Una storia già conosciuta. Fin dall’antichità la Sardegna ha visto il suo territorio violato dai cercatori di minerale. Sin dalla preistoria, con l’estrazione dell’ossidiana, il vetro vulcanico commerciato poi in tutto il bacino mediterraneo, al periodo nuragico, fino ad arrivare all’arrivo dei fenici, cartaginesi e romani, attratti dalle immense risorse metallifere dell’Isola.
Importanti ritrovamenti di carattere archeologico sono stati rinvenuti nella Sardegna sud-orientale, zona ricca di giacimenti di ferro, rame e piombo ed è proprio in questa zona che si trova uno dei villaggi minerari abbandonati di maggior fascino: il villaggio di Monte Narba.
Per cogliere tutti i suoi più reconditi segreti non basta di certo una visita ed ecco perché noi Pecore Nere ci siamo recati sul posto diverse volte, con la luce calda del giorno, con la pioggia, arrivata improvvisamente dal mare poco distante, o con il calare del buio in cui le ombre si allungano minacciose per poi ritrarsi improvvisamente dentro i vecchi stabili all’avanzare delle nostre luci frontali.

Monte Narba è un rilievo di circa 650 mt che sorge nel Sarrabus Orientale e rappresenta il limite a Nord-ovest del filone argentifero denominato appunto “La via dell’argento”, una lunga fascia metallifera lunga 35 km e larga 15.
La specificità della miniera di Monte Narba era costituita dalla presenza di argento nativo e dei maggiori minerali argentiferi quali la galena.
La prima concessione per lo sfruttamento minerario venne data nel 1622 a Giovanni Antonio Agus che però non riuscì a sfruttare il giacimento d’argento per una serie di difficoltà tecniche. Oltre duecento anni dopo, nel 1872, la Società Anonima delle Miniere di Lanusei ottenne la concessione, avendo ingenti risorse finanziarie garantite da una cordata di investitori genovesi e le capacità tecniche dell’ingegner Gian Battista Traverso.
Nel 1876 erano già all’opera 300 operai, saliti a 936 nel 1882 con la quantità di minerale estratto che si attestava sulle 1444 tonnellate.
La montagna veniva svuotata dall’interno, e l’occhio umano arrivò a vedere la profondità di 370 mt sotto il livello marino con ben 14 livelli di gallerie per uno sviluppo complessivo di 18 Km.

Contemporaneamente ai lavori nel sottosuolo si sviluppavano le strutture a servizio delle attività.
Prendeva corpo un villaggio del tutto autosufficiente con dormitori, uffici, officine, depositi, e infine nel 1890 un piccolo ospedale.
La crisi purtroppo arrivò in breve tempo e alla fine dell’ultimo decennio del 19° secolo la miniera cominciò a dare i primi segni di esaurimento. Molti cantieri vennero chiusi e proseguì solo la ricerca nella speranza di scoprire qualche nuovo ricco filone.
Dopo diversi passaggi di proprietà la storia estrattiva si concluse con la società Montevecchio nel 1935, con un ultimo colo di coda nel 1960 in cui vennero effettuate delle operazioni di ricerca di barite e fluorite.
Negli anni ’70 del secolo scorso la Compagnia immobiliare della Torre di Genova acquistò i terreni dove vennero impiantati vigneti, oliveti, agrumeti e frutteti oltre all’allevamento di alcune migliaia di capi di bestiame ovino e caprino. La foresta circostante, ricca di alberi ad alto fusto venne valorizzata e sfruttata per la produzione di carbone.

In questo periodo 6 famiglie abitarono il borgo: la famiglia del dirigente tecnico, quella della guardia giurata, del cantiniere-giardiniere, due famiglie dei pastori, la famiglia di un operaio generico ed il custode delle scuderie per in totale di oltre 30 persone.
Ogni edificio della vecchia miniera venne riconvertito senza alterarne minimamente la struttura.
Oggi sono un cumulo di macerie e la violenza dell’acqua ha in buona parte contribuito all’ormai inarrestabile degrado.
Nel corso degli anni diverse alluvioni hanno trasportato con furia il materiale delle discariche prodotte dalla miniera, invadendo gli edifici e sfondandone le pareti. I danni maggiori li hanno subiti gli edifici presenti nella parte bassa della vallata.

Su tutti spicca Villa Madama, la residenza del direttore. Ha un corpo principale a tre piani con una poderosa balconata in ferro. Due ali secondarie, più basse, affiancano l’edificio centrale. Stucchi ed affreschi adornavano le grandi stanze e i racconti narrano di come durante la prima guerra mondiale un contingente di prigionieri austriaci venne ospitato nel villaggio e tra questi un ufficiale, probabilmente per sfuggire alla inattività della prigionia, affrescò con gusto le volte della Villa e degli uffici tecnici.
Gli altri stabili, ancora in piedi a fatica, comprendono l’ospedale, l’officina meccanica, la laveria, la falegnameria e la centrale elettrica e, poco lontano, il pozzo principale collegato ad una dozzina di gallerie, chiamato “Sa Macchina Manna” (la macchina grande).

Inutile scrivere che, ogni volta che visitiamo il villaggio, lo stato degli edifici peggiora. Immaginiamo come potesse essere la vita di chi ci ha lavorato nei periodi di massima estrazione, magari perdendo la vita proprio in quelle terre.
I nostri passi oggi calpestano solo la polvere e i detriti delle stanze spoglie in cui solo alcuni affreschi scrostati ricordano gli sfarzi di un tempo ormai troppo lontano.

Le Pecore Nere:
Alessio Scalas
Luca Marotto
Federico Casti
Andrea Gambula.

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Ascosi Lasciti
Ascosi Lasciti
Il progetto di Ascosi Lasciti nasce nel 2010, dall'occhio astuto di Alessandro Tesei (giornalista d'assalto e regista di importanti reportage). Si sviluppa grazie alla maniacale cura di Davide Calloni, per poi prendere la sua forma finale con i ragazzi di SubwayLab. Il tema è l'abbandono di infrastrutture, trattato in tutti i suoi aspetti e ambiti. La sua forza? Un team eterogeneo di esploratori urbani, giornalisti e fotografi sparsi in tutta Italia e nel Mondo.

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