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Stasi-Krankenhaus: l’ospedale segreto del Ministero per la Sicurezza

Da Novembre 5, 2019 Novembre 26th, 2019 Nessun commento

Negli anni Ottanta il Klinikum Berlin-Buch, a cui apparteneva anche il segretissimo Stasi-Krankenhaus, era il più esteso insieme di presidi ospedalieri della Repubblica Democratica Tedesca e di tutta l’Europa, con quasi 4000 posti letto. Buch è un’area della periferia nord di Berlino, e per raggiungerla dal centro occorrono quasi tre quarti d’ora, nonostante le 25 linee di metropolitana che servono la città.

Una volta sbarcati a Buch, bisogna camminare un bel po’ per raggiungere quello che fino a trent’anni fa era l’ospedale governativo della RDT (Repubblica Democratica Tedesca). La via più breve e più comoda passa attraverso i sentieri solitari e cupi di un bosco, che ricorda non da lontano le atmosfere della serie TV (tedesca, non a caso) Dark. Chi riesca ad orientarsi nella fitta boscaglia, ad un certo punto scorge una recinzione abbattuta che dà accesso ad un immenso complesso ospedaliero: ma qui inizia la confusione.

Il titano di cemento armato, che si innalza su sette piani e si impone alla vista di chi emerge dalle frasche, non è propriamente l’ospedale governativo, bensì un suo ‘gemello segreto’. Esclusività e segretezza caratterizzavano entrambi i complessi sanitari. In particolare, l’enorme edificio in questione non è altro che lo Stasi-Krankenhaus, un ex ospedale riservato ai membri del temibile Ministero per la Sicurezza di Stato (Stasi) della Germania Est. Inaugurato nel 1980, fu chiuso poco dopo la caduta del Muro e la fine dell’Unione Sovietica, all’alba degli anni Novanta.

Oltre a garantire assistenza sanitaria esclusiva alla polizia di Stato e a tutti i funzionari e dipendenti effettivi della Stasi, questo impianto ospedaliero top-secret, nascosto tra i verdi boschi della periferia di Berlino, funzionava come “stazione speciale”: qui i medici svolgevano parallelamente “incarichi operativi specialistici” e compiti di medicina militare, protetti da altissime misure di sicurezza e riservatezza.

I pazienti dello Stasi-Krankenhaus godevano di non pochi privilegi: 650 dipendenti tra medici e infermieri, attrezzature all’avanguardia, 300 posti letto e ben 10 ambulanze. Un impianto immenso, che ora riposa nell’assoluto silenzio ed è ammantato di un’aria piuttosto sinistra, che assume toni ancor più tetri al suo interno.

Ma entrare non è stato facile: ogni singola porta, ogni singola finestra è accuratamente murata con lastre d’acciaio. Dopo un lungo giro tra tutti gli edifici maggiori e minori del complesso, eravamo sul punto di rinunciare, finché la perseveranza ci ha premiati: su un lato dell’edificio centrale abbiamo trovato una lastra divelta e ci siamo intrufolati. Le aspettative erano alte, ma lo spettacolo una volta dentro è stato un po’ deludente: ogni piano è quasi uguale all’altro, un labirinto di stanze e corridoi vuoti e devastati.

Insomma, tanta storia, tantissimo mistero, e pochi ritrovamenti, tranne qualche rara eccezione: un laboratorio pieno di schede di pazienti, manuali d’uso di apparecchiature e piccoli attrezzi; alcune sale per accertamenti radiografici; l’ufficio di un primario ancora parzialmente arredato; qua e là telefoni e citofoni interni, cartelli segnaletici e poster.

Per il resto, l’esplorazione dello Stasi-Krankenhaus è stata un vagare disorientato tra i reparti divisi su sette piani speculari, tutti avvolti nella penombra o nel buio totale, non senza qualche brivido… che poi è diventato paura effettiva quando abbiamo sentito, non troppo lontani, rumori di passi e, infine, voci. Prima un uomo ha gridato qualcosa in tedesco, dal piano di sotto. E qualche minuto dopo, svoltato un angolo, improvvisamente ho visto la sagoma di un individuo piuttosto grosso: ci siamo nascosti in una stanza buia, e quando siamo usciti era già andato via. Poco più tardi, accostando un orecchio alle condutture dell’aria ormai divelte, ho sentito una conversazione tra due uomini in una lingua slava. La paura ha preso velocemente diverse forme: guardie, polizia, criminali, tossici, o un’unica minacciosa entità che racchiudesse tutti questi ruoli insieme.

Così abbiamo proseguito l’esplorazione con una certa fretta mista ad ansia, senza rinunciare a nessuno dei sette piani, ma smarrendoci tra i corridoi e i reparti tutti identici. Proprio nel momento in cui mi avviavo verso i piani sotterranei, abbiamo sentito altri passi seguiti da un forte tonfo metallico, e abbiamo deciso di andar via. L’ultimo piccolo nodo in gola lo ha procurato la vista dell’unica via d’uscita nuovamente sbarrata: la lastra d’acciaio, per fortuna, era solo accostata, sebbene piuttosto pesante da rimuovere. Quando siamo usciti, l’epilogo comico: i due slavi erano soltanto due ragazzi con lo zaino che, come noi, avevano appena visitato l’edificio. Del tedesco di grossa statura, invece, nessuna traccia.

Abbiamo proseguito tra gli edifici minori intorno al corpo centrale dello Stasi-Krankenhaus, esplorando qualche deposito o sala macchine, infine ci siamo diretti verso l’altro complesso ospedaliero, distante qualche centinaio di metri. Anche qui superare le recinzioni è stato facile, ma una volta raggiunto il corpo centrale dell’ospedale governativo, stavolta non abbiamo trovato nemmeno un accesso, e ci siamo dovuti accontentare di fare un giro lungo il perimetro esterno, esso stesso molto più controllato e barricato dell’altro.

L’ospedale governativo della RDT era di fatto un presidio sanitario esclusivo destinato alla “nomenklatura” (l’insieme delle più alte cariche politiche, amministrative e militari del regime), i cui servizi venivano erogati unicamente in base all’approvazione degli organi superiori del Partito. Avviata nel 1976, poco dopo la caduta del Muro di Berlino questa sezione ‘privilegiata’ fu dismessa e tutt’ora è sbarrata e abbandonata.

Dotato delle più avanzate tecnologie e strumentazioni mediche e di tutti i comfort utili ad accompagnare al meglio i periodi di degenza, l’ospedale governativo comprendeva cinque reparti di medicina interna, due di chirurgia, uno di ginecologia e uno di pediatria. Qui furono ricoverati non solo politici, funzionari e segretari di Stato, ma anche artisti e scienziati appartenenti al Partito. L’ospedale godeva delle massime misure di sicurezza, non solo per le informazioni personali dei pazienti, ma anche per la loro stessa protezione fisica. Nel sottosuolo fu costruito persino un bunker antiatomico. Un altro gigante di cemento protetto, segreto e avvolto nel mistero, un mistero che ancora oggi rimane inviolato.

 

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Lorenzo Jedermann
Lorenzo Jedermann
Docente universitario e giornalista pubblicista, la passione dell'esplorazione è sbocciata da piccolo con l'illuminante visione del film 'I Goonies'. Autore, revisore e redattore per 'Ascosi Lasciti', ha anche un progetto personale che si occupa dell'architettura fantasma in Campania, chiamato 'Derive Suburbane'.

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