MASSERIE, FATTORIE e CASCINE abbandonatePUGLIA urbex

Alla scoperta dell’archeologia rural-industriale nel Parco Nazionale

Da Gennaio 21, 2020 Maggio 11th, 2020 Nessun commento

La destinazione di questa nuova esplorazione è il Parco Nazionale del Gargano, estremo nord della regione. Obiettivo: addentrarci nell’archeologia rural-industriale pugliese.
Dalla pianura del Tavoliere si sale repentinamente e in pochi chilometri il paesaggio cambia totalmente diventando montagna.
Il mare, però, resta sempre ben in vista nonostante gli 800 metri di quota.
Una visita veloce al centro storico con il sito UNESCO della Grotta di San Michele Arcangelo e poi decidiamo di avventurarci verso la meta prestabilita.

Ecco il bellissimo borgo antico di Monte Sant’Angelo, cittadina dei due siti UNESCO.
Pare, infatti, che nelle valli tra il Gargano e la pianura ci siano delle testimonianze interessanti di un mondo produttivo oggi scomparso, e noi vogliamo trovarle.
In particolare siamo interessati a un antichissimo frantoio ipogeo che ci dicono sia rimasto intatto, come una sorta di museo, bellissimo.

Ci inoltriamo nella valle che ci prepariamo a scandagliare.
E sembra difficile crederlo perché rivolgendo lo sguardo alle valli dal borgo antico di Monte S. Angelo vediamo solo macchie verdi e il grigio delle rocce in primo piano, poi una distesa di mare azzurrissimo.

Solamente delle linee orizzontali rompono l’apparente confusione dell’ordine naturale.
Sono terrazzamenti, o meglio ciò che ne resta, e vennero realizzati chissà quando per sfruttare ogni centimetro di questa terra calcarea a fini agricoli.

Questo complesso di valli terrazzate, oggi abbandonate, è stato inserito nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici del Ministero delle Politiche Agricole, un elenco che contiene quei paesaggi simbolo di una cultura rurale, materiale e immateriale, in via di estinzione o già estinta.

Ma torniamo a noi.
Il territorio è molto impervio e ce ne rendiamo conto appena iniziamo a camminare: non sarà facile trovare il frantoio e ogni volta che vediamo una grotta entriamo speranzosi trovando, invece, solo caverne ormai vuote, depredate da torchi e altri strumenti di lavoro.

Spesso sopra gli ingressi delle grotte si scavava una nicchia per inserire la statua di San Michele Arcangelo

Queste valli, fino a 70 anni fa, erano coltivate a vigna e mandorli nella parte più alta, oliveti verso la parte bassa, dove la temperatura è più mite.

Proseguiamo il cammino fino a trovare una lunga canaletta scavata nella roccia, sembra non avere senso; la seguiamo, penetra nella vegetazione fitta scendendo ripidamente lungo il versante fino a giungere a una cisterna, anch’essa scavata nella roccia. È incredibile, lo strato di intonaco impermeabile di cui è ricoperto il suo fondo fa ancora il suo lavoro, la cisterna è piena d’acqua!

Poi troviamo ancora un frantoio “depredato”, aie in pietra per battere i cereali, casette in pietra che qui chiamano “pagghjiar”, muretti a secco (“macere”).
Tutto è abbandonato ma è facile immaginare quanta gente dovesse frequentare questi luoghi fino al secolo scorso.

Siamo stanchi ed esausti: facciamo una pausa con delle squisite mandorle che ancora crescono sugli alberi piantati chissà quanto tempo fa.
Siamo arrivati fin qui e non possiamo arrenderci, è un territorio difficile eppure dalla bellezza stupefacente ed è questa che ci dà forza.

Scorgiamo una canna fumaria tra le chiome dei lecci; forse è il punto di riferimento di cui hanno parlato e allora ne inseguiamo il profilo. La discesa verso il fondo valle si fa ripidissima e sembra di mettere piedi a caso ma in realtà stiamo seguendo un antico camminamento che ancora resiste al tempo (l’abbandono dei pendii coltivati, notoriamente, provoca fenomeni di dissesto idrogeologico).

Improvvisamente sul versante si apre un pianoro di roccia, davanti a noi 3 rettangoli neri, le entrate di 3 grotte distinte ma vicine. Forse è la volta buona!

Entriamo e tutta la fatica per arrivare fin qui viene ripagata.
Camminiamo nella grande grotta in silenzio, increduli di aver trovato intatto un luogo che potrebbe essere abbandonato da 100 anni o chissà quanto.

È un frantoio “a sangue”, infatti, azionato con la forza animale e umana, di quelli andati in disuso con la piena diffusione dell’elettricità già nei primi decenni del 900.
Eppure sembra lasciato così dall’altro ieri, sembra che “lu trappetar” (così si chiamavano qui coloro che lavoravano nei frantoi) sia appena uscito per tornare a casa sua a mangiare un po’ di pancotto, la pietanza tipica della cultura gastronomica rurale del Gargano.
Forse proprio la difficoltà di raggiungere questo lo ha preservato da ogni tentativo di sfruttarne travi e altri materiali per altri scopi, sicuramente meno nobili.
Macine, torchi, fiscoli, botti, vasche e strumenti per misurare l’olio. C’è tutto!

Tornando sui nostri passi ci chiediamo il perché di così tanti frantoi ipogei a poca distanza e forse potrebbe essere proprio la difficoltà di spostarsi la motivazione: nonostante le distanze ridotte, infatti, stiamo parlando di pendenze elevatissime persino per i muli, gli animali utilizzati al tempo per trasportare i sacchi di olive.

Alla fine arriviamo a Monte Sant’Angelo esausti, non è stato affatto facile trovare il frantoio ma ne è valsa la pena e forse ne sarebbe valsa la pena in ogni caso vista la bellezza del paesaggio che abbiamo attraversato. Uno splendido panorama e un magnifico esempio di archeologia rural-industriale nostrana.
Un territorio incredibile e ancora inesplorato il Gargano, sempre pieno di sorprese!

Focus sui trappeti detti “a sangue” o “alla genovese”

Una scena di un frantoio con le varie fasi della lavorazione dell’olio di oliva, dalla frangitura, alla spremitura, alla chiarificazione, fino alla conservazione in orci di terracotta. Commissionata a Giovanni Stradano (Jan Van Der Straet) da Luigi Alamanni (1558-1603), nobile ed erudito fiorentino, tra il 1587 e il 1589, questa tavola è incisa e pubblicata da Philip Galle nella raccolta «Nova Reperta».

La parola “trappeto” deriva dal latino “trapetum” a sua volta derivato dal greco “trapeo” che significa “pigiare l’uva”. Il termine è usato in tutto il centro-sud Italia in alternativa a quello più diffuso di “frantoio”.
In Puglia la costruzione dei trappeti “a sangue” o “a macello” si fa risalire a partire dal secolo XI e sul Gargano proseguirà fino al secolo XIX.
Oltre il basso costo di costruzione di un trappeto, il motivo che spinse a lavorare in un opificio sotterraneo era quello di ottimizzare la conservazione del prodotto in un ambiente dalla temperatura constante: la temperatura doveva infatti essere bassa per evitare il degrado del prodotto, ma superare quella della solidificazione dell’olio, ossia i 6 °C.
A partire del XIX secolo, vengono gradualmente sostituiti da frantoi semi-ipogei ed infine in elevato, grazie all’avvento della meccanizzazione e dell’elettricità.

Esempi di frantoi in pietra li troviamo un po’ sparsi in antiche masserie e in alcune grotte rupestri del Gargano: essi testimoniano non solo l’antichità di tali attrezzature che, a volte, erano incassate e scolpite nella viva roccia delle grotte rurali, ma anche la florida attività della produzione dell’olivo che è stata ed è ancora oggi l’asse portante dell’economia pugliese. Sul Gargano si hanno alcuni esempi di frantoi in pietra in territorio di Peschici, Vieste, Mattinata, Vico del Gargano e Monte Sant’Angelo.

Anticamente i frantoi erano messi in movimento direttamente da un mulo o da un cavallo.
Generalmente i trappeti erano costituiti da un grande vano dove si trovava la vasca per la molitura (“molazza”) con una o due grosse pietre molari (“macelli”) poste in verticale di calcare duro e fatte girare da asini o cavalli murgesi (più raramente sul Gargano).
La pila di pietra o vasca aveva la forma di una scodella col fondo piano formato dalla base di pietre durissime trapezoidali dette “mappulun” e l’orlo, il muretto, un poco inclinato abbastanza grande.
Dall’azione delle macine si otteneva cosi una pasta che veniva sistemata nei “fiscoli”, a loro volta impilati e pressati negli adiacenti torchi di legno denominati alla “calabrese” (con due viti) e alla “genovese” (ad una vite). In seguito questi furono sostituiti da torchi in ferro o in ghisa, detti comunemente “a stanga” e “a cricco”.
Da questo procedimento si otteneva l’olio che veniva spostato nelle diverse vasche scavate nella roccia al fine di farlo separare dalla componente di acqua (la separazione avveniva a causa del peso specifico diverso); l’olio veniva raccolto da abili mani con mestoli a forma di coppa e la separazione, spesso lenta, veniva favorita anche da un grande camino sempre acceso; se non bastava, c’erano lumi e lanterne che ardevano notte e giorno e, soprattutto, il calore prodotto dalla fatica di uomini e animali.
I recipienti destinati a conservare l’olio erano grossi orci di argilla cotta “li ffasine”, i quali furono sostituiti da recipienti di legname “li vùtene” e da altri di latta di forma cilindrica.
Il territorio del Gargano presentava, agli inizi del ‘900, numerosi trappeti, dove era impiegata una non trascurabile manodopera. Basti pensare che solo in territorio di Monte Sant’Angelo vi erano più di 50 trappeti. Generalmente questi trappeti avevano una conduzione e una produzione familiare più che industriale, in rapporto anche alla frammentarietà della piccola proprietà che caratterizzava il territorio del Gargano. Ciò condizionava i rapporti sociali ed economici più intensi, che erano, a volte, fortemente bloccati. La stessa cosa non avveniva nelle zone urbane di pianura, dove il latifondismo permetteva una certa commercializzazione del prodotto.

Nei trappeti alcuni vani erano destinati a stalla, a cucina e a dormitorio degli operai. Privo di luce diretta, il trappeto veniva illuminato da varie lucerne: l’unica fonte di luce e di ricambio dell’aria proveniva da uno o due fori praticati al centro della volta del vano principale o sulla facciata.

Fonte Giuseppe Piemontese da montesantangelo.info

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Racconto le storie dei territori e di chi li vive ogni giorno.
Mi occupo di comunicazione e web-marketing, progettazione nell'ambito turistico e dei beni culturali, organizzazione di eventi culturali.
Amo passare il mio tempo libero alla scoperta delle storie che caratterizzano i luoghi e gli uomini che li vivono.

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