Prendete una settimana di pioggia (forse la più piovosa di tutto l’anno) e sommatele gli innumerevoli impegni che assalgono un semi-giovane teatrante nel pieno della stagione invernale. Il risultato di questa semplice operazione è il seguente: tempo e possibilità da dedicare all’urbex, ovvero la sua tanto amata attività di esplorazione di edifici abbandonati, uguale a zero.

Aggiungendo la variabile geografica, poi, le possibilità appena citate scendono addirittura sotto lo zero. Sì perché se il giovane teatrante vive a Roma, riscontrerà sicuramente negli spostamenti una difficoltà pari a quella di Leonardo Di Caprio nel tentativo di sopravvivere all’oceano gelato dopo il disastro del Titanic. Anzi vi dirò di più…Leonardo Di Caprio potrebbe essere ancora vivo. Nessuno, invece, sopravvive alla capitale allagata.

Battute a parte, la visita di Faleria Antica arriva durante un uggioso martedì mattina. Il tempo a disposizione è poco, come al solito, e il vecchio borgo dista un’ora e venti di strada. Sosta carburante, come di consueto e via, con il nuovo obiettivo fotografico 24-70 f.2.8 pronto ad operare sotto la pioggia.

Le strade che conducono fuori Roma sono sempre affascinanti. Pian piano la metropoli lascia spazio alla natura e le stradine che si inerpicano per i paesini riportano la mente a sensazioni passate. Faleria Antica si presenta in tutto il suo aspetto fatiscente sin dall’ingresso nella prima parte del paese che, in realtà, risulta ancora abitato. Le costruzioni in tufo non aiutano nell’immaginarla come una cittadina in cui qualcuno possa ancora vivere.

Mi informo e scopro che i primi insediamenti di Faleria antica risalgono al tempo della cultura falisca, parallela a quella etrusca, che raggiunse il suo massimo sviluppo urbano e sociale tra il V e il IV secolo a.C.
La famiglia Anguillara (di probabile origine normanna) fece ergere nel XI secolo un muraglione di cinta ed il castello. Tutta la rete di fortificazione della città venne terminata, infatti, nel 1290 circa.

Una stradina larga poco più di un metro e mezzo mi porta ai piedi del castello. La costruzione è altissima, spicca verso le nuvole di pioggia ed è fatiscente come non mai. Adoro.
Intuisco subito che dietro cotanta bellezza si cela un luogo abbandonato che un esploratore non può lasciarsi sfuggire…anche perché…ormai mi trovo lì!

Aggiro l’enorme struttura perforata dal tempo e mi ritrovo all’interno di una piazzetta delimitata da una chiesa sigillata, un paio di ex abitazioni e l’ingresso di quello che doveva essere, un tempo, la nobile dimora degli Anguillara. Trovo subito un varco per accedere ed inizio la perlustrazione.

Uno degli aspetti positivi della professione dell’attore è il fatto che ci si possa immaginare, in qualsiasi momento, una realtà che non esista. E così è. Vedo davanti a me scale, stanze, muri, finestre divelte e colori che si staccano da quelle che, un tempo, erano pareti di casa. Al posto degli alberi che vi sono cresciuti attraverso, della sterpaglia e dei rifiuti che si sono accumulati negli anni recenti, immagino la vita di corte: nobili con dame, servitù e affreschi che ornano lo spazio che mi circonda. Al piano di sopra c’è una bellissima festa in maschera: un giovane sta corteggiando una procace donzella. Lei si copre il viso, è sfuggente. Scappa al piano inferiore, per poi percorrere degli altri gradini in pietra che la portano nelle cantine. Lui la insegue. Che cosa accade da qui in avanti? Beh questo deve continuarlo ad immaginare chi leggerà questo articolo…ad ognuno la propria storia.

Intuisco poi, tornando alla realtà, che di recente il castello e le strutture annesse siano state adoperate come magazzini, depositi e (ahinoi) come discarica a cielo quasi aperto. Il lato positivo è sempre quella che io definisco “la contrapposizione urbex”: un luogo abbandonato, dimenticato, morto, al cui interno sbocciano fiori e piante di un colore verde intenso…vitale.

Mi ridirigo alla macchina pronto a tornare nel caotico oceano di Roma quando percepisco alla mia sinistra, a due metri di altezza, un movimento sospetto. Alzo lo sguardo e un gatto randagio mi guarda malissimo. Appisolato sotto qualche goccia di pioggia, non la smette di fissarmi. Gli scatto una foto e risalgo in macchina. Giro l’angolo e la procace donzella in compagnia del giovane lo richiama per dargli da mangiare.

E’ questo il finale della mia storia a Faleria.

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Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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