Come fare urbex

Fotografare edifici abbandonati

Da Marzo 16, 2020 Giugno 12th, 2020 Nessun commento

INNEGABILE : le fotografie che immortalano gli edifici abbandonati sono affascinanti come poche altre. Sarà per l’effetto novità, sarà per il contrasto tra bellezza e decadenza. In alcune persone possano suscitare molto più eccitamento rispetto ad una modella bionda scostumata vicino ad una spiaggia caraibica, o di un ricco medico palestrato, sudato e in procinto di sdraiarsi nella sua jacuzzi.
Va bene, forse ho esagerato. Ma sessismi a parte, vi posso assicurare che le foto relative al mondo urbex attirano a sé molta curiosità e molto fascino. Le potrei definire quasi romantiche! Alcuni di voi non conoscono il tema, altri già lo affrontano senza curarsi troppo dell’aspetto fotografico.
Entrambi è giusto che vi godiate un assaggio di quello di cui parleremo:

Vi siete mai chiesti come ci si comporta fotograficamente durante un’esplorazione? Quali sono i parametri da rispettare e quali siano i segreti che i fotografi professionisti dovrebbero seguire per immortalare al meglio un ospedale o una villa abbandonata?

Come primo punto vorrei mettere al bando le fotocamere dei cellulari: una persona che si reca in un posto abbandonato a fare le foto urbex con un telefono NON è ammessa nel “club dei fotoamatori” (ironicamente parlando, ma non troppo).
Si, costui è certamente un esploratore urbano, poiché urbex significa “riscoperta”, non prettamente fotografia. Ma il nostro caro iphonista o un qualsiasi samsunghiano non sarà mai un un vero amante delle foto urbex. Non si tratta di classificazione tra fotografi professionisti di serie A e “wannabe” di serie B, ma di un’esclusione quasi “razziale” degli smartphone-addicted.
I posti che andiamo a visitare non sono set televisivi e, proprio perché vissuti e ricchi di storia, meritano tutta l’attenzione fotografica che un cellulare (seppur di ultimissima generazione) non potrebbe garantirgli.

Prepariamo quindi le nostre belle reflex,Canon o Nikon che siano, e decidiamo QUALE OBIETTIVO PORTARE. La scelta è abbastanza semplice il più delle volte: ci portiamo l’unico che abbiamo. Ove possibile, vi consiglio di far ricadere la vostra attenzione su quello che ha maggior apertura focale (1.8 o 2.8) in quanto vi potrebbe tornare estremamente utile in caso di buio o penombra (condizione assai frequente in questi luoghi).

Domanda ora da un milione di dollari: CAVALLETTO SI O NO? Ci troviamo ora di fronte ad una questione spinosa che da millenni fa dibattere i foto amatori. La risposta pare scontata, ma non lo è. Analizziamo pro e contro.

PRO TREPPIEDI. Il cavalletto dà stabilità ed in condizioni di luca scarsa possiamo mettere i tempi lunghi per ottenere una corretta esposizione. Il cavalletto ci permette di regolare l’inquadratura e di prendere meglio la messa a fuoco.

CONTRO TREPIEDI. Il cavalletto è scomodo, occupa spazio e pesa. Va posizionato e regolato ad ogni vano e pavimento e toglie tempo all’esplorazione. Ne esistono di  lunghi e leggeri, quasi invisibili è vero, ma i “plasticoni” restano ingombranti e sbilanciati, se la reflex pesa.

VERITA’: QUELLA COSA SEMPRE NEL MEZZO. Pesando i pro e i contro, decidete voi in base al luogo che siete in procinto di esplorare…se  e quando lo potete sapere.
Facciamo un paio di utili esempi:
– Una sotterraneo molto buio, ma facile da raggiungere senza impedimenti, avrà priorità cavalletto molto alta.
– Una chiesa diroccata, con rovi e muri da saltare, dove la luce filtra da ogni angolo, vi sta implorando di non portare ingombri e di scattare a mano libera.
– Una colonia montana immersa nella nebbia, facilmente raggiungibile ma buia e piena di vento, richiederà un treppiedi pesante e stabile.

MINI-CAVALLETTO : Personalmente, da un po’ di tempo ho intrapreso una via intermedia. Ho acquistato a poco più di venticinque euro un “treppiede per criceti”, come amo definirlo. Questi viene riposto comodamente in borsa occupando pochissimo spazio e all’occorrenza può sostenere la mia reflex senza troppi problemi. Le gambe non sono alte, certo, quindi lo posso poggiare a terra o al massimo su qualche mobile o muretto. In extremis, su una sedia che disinfetto e sposto accuratamente.
Posso garantirvi che è un’ottima soluzione.

Altra questione spinosa: l’ILLUMINAZIONE artificiale, volgarmente detta “mi porto un faretto?”.
Ormai questo tipo di luce costa molto poco e occupa un minimo spazio. Personalmente ritengo che montare un led al di sopra della propria reflex sia la classica tipologia di foto “da discoteca” e quindi…“aborro questi attrezzi!!”, come direbbe un Mughini versione manfrottata.
Altresì, quando ci troviamo totalmente al buio è comodo dare la classica “schiarita” per prenderemeglio la messa a fuoco e renderci conto di cosa abbiamo di fronte.

Potrei farvi lo stesso discorso per il flash. I luoghi abbandonati quasi sempre hanno almeno una fonte luminosa che può essere una finestra semiaperta o una luce che arriva da una porta. Cerchiamo di sfruttare prima queste. Immortalare un luogo con l’ausilio di una luce portata da noi è comunque un’alterazione alla natura primaria del posto.

A bui estremi, estremi rimedi. Dove proprio di sorgenti luminose non se ne vede nemmeno un raggio, molti foto amatori urbex utilizzano tempi di scatto lunghi e puntano per 1 secondo la luce verso il soffitto, disegnando traiettorie casuali e diffondendo la luce verso il soggetto, senza illuminarlo direttamente.

MEGLIO UNA FOTO TROPPO LUMINOSA O TROPPO BUIA? Parlando di luce, è doveroso rispondere brevemente a questo quesito.
Quando si scatta in ambienti molto bui, la percezione del nostro occhio può cambiare. E una volta arrivati a casa ci accorgiamo di aver scattato foto urbex sovra-esposte o sotto-esposte. Nel dubbio, anche qui il consiglio è quello di “volare basso”. Stando sotto, si può recuperare una foto nella fase di post-produzione. Volando alti, si brucia letteralmente e irrimediabilmente lo scatto.

E l’INQUADRATURA dove la mettiamo? Che faccio? Solo foto grandangolari? Mostro tutto l’ambiente? Calma! È chiaro che se vogliamo fare un bel reportage completo di un’esplorazione abbiamo bisogno di portarci a casa un bel po’ di materiale. Le foto urbex con un grandangolo (o con un’ottica che vi si avvicini) vanno benissimo e ci mostrano, anzi, la totalità dell’ambiente in cui siamo. Però spesso sono i dettagli che fanno la differenza.  Quel vetro infranto, quella pagina di libro strappata, quella bambola, quel bottone… questi sono i dettagli che fanno impazzire gli esploratori!
Una macro quindi? Ma certo, anche due se vogliamo! Dipende sempre dal posto in cui siamo e da ciò che vogliamo raccontare. A volte la totalità del luogo ci fa impazzire ma spesso è un singolo dettaglio quello che ci rapisce. Cerchiamo di stare attenti. Guardiamo prima con gli occhi, poi con l’obiettivo. Se un’idea non renderà nello scatto, perlomeno ci avremo provato. L’errore più grande è quello di NON notare un valido spunto fotografico.

Cosa vogliamo trasmettere? Questo è l’unico caso in cui la verità NON sta nel mezzo. Dobbiamo scegliere.
– Raccontare il luogo in modo più obiettivo possibile….”giornalisticamente”?  Grand-angolo sobrio e altezze di scatto giuste, per non deformare le linee della stanza.
– Raccontarle secondo un punto di vista più personale? Grandangoli spinti, foto urbex scattate in obliquo, dal basso o dall’alto, flash. Le linee non saranno più parallele ma divergenti, o tanto convergenti. Fate in modo tale che si capisca ciò che volete fare. Linee quasi parallele risultano sgradevoli, luci miste tra artificiale e naturale stonano tra loro. Linee storte ma di pochi gradi, colpiscono dritte all’occhio dell’inconscio osservatore. Scegliete e fatelo senza indugio.

Un altro bel tema, da affrontare in punta di piedi (come quando accediamo una stanza pericolante),  è il seguente: si possono SPOSTARE GLI OGGETTI che troviamo??
Qui non vi daremo una risposta, ma descriveremo i dati di fatto.
Ci sono alcuni foto amatori urbex che preferiscono documentare tutto così com’è. Altri che spostano solo per avere una prospettiva migliore. Per non parlare poi di chi sposta armadi e scrivanie come se fosse un’impresa di traslochi. Infine ci sono loro, i vandali della fotografia, che creano più confusione, rompono specchi o vetri pur di rendere l’ambiente ancora più spettrale.

ETICA E LEGGE : moralmente sappiamo già chi si comporta nel miglior modo. Basti pensare al motto con cui la fotografia urbex è nata “prendi solo immagini, lascia solo impronte”.
Personalmente ritengo che un luogo abbandonato vada fotografato così come appare ai nostri occhi, senza alterazioni,  ma so che alcuni del mio stesso hobby, ma anche dello stesso team di “Ascosi Lasciti”, non la pensano uguale: spostano e creano alcuni set, pur rispettando il luogo.
Quante volte sento dire “mamma mia, sembra proprio che gli ex proprietari se ne siano andati ieri”. E questo quindi è il punto : vogliamo ingannare suscitando stupore ad ogni costo, o vogliamo documentare?”
Qualsiasi tipo di spostamento è considerabile già come una piccola bugia verso chi guarderà la nostra immagine. Ok, vi do ragione: che male c’è a spostare un piccolo oggetto anche solo per fargli prendere una luce migliore? Nessuno ovviamente, anzi, acquista ancora più spessore. Però una volta che avete fatto la foto, cortesemente, rimettetelo a posto!
Ma veniamo al lato più importante, quello del diritto civile e penale.

ASPETTO LEGALE : tenete conto che il più delle volte quando entrate in un luogo abbandonato, siete già penalmente dalla parte del torto, quindi se la vostra domanda è “ma se mi beccano a spostare qualcosa mi fanno la multa?” sappiate che la risposta è: “no, ti possono arrestare direttamente”.
Sto esagerando? Si e no.
Semplifichiamo: appena siete dentro, siete dalla parte del torto (abbiamo trattato questo aspetto in altri capitoli).
Se vi trovassero a spostare pochi oggetti, colti in flagrante, avreste meno argomentazioni a vostra discolpa. Se siete colti addirittura a “maltrattare la stanza”, allora diventano veri “volatili per diabetici”. Uccelli non molto dolci. C*zzi amari, insomma.
Approfondisci qui l’aspetto legale.

Concludiamo in bellezza e analizziamo L’ULTIMO PUNTO a me molto caro: “ma io che faccio la foto…nella foto stessa…mi ci metto? E se non metto me stesso…metto qualcun altro??”
Respirate cari amici. Per lo stesso ragionamento di cui sopra, non abbiamo una regola specifica. Entriamo ora nel vero e proprio gusto personale. Alcuni fotografi portano nei luoghi abbandonati procaci donzelle molto poco vestite (sì, sappiate che negli ultimi anni è diventata una tendenza) e siamo d’accordo: sono belle immagini. Altri indossano maschere antigas dell’epoca post bellica e si ritraggono in pose alla “Resident Evil”. Certo, sono belle immagini anche queste. Altri (come il sottoscritto) a volte si auto ritraggono in questi posti semplicemente per il piacere di poter documentare e autenticare la propria presenza.
Lo scopo accomuna tutti: un bel post su Instagram ed un altro su Facebook? In parte, forse. O forse è la semplice volontà di documentare la propria presenza in un luogo. Mettere un bandierina, come quando si gioca Risiko.
Dunque, una risposta su questo ultimo punto non esiste. Potrei suggerire, per il buon gusto, di rispettare sempre lo stato d’animo che rispecchia un luogo.
Volete fare una foto trasgressiva? Una fabbrica potrebbe essere il luogo adatto.
Volete rendere un ritratto avventuroso? Una acrobazia tra edifici diroccati potrebbe essere la scelta vincente.
Volete colpire l’osservatore con un’immagina malinconica? Una villa buia potrebbe andare.
Ma tutto è sempre riconducibile alla nostra coscienza:

La coscienza, se la sapete ascoltare, dice questo: al di là del motivo che ci spinge a diventare esploratori c’è sempre davanti a noi un luogo che ha avuto una vita e che merita.. indoviniamo un po’..?
Rispetto.

Grazie per esserti interessato al tema, attivando la tua curiosità, la stessa curiosità che spinge tutti noi ad esplorare gli edifici abbandonati.
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A cura di Matteo Montaperto ed Emanuele Bai

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Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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