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Curon Vecchia : paese annegato da un lago di profitti

Da Ottobre 15, 2019 Nessun commento

“Poi la vita è diventata più veloce: una gara senza freni. Non ci sono premi.
Ma dove c**zo vai se non sai da dove vieni?” Maurizio Pisciottu

Progresso e umanità. Rispetto dell’individuo e bene collettivo.
Corrono e dovrebbero essere sempre di pari passo.
Non è questo il caso di Curon, paese annegato dalla sola logica del progresso e di un bene collettivo più ampio della singola comunità.

Nata dopo l’anno mille, di Curon si hanno le prime notizie ufficiali nel 1147.
In circa ottocento anni di vita, il paese deve affrontare, in ordine cronologico, un’epidemia di peste, i saccheggiamenti delle popolazioni barbariche, l’esondazione catastrofica del Rio Carlino, una gigantesca frana, l’occupazione delle truppe tedesche e i bombardamenti aerei. Non male come “copione” storico. Ma la trama non è abbastanza ricca di colpi di scena. E così, si giunge al finale a sorpresa.

L’inizio della fine. Negli anni ’20 i primi tentativi di costruire una diga per la centrale elettrica alzano il livello del lago di Resia di circa cinque metri.
Non contenti, vent’anni dopo , i vertici dello stato italiano danno il permesso alla società “Montecatini” di ampliare progetto. Il lago deve diventare molto più grande, per produrre più energia. E per farlo bisogna includere il paese nel piano. Più che includere: inglobare, immergere.
Ma la guerra frena tutto.
Provvisoriamente.

Nel 1947 ripartono i lavori. Inutili le proteste portate avanti per anni dai cittadini. Vani anche i tentativi di fare leva sulla coscienza del Papa, il lascivo Pio XII: tutto inutile. I cittadini vengono sfrattati e invitati ad abitare in rozzi prefabbricati e fredde baraccopoli.
Gettate le speranze, firmata la liberatoria dopo anni di inutili proteste! Via i frutti di una vita, confiscate le terre!  Fuori anche le memorie, annegate nel lago! E infine buttata anche le dignità, confinate negli anni a venire in umidi stabili sostitutivi!

E’ il 1950: Curon diviene definitivamente la “Atlantide” trentina.
Tutti gli edifici sono rasi al suolo, divenendo solo mucchi di macerie. Tutti, eccetto il campanile della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, superstite all’esplosione del 23 luglio. E’ lei la star degli anni a venire. La sua alta torre diverrà simbolo di resistenza e speranza. Svetta sopra un lago di profitti. Quasi ad esortare tutti di non dimenticare. Quasi ad ammonire i potenti che il male, quello no, non viene lavato via dal tempo. Quasi a dire “ma dove vai se non sai da dove vieni?”

In inverno la parte più alta del campanile è raggiungibile anche a piedi. Il lago ghiaccia e diventa completamente calpestabile.
Ma fate attenzione: col primo freddo la leggenda vuole che le campane inizino a suonare. Fin qui vien da pensare che sia tutto normale, se non fosse per un piccolo particolare: le campane sono state rimosse il giorno delle esplosioni. Nel lontano 1950.

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Con la preziosissima partecipazione di Luca Baldassari e AGESCI.

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David Calloni
David Calloni
Amministratore del progetto, del sito-blog e della rete social, accanto al fondatore admin Alessandro. Laureato all'università di Genova, fotografo amatoriale, scrittore per passione e informatico per necessità.

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