Squadra che vince non si cambia. In campo solo i titolari…e difatti io e l’amico Valerio siamo di nuovo in macchina pronti a giungere ai piedi di un altro magnifico “abandoned place”. L’ora di pranzo è appena passata e le nuvole incombono sempre più minacciose davanti ai nostri occhi. Mi torna in mente il monologo di Riccardo III solo per la parola “nuvole”, alla quale sono parecchio affezionato.

Nonostante il tempaccio l’umore della truppa è abbastanza euforico. Sappiamo, grazie ad una “soffiata”, che il posto in cui andremo potrebbe rivelarci enormi soddisfazioni. Personalmente, preferisco di gran lunga le giornate uggiose a quelle troppo assolate, anche fotograficamente parlando.

Accostiamo la macchina nei pressi di una fermata del bus. Attorno a noi, alberi mossi fortemente dal vento e gocce di pioggia minacciano le nostre reflex. Di fronte, però, in cima ad una collina sommersa dalla vegetazione spontanea e nuvole cariche di acqua…un edificio inquietante come non mai. E un campanile di pietra.

Giungiamo ai piedi della collina che vedevamo di fronte a noi. Il cancello arrugginito della struttura è aperto. Ci addentriamo e, alla nostra sinistra, ecco un sentiero di ghiaia perdutamente lungo, che tende a salire sempre di più. “Gambe in spalla”, sciarpa ben salda al collo e via!
Arriviamo in quello che una volta doveva essere il grande parcheggio principale. Un piccolo spiazzo con degli alberi precede delle piccole casupole la cui vernice rossa è ormai del tutto scrostata. Sentiamo degli strani rumori accompagnati da versi animali: capita spesso durante le nostre esplorazioni. Detto fatto, in lontananza ecco apparire la timida testa di un cavallo bianco. (Che Walking Dead sia con noi!)

Superato lo spavento, entriamo. I corridoi interni sono quasi completamente al buio. Qualche sprazzo di grigia luce illumina a malapena per terra e, solo grazie alla torcia, riusciamo a non mettere i piedi nelle buche profonde che presenta il pian terreno. Arriviamo, poco dopo, in un portico recondito composto da quattro lati di finestre ormai frantumate. Queste delimitavano un cortile interno al cui centro si può ancora notare quello che sembrerebbe, a tutti gli effetti, un pozzo. Erbacce e mobili accatastati ci impediscono l’accesso ma notiamo che l’edificio conta almeno tre piano sopra di noi. I volti degli archi che ci circondano conservano, seppur in pessimo stato, degli affreschi ecclesiastici sopra di essi.

Dopo la solita sensazione di sentirsi intrusi, nasce la voglia di curiosare. Sentiamo crescere dentro di noi la voglia di esplorazione e di essere stupiti magistralmente. Detto fatto: da uno dei quattro lati si accede ad una piccola scala buia. Due tre passi e…il blu. Cambio totale di colore. Davanti ai nostri occhi una chiesa totalmente fatiscente che, sicuramente, era inglobata all’interno della struttura e quindi non visibile dall’esterno. La navata centrale presenta un soffitto quasi del tutto ammuffito. La sua facciata viene resa ancora più inquietante dal gioco di ombre che provoca la luce che entra solo frontalmente da un lucernario, posto sopra il portone d’ingresso. Troviamo ancora l’altare in marmo avvolto da rosee pareti. La navata, poi, presenta su un lato tre strette cappelle con altrettanti piccoli altari e degli spazi per delle statue che non vi sono più. Il blu ci avvolge ancora. Il colpo d’occhio dal fondo della ex chiesa è un qualcosa che per gli appassionati di Urbex non si dimentica facilmente.

Decidiamo, con Valerio, di separarci momentaneamente. Mi metto, quindi, all’esplorazione dei piani superiori consapevole del fatto che non troverò nient’altro di simile a ciò che ho appena visto. Infatti i corridoi, ora luminosi, presentano muri divelti e parecchie (forse troppe) correnti d’aria gelida.

Sembra strano ma sento che manca qualcosa in questo edificio. Il ragionamento dura il tempo di un lampo. La fermata del bus con la veduta esterna dell’edificio sommata alla scoperta della chiesa interna fa senza ombra di dubbio…un campanile da ritrovare. Torno nei pressi della chiesa e percorro una piccola scala contornata da pareti blu-scuro che mi porta al primo piano e, più precisamente, all’altezza di una balconata sopraelevata. Mi guardo attorno e noto un altro piccolo corridoio dalla pavimentazione dissestata che porta di fronte ad una piccola porticina sostenuta da un arco in pietra.

Chino la testa per entrare e mi torna in mente Indiana Jones: “solo l’uomo penitente potrà passare”. Mi ritrovo quasi al buio all’interno di una torretta completamente costruita con pietre antiche. Davanti a me una scala a chiocciola in metallo totalmente arrugginita e con il corrimano dissestato. A lato un montacarichi ormai in disuso. Alzo lo sguardo. Al di là dei vortici della scala un altro piccolo passaggio e la luce delle nuvole che filtra. Sono dentro il campanile.

Ricontatto subito Valerio e decidiamo per la folle ascesa. Con estrema cautela (maledizione al nostro quasi metro e novanta) arriviamo passettino dopo passettino in cima alla scala traballante e cigolante. Salvi. Almeno per il momento. Capiamo di essere giunti sul tetto della struttura. Davanti a noi l’apertura del cortile interno che vedevamo dal basso. Alle nostre spalle, la seconda sorpresa della giornata. Fra nuvole e gocce di pioggia ecco l’apice del campanile con tanto di campana e orologio in ferro battuto.

Passiamo qualche minuto ad ammirare cotanta bellezza. Poi decidiamo di lasciare spazio al nostro urbex-egocentrismo facendoci alcuni scatti a vicenda. Valutiamo l’ipotesi di arrivare sino all’orologio sopra di noi ma le piccole scalette che vi ci portano sono quasi del tutto crollate e, considerata l’altezza, optiamo per preservare la nostra integrità fisica.

Con estrema cautela torniamo all’ingresso della struttura e ripercorriamo il lungo viale ora in discesa. Davanti a noi scorgiamo altre casupole abbandonate e decidiamo, quindi, di proseguire ancora di fronte a noi, in direzione “ostinata e contraria”. Il paesaggio che ci troviamo di fronte è altamente inquietante. Alcune strutture sono completamente sbarrate, mentre altre sono aperte ma ormai prive di qualsiasi anima.

Ci rimane da esplorare, alla fine di questo secondo viale, un piccolo fabbricato. Sulla facciata, una grande entrata sigillata. A lato, una struttura in ferro che probabilmente serviva da riparo per la vedetta o il custode. Il termine “vedetta” non è usato a caso in quanto questa struttura ha tutta l’aria di essere un ex sito militare.

Aggiriamo l’ostacolo e troviamo una piccola porta scardinata da cui poter passare, seppure con difficoltà. All’interno siamo quasi totalmente al buio. Ci rechiamo, quindi, oltre il primo corridoio per trovarci ancora una volta inglobati in una struttura che presenta un cortile interno e quattro lati perimetrali composti da finestre ormai dai vetri infranti. Il blu, però, predomina sempre. Visitiamo solo stanze e cunicoli e l’unica stranezza che annotiamo è un termosifone completamente posto al centro di una stanza. Al primo piano, infine, troviamo vecchi documenti e mobili accatastati alla rinfusa. Ci accompagna sempre il gelido vento che entra costantemente sibilando attorno a noi.

Il blu del cielo fa spazio all’indomabile grigio. Le nuvole diventano sempre più scure e il sole, per quanto invisibile, inizia a calare.  Ripercorriamo i lunghi sentieri che ci riconducono alla macchina e, nonostante la stanchezza fisica, siamo del tutto soddisfatti. Congelamenti a parte, ovviamente.

Da una ricerca vengo a sapere che la struttura nasce come edificio di culto tra i secoli XVI e XVII. Tra l‘800 e il 900 viene adibita ad istituto medico di prevenzione per passare, successivamente, a spazio di accoglienza per famiglie bisognose. Negli anni ’60 cambia ancora attività e diventa, per poco tempo, uno spazio estivo per bambini e ragazzi. La storia di questo posto, però, non si conclude e per anni viene utilizzata come deposito militare. Oggi, da poco più di dieci anni, e dopo svariati progetti scartati, è in stato di totale abbandono. Si vocifera l’intenzione di alcuni investitori privati che vorrebbero farne un albergo di lusso ma le voci sono come il vento gelido che abbiamo sentito: vanno e vengono senza fermarsi.

Stremati, torniamo indietro. Lascio Valerio al punto in cui ci eravamo incontrati la mattina e torno verso casa. Le nuvole. Le nuvole mi hanno accompagnato per tutto il viaggio e sul quel campanile pareva quasi di poterle accarezzare. Riccardo III mi avrebbe guardato forse con un occhio di invidia…o probabilmente avrebbe fatto in modo di farmi arrestare. Ripenso spesso a quel piccolo spazio ventoso di fronte il campanile e ancor più mi chiedo cosa avrei trovato nei pressi dell’orologio in ferro battuto che non ho potuto raggiungere. Forse una piccola nicchia in pietra. E dal grande buco centrale senza più lancette avrei potuto mettermi al posto del tempo…per guardare meglio quelle nuvole. Le nuvole dai riflessi blu.

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Matteo Montaperto
Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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  • Avatar Massimiliano Ubaldi ha detto:

    Ciao,sono il cordinatore di uno team stunt professionista, sono molto interessato al posto che hai denominato “Campanile tra le nuvole” per girare un piccolo video,è possibile sapere dive si trova? Sarebbe il luogo perfetto per noi. Grazie
    Massi

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