Si chiama “coda dell’occhio”.
È un modo di dire ovviamente. Si usa quando percepiamo qualcosa all’improvviso ad un’estremità del nostro campo visivo. Un movimento fugace, un gatto nero, una persona sospetta o…un luogo abbandonato.

La “coda dell’occhio” è fondamentale in certi casi. Sul palco durante uno spettacolo, per esempio, puoi notare fuori quinta ciò che accade o captare al volo un suggerimento. Molto più banalmente, invece, quando percorri una strada a scorrimento veloce puoi notare un casolare immerso sulla collina e quasi totalmente coperto dagli alberi. Ci è bastata una finestra ed un angolino di tetto dismesso.

E va esattamente così. Io e il mio prode compagno di avventure urbex Valerio siamo diretti in macchina verso un luogo abbandonato decisamente affascinante del quale lui ha sentito parlare e all’interno del quale, però, non si è mai recato. Attrezzatura pronta, ritrovo mattutino e via.
Manca almeno mezz’ora alla meta designata quando tra le nuvole che sovrastano l’automobile scorgiamo all’improvviso alla nostra sinistra un qualcosa di sospetto. L’“urbex-radar” entra in azione ed eccoci pronti ad accostare, controllare col satellite la posizione in cui ci troviamo ed individuare una stradina in mezzo alla natura che ci porti lì sopra, alla scoperta.

Ci troviamo a parcheggiare a ridosso di un campo sterrato, poco distante da un cancello di ferro battuto. Notiamo al di là delle sbarre un vialetto in salita al cui termine, tra rovi e piante lasciate crescere selvaggiamente, si erge un casolare imponente di tre piani. Dalla cassetta della posta fuoriescono giornali pubblicitari recenti. Riusciamo facilmente ad aggirare il cancello in quanto la tenuta è sprovvista di muretti e di recinzioni, eccezion fatta per qualche metro di fil di ferro sorretto da alcuni paletti di legno ormai logori.

Quella che doveva essere l’entrata principale è inaccessibile causa rovi e portone in legno massiccio sigillato. Aggiriamo quindi l’immobile e veniamo subito attirati da una piccola chiesetta. Decidiamo, però, di entrare prima nell’edificio principale tramite una porta in legno spalancata. Di fianco noto un’incisione nel marmo. Purtroppo dati i miei studi da informatico (abbastanza fallimentari) mi è sconosciuto il messaggio che vedo in quanto le frasi sono formulate in latino. Vi è però una data incisa coi numeri romani: MDCCXC, ovvero 179.

Dal retro accediamo a quella che, probabilmente, era la zona meno nobile della struttura: le cantine con annessi ripostigli per cibo e attrezzi vari. Una stanzetta al cui centro vi è una scrivania piena di libri rilascia un odore stantio non indifferente. Entriamo in una stanza con le pareti in pietra ed un vecchio camino. Alla nostra sinistra un portone di legno. Ne apriamo le ante ed è subito colpo di scena! Un tavolo da biliardo dismesso occupa tutta la stanza che ci troviamo di fronte! Scatta subito la foto ricordo, senza esitare nemmeno un momento!
Troviamo a seguire un altro camino ed una stanza con documenti vari su quello che era…anzi…su quello che sarebbe dovuto diventare questo posto incantevole.
Un pacco di volantini pubblicitari invitano i lettori ad investire sul terreno e sulla tenuta per la costruzione di un resort esclusivo pieno di confort in mezzo alla campagna.

I prezzi indicati sono ancora in lire. Ne deduciamo, quindi, che il progetto è stato abbandonato (insieme alla tenuta probabilmente) almeno quindici anni fa’.
Torniamo alle cucine e decidiamo di prendere una scala buia e tetra della quale non vediamo la fine. Torcia alla mano e giù negli inferi. Dopo svariati scalini dismessi ci ritroviamo nelle enormi cantine all’interno delle quali campeggiano ancora botti giganti di legno e attrezzi vari del settore agricolo (ricordate…? Studi informatici ahimè).

Mi colpisce molto una sorta di passaggio segreto scavato nella pietra che si restringe sempre di più e che collega le cantine in cui ci troviamo alla parte opposta della tenuta. Uscendo, infatti, dopo aver incontrato almeno un paio di cadaveri di animali, mi ritrovo di fronte un altro edificio a due piani. Esploro velocemente e non trovo nulla di interessante, semplice rimessa per gli attrezzi e mobili accatastati. Ma mi torna in mente una cosa importante.
Quasi ci eravamo dimenticati della chiesetta che vedevamo all’inizio nascosta dalle piante e dalle erbacce che ne coprono quasi tutto l’accesso.
Qualcosa ci richiama all’attenzione, forse semplicemente suggestione.

Varchiamo la soglia della piccola chiesa e sulla nostra pelle sentiamo un abbassamento di temperatura glaciale. Davanti ai nostri occhi, infine, a completare quel quadro decadente, ecco una bara scoperchiata. I banchi su cui sedersi sono completamente marci e ricoperti di escrementi di volatili. Sono ancora tutti in fila precisamente l’uno dietro l’altro. Il piccolo altare conserva la sua centralità e un piccolo “recinto” di marmo si pone esattamente al centro dello spazio. Vado un po’ a memoria ma non trovo nella mia mente un altro luogo sacro nel quale sono stato che presenti una tomba al centro di una navata. Solitamente, per quello che ne so io, i resti di un santo o di un nobile sono nelle cripte o in piccole cappelle ai lati delle Chiese. “Situazione curiosa” penso. Ci mettiamo a cercare un nome o una data per risalire al defunto ma non troviamo nulla, solo lastre di marmo spezzate. In cima all’altare un lenzuolo bianco e sporco fa da cuscino a svariate croci in legno e ad un cero spezzato.

Ci accorgiamo, una volta tornati alla luce del sole, che di fianco a questa piccola chiesetta vi è un minuscolo orticello. Non sappiamo esattamente che cosa vi sia piantato (sempre causa studi solo informatici)…ma sembra vivo e quasi ben curato. Forse qualche contadino passeggero coltiva ancora qualche pianta e perché no…qualche sogno.
Ripercorriamo il vialetto di accesso alla tenuta e, superato un campo pieno di fango, torniamo alla macchina. Via verso la meta designata. “Eh si…saresti stato proprio un bel resort” penso mentre lancio un ultimo fugace sguardo agli alberi e alle nuvole con la coda dell’occhio.

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Matteo Montaperto
Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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