalancato. Niente di più facile.

Tappatevi metaforicamente il naso, amici miei. L’odore che si presenta oltrepassata la soglia è nauseabondo. Presente in quei film thriller quando i poliziotti scoprono il classico cadavere decomposto? Un agente sviene o vomita e gli altri si tappano in naso disgustati. Ecco. La sensazione è esattamente quella appena descritta. Gli escrementi di piccione e di chissà quale altro animale sono ovunque. “Non mi sorprenderebbe trovare qualche altro essere più morto che vivo” penso tra me e me. Il silenzio che circonda le mura è inquietante.

Sulla mia destra una vecchia guardiola distrutta, davanti a me un piccolo androne con giochi per bambini abbandonati, alla mia sinistra una scala e alla mia destra un corridoio completamente buio. Scelta obbligata. Sullo stipite della ex porta del corridoio vi sono ancora attaccate le lettere che formano la scritta “Laboratori di”. Subito a destra un finestrone pieno di ragnatele che sembra essere pronto per il prossimo film di Tim Burton. Sulla sinistra, invece, una stanza con una cartina del nostro bel paese ancora affissa sul muro. Dentro la stanza vi sono accatastati vecchi banchi e degli strumenti arrugginiti. Anche qui troneggia una finestra ma ormai senza vetri intatti.

Prima della fine del corridoio alla mia destra si presenta un’altra stanza molto buia. Capisco di che si tratta solo grazie ai miei eccellenti passati da studente di un Istituto Tecnico.
A voi un’aula di chimica, senza ombra di dubbio. Vi è infatti una struttura di vetro che serviva per proteggere gli studenti che, alle prime armi, si addentravano nel mondo degli “esperimenti” maneggiando con cautela ampolle, pipette e reagenti . La mia tesi viene subito supportata quando, all’accensione della torcia sul telefonino, noto alla mia sinistra un vecchio bancone in legno sul quale sono ancora appoggiate arcaiche boccette di elementi chimici. L’impressione di trovarmi su un set è sempre più forte. Boccette coperte di polvere, banchi e sedie ammassate alle pareti e un poster illustrativo sulle tipologie delle foglie di viti americane. Il buio è davvero eccessivo e nonostante la mia macchina fotografia sia effettivamente all’avanguardia, non riesco ad evitare di illuminare dove posso con il telefono per prendere i fuochi giusti per scattare. Grazie a questo strattagemma mi rendo conto che sotto ad una delle finestre c’è una bombola completamente arrugginita. Sembra innoqua…sembra. Ma date le mie conoscenze in materia, decido che è meglio uscire dall’aula e dirigermi verso sinistra.

Ritorno nell’atrio e mi dirigo al piano superiore. Le scale sono solide e sicure ma ahimè, gli escrementi di piccione si moltiplicano a dismisura in questo punto.
Ciò che mi accoglie promette già bene. Dalle finestre serrate filtra un pochino di luce e mi rendo conto che sono al disotto di un magnifico soffitto decorato e ancora in ottime condizioni. Non posso fare a meno che pensare “ma quale diamine di scuola può avere questo soffitto così bello?” Ma soprattutto… “Gli alunni che sono passati per di qua…se ne saranno mai resi conto?”. La prima stanza nella quale entro è indecifrabile. Mi sembra di essere all’interno di un rebus: un culla, una poltrona, dischi e giornali, una bottiglia di alcool, un armadio aperto, un disegno alle pareti ed una scritta indecifrabile. Cerco di scervellarmi per un po’ ma non trovo una spiegazione plausibile quindi mi auto-immortalo all’interno di questo fantomatico quadro di video gioco e passo ad un’altra stanza.

E qui signori la magìa più pura. Una voce mi richiama all’attenzione, non sono sicuro di interpretarla nella maniera giusta. La seguo e basta. Ora davanti a me una meraviglia: l’archivio abbandonato. Libri, faldoni e fogli impacchettati mi scaldano il cuore. Scaffali che più alti di me mi circondano inondandomi di dati e di chissà quanti alunni passati dentro quel luogo. La tentazioni è replicare “Il nome della rosa”: tentare di leggere e di memorizzare il più possibile mentre le fiamme del monastero distruggono quella valanga di informazioni scritte a mano. Certo il paragone è un po’ forzato…ma concedetemi un po’ di licenza poetica.

Mi dirigo al piano ancora superiore per scoprire, però, che le aule e i bagni sono ormai a cielo aperto con il soffitto e la muratura quasi del tutto crollata. Pochi banchi, una lavagna e niente più.
Sempre la solita voce mi consiglia di scendere al piano terra ma di passare dalla parte di edificio ancora non visitato. Eseguo. Scendendo le scale fotografo degli enormi finestroni che ormai sono ricoperti di piante rampicanti e mi trovo di fronte ad una porta di legno chiusa ma sfondata in parte. Faccio per compiere un primo passo di avvicinamento quando un rumore alquanto sinistro mi arriva all’orecchio. Nella quasi completa oscurità sento battere ali a destra e manca in un ritmo sincopato. Una sagoma nera attraversa il mio campo visivo sempre più ravvicinata. Nessun suono se non quello del battito d’ali.

Finalmente mi giro e vedo la silhouette in controluce, nessun dubbio: pipistrello.
Mi sento un po’ Bruce Waine (ebbene sì, oggi citazioni cinematografiche) ma sono consapevole che non diventerò Batman.
E non lo diventerò perché lo sono già, ovviamente.

Il sole inizia a calare e le voci dei passanti in lontananza si fanno più forti. Sono ormai tornato all’ingresso di questa fatiscente struttura che un tempo avrà scaturito timore agli alunni ma attraverso compiti in classe e interrogazioni.

Tornando verso la macchina mi rivedo mentre fino ad un’ora prima (o forse più) mi addentravo in quel luogo pieno di fascino e di mistero. Ma se non mi avesse chiamato? Ma se non mi fossi reso conto che ad un passo da me ci fosse cotanta meraviglia? A volte passiamo e camminiamo distrattamente, senza interesse, senza guardarci attorno. A volte, invece, una voce ti chiama e ti costringe a guardare. Ma questa voce non è che la senti per bene, la segui e basta e a volte la identifichi. La mia com’era? Semplice, bella, dolce, come se avesse un con cagnolino in braccio.

C’è la chimica” e io, per primo, non ve lo so spiegare.

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Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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