Non ho problemi ad ammetterlo: l’esplorazione urbana per me comincia e finisce con il bisogno tutto personale di scoperta e attraversamento di uno spazio, e quello spazio lo guardo soltanto con gli occhi del presente. Quelle macerie accumulate al suolo, quelle pareti sbucciate e ammuffite, quei tetti collassati non sono altro che ciò che appaiono adesso e il loro fascino è proprio nel loro stato attuale di disfacimento.

O, nel caso dell’archeologia industriale, è il metallo deformato e scardinato; sono i macchinari silenziati e addormentati, ormai antiquati; o, ancora, le lamiere sradicate, le centraline spente, le scale metalliche corrose dalla ruggine. Tutto questo mi parla nella lingua muta di un passato scomparso ed è in questa distanza priva di spiegazioni e certezze che posso cullare il gusto dell’esplorazione.

Poi si torna a casa: qualche sassolino nelle scarpe, qualche macchia sui pantaloni, un po’ di sano eternit nei polmoni, e la sensazione che ancora manca qualcosa. Sembra quasi doveroso rendere giustizia a quei luoghi, recuperare il senso di quello che si è visto. Ora sì, ricostruire una storia: che è sociale, economica, politica, soprattutto umana.

Sono gli anni Sessanta, un nome importante dell’industria edilizia internazionale e italiana apre una filiale campana adibita alla produzione di lastre di vetro per finestrini di autovetture. Si tratta di un’area di quasi 500.000 metri quadri, prospettive di sviluppo e di lavoro in una regione che ne ha bisogno. Non troppo distanti, prestigiosi monumenti storici di fama mondiale. Qui una zona industriale concepita per riattivare l’economia del territorio.

Un trentennio scarso, e la fabbrica fallisce, l’area va incontro a progetti mai compiuti di rivalutazione, e oggi non ne resta che una carcassa abbandonata. Di recente, le bravate di qualche ragazzino con annessi incidenti hanno spinto a mettere la fabbrica sotto sequestro. Come se non bastasse, si è anche scoperto un accumulo di rifiuti tossici sotterranei, detto ‘piscina rossa’, contenente metalli pesanti e nello specifico arsenico. Probabilmente non ce lo siamo portati a casa insieme ai sassolini, alle macchie sui pantaloni e all’eternit, ma di certo non è la fonte ideale per i dodici pozzi della zona utilizzati per la fertirrigazione.

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Lorenzo Jedermann
Lorenzo Jedermann
Docente universitario e giornalista pubblicista, la passione dell'esplorazione è sbocciata da piccolo con l'illuminante visione del film “I Goonies”. Il fascino della scoperta si è riacceso in età adulta e si è tradotto in una ricerca metodica e incessante di luoghi abbandonati. Il suo progetto derivesuburbane.it si occupa dell'architettura 'fantasma' in Campania.

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