Ricordate il mio ultimo articolo? Tutta quella sensazione interna e viscerale descritta amabilmente citando la celebre serie “Stranger Things”? Ebbene, il primo pomeriggio di quella fredda giornata invernale non era ancora scomparsa. Si celava lì, dentro il mio stomaco pronta ad esplodere. Io, sempre nei panni dello sceriffo Hopper accompagnato dai preziosi ragazzi di Undisclosed: Tuscia, mi accingo a risalire in macchina e cambiare direzione. Ci dirigiamo verso un piccolo paesino le cui strette vie pietrose riempiono gli occhi semichiusi dal gelido vento stagionale. Tentiamo l’ingresso in un vecchio palazzo annerito dal tempo. Si inizia subito male: palazzo occupato e stanzone alla nostra sinistra pieno di rifiuti (e probabilmente anche di malattie) di ogni genere. No way.

Usciamo di nuovo all’aria aperta (mai più gradito come in questa occasione, il vento gelido) e ci addentriamo a piedi per una stradina leggermente in salita. Un palazzo visibilmente abbandonato troneggia alla nostra sinistra. Un portone di legno massiccio sbarrato e una targa ormai sbiadita dal tempo su cui leggo “Orfanotrofio”. Siamo nel posto giusto. Nella mia testa, la sigla di “Stranger Things” aumenta di volume.

Riusciamo ad entrare, grazie ad una porta dismessa nel vicoletto adiacente che fungeva, quasi sicuramente, da entrata secondaria. Nel piccolo cortile al quale accediamo vi sono travi di legno marce che sostengono un piccolo terrazzo e dell’erba incolta al centro della quale emerge la statua di una Madonna che conserva, stranamente, un pallido candore.

Entriamo nel vecchio edificio e l’odore di muffa accoglie subito le nostre narici. Sulla sinistra, una stanza quasi completamente buia. Col sussidio di alcuni LED iniziamo ad esplorare. Ci rendiamo conto di essere nella zona “pranzo” con vecchie dispense che contengono ancora piatti, stoviglie e persino vecchie scatolette metalliche di the. Al di là di una porta a vetri, poi, un piccolo stanzino al cui interno vi è solo, poggiata lì per chissà quale motivo, la statuetta di un’altra Madonnina con le mani aperte in preghiera. Perché proprio lì ad attenderci? Stranger Things.

Salite le scale del corridoio principale, ci troviamo al primo piano. Oltre ai bagni i cui lavandini sono ormai totalmente un pezzo di ruggine, ci troviamo in una stanza molto particolare. Alla parete un quadro scrostato in formato quasi panoramico, dall’altro lato della stanza, invece, sedie e reti metalliche accatastate una sull’altra. Poi un baule. Di legno. Avete presente quelli dei pirati? Quelli con i tesori dentro? L’aspetto è identico. Un forziere. Tanto vecchio quanto solido purtroppo. Tento di aprirlo ma non c’è nulla da fare. Cosa conterrà al suo interno? Stranger Things.

Al piano superiore troviamo, poi, uno stanzone svuotato (sicuramente adibito a chiesa) e un’altra piccola area con ulteriori bagni e con, arrotolati, enormi disegni ad acquerello che fungevano (probabilmente) da scenografia per qualche rappresentazione o recita. Il desiderio di saperne di più è tanto ma ci rendiamo conto che in questo punto della struttura il pavimento reagisce ai nostri passi in maniera insolita. Trema e affonda leggermente. Stranger Things? No, semplicemente può crollare da un momento all’altro.
Torniamo di sotto, che è meglio.

Spettacolari anche i sotterranei. L’accesso è totalmente buio e le pareti che ci circondano sono in pietra massiccia. Se parlassimo sempre di serie, ora saremmo in pieno nel “Trono di Spade”. Ci ritroviamo all’interno di un vero e proprio bunker di pietra la cui temperatura è decisamente molto più fredda di quella che abbiamo appena lasciato. Vi sono alcune bottiglie di vetro accatastate e massi crollati dal soffitto. E poi la muffa. Tanta muffa. Troppa muffa.

L’ultima stanza che visitiamo è la più interessante.
Precede una piccola cappelletta con tanto di altare e candele consumate a metà. Al muro sono accatastati banchi e sedie per bimbi molto piccoli, quasi a formare quattro piccole torrette. Da un cassetto di un mobile pende una vecchia chiave arrugginita e ai piedi di un vecchio divano giace la foto invecchiata di un neonato. Ho detto foto? Sembra quasi un ritratto ben fatto, in effetti. Rimango a fissarlo per un po’ quando mi accorgo che, poggiata delicatamente sullo stesso divano, spicca un’altra fotografia molto più piccola. È curvata e scolorita dal tempo. Due visi anziani. Lei ha un sorriso accennato, lui un’espressione quasi di dolore. Chi sono questi signori? Perché sono lì di fronte a me? O perché (è lecito) sono io di fronte a loro, si staranno chiedendo. Stranger Things? Assolutamente sì, proprio nelle ossa. Da brividi.

Faccio una cosa che mi capita raramente di fare: fotografo la foto.
Il ricordo di un ricordo. Di un lontano ricordo, in questo caso. “Lontano” è l’aggettivo più giusto considerato che il palazzo all’interno del quale mi trovo risale al 18° secolo. Fu bombardato quasi totalmente e ricostruito dopo la fine della 2° guerra mondiale. Lo stato di abbandono, però, risale al 1985/86 dopo essere stato un “ricovero ed un’istituzione per l’educazione fisica e morale delle fanciulle in stato di indigenza o per le fanciulle non povere dietro pagamento”.

Torno all’aria aperta e passeggio all’interno del vecchio cortile arrivando alla fine dell’erba ormai abbondantemente cresciuta. Di fronte a me un muretto in pietra. Al di là di questi sassi un panorama stupendo arricchito da un precoce tramonto invernale. Monti verdeggianti e nuvole che circondano le cime alberate.

Il sibilo del vento.

Stranger Things? No, madre natura.

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Matteo Montaperto
Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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