Silenzioso addio al secolo scorso

Il destino di Croce non coincide con quello di più famosi piccoli centri (dis)abitati della Campania, svuotati per cause naturali – ovvero terremoti – e lasciati all’erosione della natura stessa, che ricresce impietosa sopra i mattoni degli edifici abbandonati. Questo sconosciuto paesino del Casertano, isolato su un’altura, è la metà deserta di Rocchetta e Croce, un ‘comune sparso’ che ad oggi, nella parte abitata (Rocchetta) distante qualche chilometro, conta poco più di 400 anime. Gli abitanti di Croce hanno invece lasciato le loro case verso la fine del secolo scorso, trasformando nell’odierno borgo fantasma quello che fu un insediamento sorto proprio sui resti di un’altra città abbandonata, a sua volta crollata nel lontano 849 d.C. sotto i saccheggi dei Saraceni. Ma, si diceva, lo spopolamento qui non è il risultato di disastri sismici, bensì si è compiuto per evacuazione spontanea, come spesso accade nel caso di piccoli centri mal collegati e privi di prospettive di sviluppo economico.

La storia di un luogo è però materiale per enciclopedie. Il resto è esperienza, esplorazione, (ri)scoperta. Chi oggi raggiunge Croce viene accolto da tre randagi, che abbaiano come cani da guardia, quasi a protezione dei ricordi conservati tra le pietre e i mattoni del paese. Per chi arriva da valle, l’approdo è una piazzola di sosta piuttosto nuova e curata, quasi come se il borgo fosse ancora in vita. E un’anima viva in fondo c’è ancora, è l’ultimo superstite, anche se solo part-time: un anziano signore – che per comodità chiameremo Antonio – che di tanto in tanto guida fin quassù per dare cibo ai cani e curare le sue terre coltivate. Antonio ci ha visti passare, ci ha salutati e ha proseguito oltre. Ci siamo avventurati da soli, nella massima quiete, tra le case diroccate, la chiesa ormai cadente e le poche stradine che collegano l’uno all’altro edificio. E se gli esterni dicono poco, gli interni delle case rivelano non poche sorprese: qua e là i resti di arredamenti, utensili, coperte, oggetti d’ogni tipo, giornali, riviste, lettere. Tutto sommerso da polvere, muffa, ruggine: dal trascorrere del tempo. Quella perfetta mescolanza di decadenza e di residui di vita vissuta, di appassimento e di resistenza del passato.

Spingendoci verso un fianco del borgo, abbiamo ritrovato i randagi, ancora ostili. Antonio li ha tranquillizzati, quindi ci ha accompagnati per qualche decina di metri, raccontandoci la triste storia della desertificazione del centro abitato e il rammarico per i furti avvenuti nel corso degli anni nelle abitazioni sguarnite. Ci ha mostrato la casa ormai spoglia ancora in suo possesso (per la quale ancora paga le tasse!) e ci ha svelato un’abitazione sotterranea che lui stesso non ricordava bene, dato che per rispetto ci tiene a non violare la soglia di una dimora non sua. Dentro, tutto era intatto: sedie, tavoli, pentole, credenze, un’antica bilancia, poi piatti di porcellana, posate d’argento, una vecchia foto strappata. E all’esterno, oltre l’uscita sul retro, uno strano, macabro tubero putrefatto e un pupazzo di un clown che completano lo scenario vagamente horror di questo paese fantasma.

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Lorenzo Jedermann
Lorenzo Jedermann
Docente universitario di letteratura tedesca e giornalista pubblicista, con la passione dell'esplorazione. Tutto è cominciato da piccolo, dopo aver visto “I Goonies”. Il fascino della scoperta si è riacceso in età adulta e si è tradotto in una ricerca metodica, quasi ossessiva di luoghi abbandonati. Il suo progetto derivesuburbane.it si occupa dell'architettura 'fantasma' in Campania.

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