“A picchiare si crea solo ribellione. La violenza sui figli non serve, ci vuole la dolcezza. Quando un albero cresceva storto lo fasciavano con la garza, non col fil di ferro. Mio padre mi picchiava e mi teneva legato al palo. E cosa ha ottenuto? Un figlio ribelle, che l’ha odiato tutta la vita” Mauro Corona

Da piccolo ero un ribelle, non sopportavo la vita comune ma puntuali come sempre in estate mi mandavano in un collegio, lo stesso che oggi è stato  abbandonato sarà un caso?).
Mi facevano schifo quei bagni simmetrici, sempre con lo stesso odore di piscio da anni. Quando mi punivano avevo il terrore di entrare nella stanza del preside: aspettavo fuori nel freddo corridoio, buio con il pavimento a scacchi. Simmetrico anche quello, come una scacchiera. Io però mi sentivo sempre il primo pedone che si fa muovere durante la partita.

Ordine e disciplina!
Mi aprivano la porta per entrare nella sala, una stanza tutta ordinata, simmetrica, con due orrende poltrone a quadri.
Insomma, andava a finire sempre uguale: punito e rinchiuso in una stanza buia, tetra con solo un banco nel mezzo ed un’odiosa carta da parati che mi divertivo a staccare dal muro.

L’anno successivo si ripeteva la stessa storia. Le nocche mi facevano male ed erano sempre più segnate dalle verghe.
La vera vita da collegio non è quello che si vede ora nei reality show, in Televisione.
Fino a che crebbi, e chissà, proprio per contrappasso divenni genio e sregolatezza. La gente ora mi ama per questo, sia sul lavoro che nella vita privata: il mio umorismo, il mio sarcasmo graffiante, la mia voglia di trasgredire alle regole imposte.
A cosa sono servite le botte? A farmi diventare disciplinato? L’educazione la insegna prima con i buoni esempi e con l’amore, poi con le giuste punizioni, proporzionate allo sbaglio.

Il collegio, come tanti altri suoi edifici a funzione simile, è oggi abbandonato.
Si tratta di uno dei pochissimi casi in cui la triste sorte dell’immobile non riesce a tangere il mio spirito. Non una lacrima, non un pensiero.
Si è portato via un pezzo della mia infanzia E si è portato via con sé una scia di ricordi negativi, ne sono sicuro, non solo il mio.
Un giorno capirò il valore di queste esperienze negative, lo so. Succede per ogni cosa. Oggi, ancora, non ci riesco.

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Gabriele Laffi
Gabriele Laffi
Nato a Prato nel 1971, appassionato di luoghi abbandonati fin dalla metà degli anni ’80, ha deciso di ridare loro vita attraverso la fotografia.
Tra i più attivi esploratori toscani, condivide questa passione con gli immancabili compagni Emanuele Baccichet, Simone Gori e Vincenzo Bellini.

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