Walter Benjamin, negli anni ’20 del secolo scorso, descriveva Napoli come una città porosa. L’ormai celebre attributo non era che un’allusione alla particolare coesistenza/interferenza di dimensioni socio-antropologiche all’apparenza opposte: il pubblico e il privato,  la festa e il lavoro, persino il giorno e la notte. Parallelamente, gli elementi architettonici del capoluogo campano gli apparivano come un incastro con poche soluzioni di continuità, al punto da non riuscire a rintracciare una meta specifica nella giungla edilizia della città. In realtà, la sovrapposizione architettonico-funzionale è una prerogativa di tutta la Campania: non c’è ormai da stupirsi se anche per questo manicomio, posto ben al di fuori della provincia napoletana, la storia riferisce di un ospedale psichiatrico inaugurato all’interno di un antico convento preesistente.

Il maestoso santuario adiacente, oggi ancora in ottime condizioni e attivo, risale addirittura all’anno 1000. Nella seconda metà del XIX secolo, invece, in un’ala del convento fu istituito il manicomio: dapprima si trattò di una piccola succursale dei principali ospedali psichiatrici campani, capace di offrire 150 posti letto per ospitare malati di mente, convalescenti vari e personale medico, con un “trattamento privato” comodo ed elegante. Successivamente, la struttura subì diversi ampliamenti, allo scopo di accogliere nuovi pazienti e di creare un reparto femminile, destinato alle cosiddette “agitate”.

Fonti dirette piuttosto recenti raccontano di uno scenario drammatico: sovraffollamento, condizioni igieniche precarie, pazienti lasciati ai loro personali dolori. Il racconto deriva dalla visita di un medico necroscopo, che constatò lo stato dell’ospedale pochi anni prima della chiusura decretata dalla legge Basaglia del 1978.

Se il cortile esterno del manicomio è accessibile a chiunque, gli ambienti interni presentano qualche complicazione. Già mettere piede nel manicomio richiede un minimo di atletismo e spavalderia. Ma una volta dentro, i più devono fermarsi dopo un breve giro davanti ad un altro piccolo chiostro, invaso dalla vegetazione. Sin qui non c’è molto da vedere: sale vuote, segni di permanenze abusive, e una scala che conduce in un prefabbricato molto più recente. Pochi i dettagli interessanti, se non qualche scenografia posticcia come le manate di vernice rossa sulla parete di una stanza, che dovrebbero inquietare gli avventori più impressionabili.

A questo punto, ci si potrebbe sentire già appagati e tornare all’uscita. Ma con un po’ di tenacia, tra rovi e calcinacci abbiamo scoperto un’apertura che conduce direttamente nella sezione più interessante del manicomio.

Già la prima sala è piena di letti consunti e contiene un classico ‘scenografico’ degli ospedali psichiatrici abbandonati: la sedia a rotelle. Una stretta, buia tromba di scale (foto omessa) sembrerebbe portare nell’antro più inquietante del manicomio, ma fin dal primo piano l’ingresso è murato. In un’altra sezione, più nuova, c’è persino un letto fatto.  Attraverso un ulteriore sistema di cortili interni si giunge alle cucine, una lavanderia, una sartoria e un archivio stracolmo di documenti. E adesso sì che si può andar via con la “pancia piena”.

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Lorenzo Jedermann
Docente universitario e giornalista pubblicista, la passione dell'esplorazione è sbocciata da piccolo con l'illuminante visione del film 'I Goonies'. Autore, revisore e redattore per 'Ascosi Lasciti', ha anche un progetto personale che si occupa dell'architettura fantasma in Campania, chiamato 'Derive Suburbane'.

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  • Avatar Simone ha detto:

    A vedere tutte queste immagini, come negli altri Vostri eccelsi racconti, mi viene da pensare che i matti sono sempre stati all’esterno di queste strutture ( incurabili matti del denaro ).
    Un saluto
    Simone

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