Cosa è davvero l’esplorazione urbana? L’Urbex, per chi non lo sapesse, è l’attività di l’esplorazione, fotografia e racconto degli edifici abbandonati. Chi la pratica, ricerca strutture spettacolari, per le quali è sempre più forte il contrasto tra la complessità delle opere umane e l’azione di rivincita della natura.
Sempre più esploratori urbani scoprono ville affrescate, palazzi nobiliari e, addirittura, interi Castelli, colmi di opere d’arte lasciate alla mercé dei vandali e del tempo.
Pochi sanno che, in realtà, l’Urbex nasce dall’esplorazione del sottosuolo. I primi esploratori erano frequentatori delle catacombe. Alcuni di loro hanno perfino rischiato, o nei peggiori casi perso, la vita per introdursi in zone interdette al pubblico.
Oggi, con questa insolita esplorazione, in Sardegna,riviviamo quelle atmosfere, buie, cupe e “adrenaliniche”. Trattasi di un pozzo profondo ben 88 metri.
Ricordiamo, ovviamente, di non imitarci, e lasciamo spazio ai nostri nuovi compagni (dis)avventure, “Le Pecore Nere“, per raccontarci l’impresa.

Mi chiamo Andrea, scrivo a nome delle Pecore Nere e no.
Non ci conosciamo. Ancora.
Oggi vi racconto per la prima volta di noi, di una notte buia e, da copione, pure tempestosa. Vi racconto di un’idea ambiziosa, di un briciolo di sapienza unita a moltissima pazienza, oltre che una buona dose di determinazione. Questi gli ingredienti di una notte di grandi emozioni, una di quelle di cui baldanzosi ameremo parlare negli anni che verranno quando saremo vecchi pantofolai. Forse già lo siamo. Ma andiamo per ordine:
Una città, un celebre pozzo, un sogno.

Una città. La nostra, Cagliari.
Noi, manipolo di buoni amici (non di fratelli come qualcuno di più illustre ha avuto modo di scrivere qualche tempo fa’), siamo le “Pecore Nere” – respiriamo l’Urbex in quel di Cagliari. La nostra è una città, come tante in Sardegna, arsa dal sole. Nella quale a detta di uno dei suoi più illustri studiosi di fine ottocento, il Canonico Giovanni Spano (lo ammiro moltissimo, sappiatelo), per ogni abitazione del quartiere storico di castello si stimava la presenza di almeno due cisterne.
Si, avete capito bene, non meno di due cisterne mediamente presenti per ogni palazzo, casupola, catapecchia del quartiere di castello. Tante? No, assolutamente no. Questo dato non deve sembrare poi così strano.

L’uomo per vivere ha necessità dell’acqua (… e di birra, ma questa è un altra storia) e dato che la nostra città non è lambita da fiumi o laghi ma è bensì circondata dal mare e da lagune più o meno salmastre, ebbene ci si deve organizzare. Ovvio. Fin dai tempi antichi si beveva quello che il cielo faceva cadere (quando e se lo riteneva opportuno) e l’uomo sapeva sapientemente raccogliere e conservare ma anche “rubare” dal profondo della terra. L’acqua è sempre stata un bene prezioso. Conservarla, trasportarla e renderla fruibile nei tempi di secca faceva la differenza tra la vita e la morte. Non scherzo.

I nuragici è ormai certo che praticassero un culto delle acque nei cosiddetti “pozzi sacri” (un giorno se continueremo a conoscerci meglio vi prometto faremo una visita Urbex ad hoc).
Mi verrebbe da commentare che univano l’utile al dilettevole ma tant’è. I fenicio-punici la raccoglievano tipicamente in cisterne a trincea che sfruttando il declivio collinare raccoglievano il prezioso fluido. I romani poi in cisterne dette “a damigiana” impermeabilizzate dal famoso “cocciopesto” e visto che non scherzavano in quanto ad ingegno e caparbietà, dopotutto ricordiamoci che hanno sfiorato la rivoluzione industriale, magari la trasportavano direttamente nell’antica Cagliari (per loro Karalis) da un paesino distante circa 50 km, Villamassargia, grazie ad un acquedotto per lunghi tratti a sviluppo ipogeico. E via così attraverso i secoli sino i giorni nostri.

Un pozzo, quello di San Pancrazio.
Il nostro pozzo fu scavato in una, all’epoca centralissima ed esclusiva piazza delle roccaforte del Castel di Castro (sempre Cagliari) – si dice nell’anno del signore 1235 dai dominatori dell’epoca: i Pisani. Lo dice una targa litica di fondazione oramai andata persa e documentata da un altro che sulla nostra città nel XVIII secolo qualcosa ha scritto: Giuseppe Cossu (stimo moltissimo anche lui). Fateci l’orecchio perché del Cossu e dello Spano se avrete la (s)fortuna di frequentarci ne sentirete parlare ancora e ancora. Dicevamo, il pozzo, costruito a servizio della roccaforte vi devo dire che presenta una sezione quadrata con lato di circa 6m x 6m nella parte alta dello sviluppo verticale e di 4m x 5m nella parte più profonda. Alla quota di -77m incontra la falda acquifera mentre per toccare il fondo occorre trattenere il respiro e arrivare fino quota -88m. Stupore e ammirazione, nel 1235 un operaio si calava per 88m utilizzando corte certamente non dinamiche armato di una luce improvvisata di un piccone e una pala.
Il tutto per svoltare la giornata e portare a casa il pane. Rispetto per loro (i pisani del 1235) e odio (molto) per quelli che in ufficio si lamentano per l’aria condizionata.

Occorreva rendere il pozzo e le sue dipendenze invisibili ai passanti.
Per motivi di decoro pubblico nella prima metà del XIX secolo (era se non erro il 1823) l’imboccatura del pozzo fu abbassata al di sotto del piano stradale.  Parliamo della noria, mossa da muli, utilizzata per attingere l’acqua oltre che dei ricoveri per gli animali ad essa addetti. Fu anche realizzata una galleria scavata nella roccia e con una bella volta in muratura. L’accesso al pozzo ed il transito degli animali fino alla noria era così garantito. Bene, con grande entusiasmo vi dico che dopo quasi due secoli questa galleria è ancora percorribile e ancora oggi rappresenta l’unico punto di accesso al pozzo. Noi ci siamo passati.
Lo sviluppo planimetrico di quello che potreste vedere nel sottosuolo dell’attuale piazza indipendenza è molto semplice. Vi è un accesso garantito da un tombino stradale di quelli in ghisa. Uno di quelli che pesa un botto. Questo da su una scala in metallo di circa 4 metri alla base della quale parte la galleria. Al visitatore che vi accede si presenta subito alla man sinistra, per dirla al modo del Canonico, un ampliamento voltato con un pilastro centrale che doveva servire come alloggio per gli animali della noria, come è testimoniato dalla presenza di anelli di ferro nelle pareti e di un abbeveratoio, quest’ultimo probabilmente realizzato riutilizzando un antico sarcofago romano. Sulla destra invece, ricavato direttamente sulla parte rocciosa, il busto di Carlo Boyl, in allora Colonnello ed Ispettore dell’Artiglieria Reale a cui si deve l’idea del gran lavoro di ristrutturazione del 1823, sempre se non erro. Infine sul fondo della galleria, lunga circa 30 metri, lui: il pozzo. Coperto da una volta di mattoni e munito di due aperture per il funzionamento della noria, della quale rimangono ora solo poche tracce.

Il sogno, una volta tanto è di toccare il fondo.
Si, lo abbiamo fatto s’è toccato il fondo. L’idea è una di quelle che inizialmente sembrano strampalate e senza molto apparente senso. Nessuna persona normale sogna di toccare il fondo. Ma tant’è noi siamo le Pecore Nere. Dovete anche sapere la notte e le nostre uscite notturne per cavità artificiali o per birre artigianali porta spesso ad un proliferare di idee. Complice l’ebrezza, in entrambi i casi. Molto spesso però quello che si dice di notte rimane con la notte dato che come neve al sole le idee più strane si dissolvono alle prime luci dell’alba. La notte, uso dire, sa fare una buona selezione tra quello che vogliamo veramente e quello che vorremmo. Se un idea vede la prima luce dell’alba … beh allora è quasi fatta e in questo caso, parlo del pozzo e del suo fondo, il “quasi” è realmente d’obbligo.
Ora, sembra semplice. Dopotutto se lasci cadere una pietra questa dopo un tuffo di 88 metri senza molti problemi raggiunge il fondo, del pozzo. Ma non torna a galla e questo per noi è male e soprattutto tiene stretta per se questa lunga caduta nel buio del sottosuolo. Per arrivare ben oltre il pelo dell’acqua, dove in pochissimi sono stati, abbiamo dovuto quindi risolvere alcuni problemi diciamo logistici.

Eravamo consci e consapevoli che avremmo avuto l’autorizzazione dal Comune di Cagliari (i cui gentilissimi funzionari vorremmo, ora e per sempre, ringraziare pubblicamente) per un numero limitatissimo di tentativi. Occorreva quindi arrivare pronti e determinati. La brutta figura era dietro l’angolo e non potevamo e non dovevamo fallire. Ci siamo mossi per le relative autorizzazioni e nell’attesa abbiamo pazientemente ideato, assemblato e provato tutta l’attrezzatura necessaria all’impresa. Parlo di luci subacquee (San Wish), cordame vario di rimando in superficie (San Amazon), macchine e staffe varie (San Bricoman). Il tutto duramente testato in alcuni pozzi minerari sicuramente meno impegnativi rispetto la quota -88m ma non per questo meno divertenti e provanti. Alla fine come si usa dire in questi casi: buona la prima.

Il video che vi proponiamo a seguire è il resoconto di questa nostra piccola grande impresa. Compiuta in una notte nel sottosuolo di Cagliari ma durata qualche mese. E’ un documento a nostro avviso unico oltre che a dir poco spettacolare che vorremmo, orgogliosamente, condividere con tutti voi.
Non rimane altro da dire se non lasciare la parola alle immagini e alle emozioni che spero vi assalgano, numerose, come è stato per noi Pecore Nere, di notte, nel sottosuolo al cospetto del “nostro” pozzo.

Come vi dicevo mi chiamo Andrea, scrivo per a nome delle Pecore Nere e ora senz’ombra di dubbio posso dire che ci conosciamo un pò di più.
Buona visione e a presto.
Alessio Scalas
Luca Marotto
Federico Casti
Andrea Gambula.

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Ascosi Lasciti
Ascosi Lasciti
Il progetto di Ascosi Lasciti nasce nel 2010, dall'occhio astuto di Alessandro Tesei (giornalista d'assalto e regista di importanti reportage). Si sviluppa grazie alla maniacale cura di Davide Calloni, per poi prendere la sua forma finale con i ragazzi di SubwayLab. Il tema è l'abbandono di infrastrutture, trattato in tutti i suoi aspetti e ambiti. La sua forza? Un team eterogeneo di esploratori urbani, giornalisti e fotografi sparsi in tutta Italia e nel Mondo.

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