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Cinque pregi, una classe

Da Gennaio 12, 2020 Nessun commento

L’azienda, nata nel 1817, all’inizio del Novecento è la maggiore impresa laniera italiana. Sulla spinta dell’impresa, con ben 8 stabilimenti aperti, sorgono i quartieri operai, i dopolavoro e molte opere sociali. Nonostante la produzione di vari tessuti di lana destinati ai più svariati scopi e commercializzati negli USA, nell’URSS, in Germania, Polonia, Sud Africa e Canada, a causa di scelte di gestione sbagliate l’azienda vive un primo periodo di crisi nel triennio 1955-1957. Nel 1959 grazie ad un cambio al vertice si risolleva, il fatturato è di ben 23 miliardi di lire ed i dipendenti sono circa 10.000.

Leggerezza, ingualcibilità, igiene, morbidezza, eleganza: cinque pregi, una classe.

Tra il 1966 e il 1967 tutti gli impianti produttivi vengono trasferiti nei nuovi grandi stabilimenti edificati al di fuori dei centri abitati, che di fatto inaugurano le future zone industriali del territorio. In seguito al trasferimento tutti i vecchi edifici vengono svuotati e chiusi. Nel decennio successivo un nuovo periodo di forte crisi. Nel 1987 l’azienda, durante l’ennesimo periodo di down, viene acquistata da una concorrente che ne rileva il marchio ma non investe negli stabilimenti produttivi, che vengono perciò via via smantellati, l’ultimo nel 2005.

Ma andiamo al dunque. Erano anni che sentivo parlare di una azienda, in particolare una laniera, abbandonata nel cuore del Veneto.
La cerca per mesi, la trovo e,  in compagnia di fidati amici, la esploriamo.
La giornata è umida, per fortuna non piove, il cielo è carico di nuvole grigie e compatte. La fabbrica vista dall’alto, incastonata tra il fiume turchese e la montagna grigia e cupa, è un vero e proprio gioiello di architettura industriale.

Calandoci dalla sommità della montagna tentiamo una prima via d’accesso lungo il fiume, ma ci blocchiamo a causa di una giungla di rovi che ci separa da una possibile entrata. Nessun sentiero alternativo. Come se non bastasse dall’interno della proprietà giunge l’abbaiare di un cane. Risaliamo, ne tentiamo un’altra. Stavolta, dopo vari saliscendi a ridosso della fabbrica e una passeggiata sui tetti finalmente siamo dentro, direttamente nella centrale termica. Il posto è enorme, ed è pieno di tutto quello che speravamo di trovare. Le foto parlano da sole.

Ci muoviamo piano, compatti. Niente rumore incessante dei rocchetti sulle linee di produzione, come ai tempi d’oro. Solo lo scrosciare del torrente e il cane che, in uno spazio cintato all’esterno, non smette di abbaiare un secondo. Sull’unica strada ancora agibile all’interno del complesso, tanti segni di pneumatici.
Il ritrovare orme canine bagnate all’interno degli ex capannoni adibiti alle linee produttive ci fa sospettare che la vigilanza lo lasci libero di tanto in tanto a cercar gli intrusi. Noi. Ma per fortuna ciò non accade. Dopo quasi 5 ore di esplorazione, consci d’aver sfidato la sorte fin troppo, diamo il via alla risalita verso l’uscita.

Inizia a piovere, nel bosco retrostante troviamo anche 2 silos, vuoti, e ciò che rimane di un impianto d’allarme ad infrarossi per la loro sorveglianza. È quasi buio. Lasciamo alle nostre spalle quella che è senza dubbio la maggior azienda, laniera, abbandonata del Veneto. Una delle maggiori in tutta Italia.
Bagnati e stanchi, ma contenti, ci avviamo alla ricerca di un bar per un più che meritato aperitivo.

Se vuoi vedere altre fabbriche abbandonate in Italia, guarda qui. Altrimenti continua ad esplorare il lato nascosto del Veneto

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Matteo Giacopci
Matteo Giacopci
Matteo, amante della fotografia e della ricerca del bello nella decadenza. Punto di riferimento per tutto il friulano, ama esplorare tutti i tipi di luoghi abbandonati, senza distinzione alcuna.

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