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“Cielo bianco, luce crepuscolare debolmente filtrata, e fretta sono tre acerrimi nemici della fotografia urbex.” me stesso.
E’ una frase che ripeto nella mia testa, come in loop, da almeno mezz’ora. Perchè? Aiuta a calmarmi, mentre frettolosamente agisco.
Per far cosa? Tenere ferme le braccia per scattare foto, schiacciare le zanzare che mi si posano sulle dita, stare attento a dove metto i piedi.
E tutto questo per…? Esplorare e immortalare un bellissimo, quanto degradato, deposito abbandonato, nel tran-tran tra tre tram, abbandonati.

Un deposito di macerie e lamiere, mi fa contare erroneamente tre veicoli.
Il reale conteggio è di due bus e due tram abbandonati, coperti di edera e rovi.
Per la precisione, due motrici tranviarie interurbane milanesi (n. 111 e 112) nonché due autobus, uno urbano, FIAT 411, sempre di provenienza milanese, e uno genovese, il vecchio 62 XX dell’azienda AMT.
Parrebbe un miraggio : un deposito tranviario, nel bosco, sulla vetta di un monte.
Ma le assurdità non finiscono qui, perché la storia che ruota attorno a questi locomotori ha ancora più dell’incredibile.

Come sono finiti quassù questi tram abbandonati?
Per aggirare una legge che vietava l’edificazione in questi terreni, serviva un colpo di genio. E, si sa, di menti scaltre il Bel Paese abbonda.
Così ci fu l’illuminazione.  I quattro automezzi potevano fungere da immobili, pur non essendoli.
Furono veicolati da camion per trasporti eccezionali, bloccando tutto il traffico della città. Ma il risultato fu efficace.
Nessuna costruzione, né fondamenta. Tutto legale.
I veicoli furono direttamente posizionati e stabilizzati sulle rotaie.

Tutto questo tran-tran per cosa? Niente meno che la realizzazione di un locale esclusivissimo.
Ristorante e sala esibizioni, per musica dal vivo, di band di ogni genere. Rock, blues, metal e jazz, per lo più.
Non è ben chiaro se l’idea di trasportare le carrozze sul monte fosse stata dei gestori stessi o se piuttosto i giovani imprenditori avessero acquistato un complesso pre-esistente, per mettere in atto la loro iniziativa.
Fatto sta che i neo-proprietari ebbero la geniale intuizione di riadattare i tram a ristorante, uno dei bus a cucina ed il rimanente a ripostiglio.
La loro idea era nata frequentando gli eccentrici locali francesi, nei quali si consumava il cibo sempre in buona compagnia di musica live.
Viene cinicamente da domandarsi se non si fossero ispirati anche ai servizi igienici parigini. Già perché i WC del “ristorante su rotaia” erano delle semplici botti di legno, niente più.

L’idea era di portare le atmosfere Bohème nell’entroterra ligure.
E, contro ogni previsione, il meccanismo funzionò.
In soli cinque anni, dal 1990, data di apertura del locale, la clientela crebbe esponenzialmente.
Più il luogo diveniva famoso e più crescevano le leggende attorno ad esso, come quella che i tram fossero stati portati direttamente in elicottero o che fossero stati costruiti da un gruppo di collezionisti fanatici imitando fedelmente i modelli originali.
Concerti, serate di cabaret. Venivano ad esibirsi artisti emergenti e famose band internazionali.
L’apice dell’attività, per lo stupore dei gestori, si raggiunse simbolicamente una sera in cui tra il pubblico si sedette Julian Lennon, figlio di John dei “Beatles”, a godersi tranquillamente uno dei soliti concerti.

Ma, si sa, più cresce la fama, più nascono i guai giudiziari.
Schiamazzi e rumore infastidivano la non proprio “parigina” popolazione dell’entroterra ligure. Lamentele e “mugugni” diventarono presto denunce e atti giudiziari.
Le telefonate al 112 aumentavano di mese in mese. Le firme raccolte per petizioni comunali. Niente di tutto ciò era sufficiente a far chiudere il locale, ma spinse la polizia e i carabinieri ad effettuare numerosissimi controlli, sempre conclusi con un “nulla di fatto”. Poi, una sorpresa.
Era un sabato sera del dicembre 1996, quando i Carabinieri fecero irruzione durante uno delle normali serate del locale, per ritirare definitivamente la licenza ai proprietari.
Il motivo? Pavimento non a norma.
Il destino dei tram era giunto al Capolinea.

Ancora oggi si può definire deposito. Si, ma di rifiuti.
Dopo la chiusura, in vent’anni di abbandono, l’area è stata pesantemente vandalizzata e divenuta discarica abusiva.
I recinti, nell’ultimo anno, sono stati richiusi e buona parte del suo contenuto è stata smantellata.
Restano le lamiere dei tram abbandonati, spazzatura e scheletri metallici.

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