E’ il 5 Aprile 2020: in Italia come nel resto del mondo imperversa il famigerato Coronavirus, alle ore 18:00 il bollettino della protezione civile divulga il tragico numero di 128.948 casi totale nel nostro paese. Poco più tardi alla radio danno la notizia di un incendio divampato intorno alle 14:00 (orario di Kiev) nella zona di esclusione del disastro di Chernobyl.

La Polesia non è nuova a questo scenario, infatti nel mio ultimo viaggio nella zona di esclusione trovai un incendio al confine con la Bielorussia. Il fuoco mangiò circa 130km di foresta e campi tra Ucraina e Bielorussia penetrando per 60km verso Naroŭlja.
Secondo le autorità locali “non bisogna preoccuparsi” dato che negli ultimi quindici anni sono stati domati più di 1200 incendi. Invece la preoccupazione c’è eccome. Perché nonostante i 2.3 μSv/h, superiori a SEDICI volte la normale radiazione di fondo, siano quasi la routine per queste zone (a Chernobyl fuori dalla centrale nucleare la forbice va dai 4 ai 17) dopo 1200 volte che si diffondono nell’aria e vengono respirate queste particelle contaminate non sono certo salutari.

Il 9 Aprile l’incendio si allarga, la radioattività aumenta e le fiamme si dirigono verso la città fantasma di Pripyat. Ci arriveranno 4 giorni più tardi, bruciando e devastando la Foresta Rossa (chiamata così perché durante l’incidente del 1986 le foglie investite dalle intense onde ionizzanti diventarono color porpora), minacciando le basi vicine e il deposito di stoccaggio di rifiuti radioattivi a Podlesny.

Fortunatamente un “esercito di pompieri” raggiunge l’obiettivo: il 14 Aprile trecentotrenta vigili del fuoco arginano l’avanzata delle fiamme, il 15 Aprile il vasto incendio si da per estinto, ma secondo i dati dell’IRSN, altri focolai, a causa dei forti venti, si sono ravvivati. Al 19 Aprile sono coinvolti 726 componenti dei vigili del fuoco che ruotano su turni di 2 giorni di permanenza a causa delle radiazioni, restano in riserva 1700 volontari pronti a intervenire se la situazione dovesse divenire critica.

Il fuoco ha divorato 34.000 ettari di foresta e campi, insieme a molti ex insediamenti e villaggi, la fattoria Kopachi con l’iconico filobus abbandonato e il campo estivo smeraldo (смарагд). Le fiamme hanno radicalmente cambiato questi luoghi abbandonati per sempre, rappresentavano non solo un valore storico ma anche culturale, erano posti unici che mostravano la vita dei contadini della Polesia e il modo di vivere di un epoca ormai lontana.

Negli anni il fenomeno del dark tourism è aumentato a dismisura e la zona di esclusione rappresentava un’attrazione per almeno 9 mila visitatori l’anno, che sono raddoppiati nell’ultimo periodo in seguito all’uscita della miniserie su Chernobyl della HBO. C’è chi visita questo lascito affascinante per curiosità, chi la vive come una sfida, chi invece è profondamente ed emotivamente legato alle terre in questione (ex cittadini o parenti stretti di questi ultimi).
C’è anche chi la visita per poterla raccontare agli amici o per il solo piacere di sentirsi libero, esplorando un silenzioso testimone storico di ciò che una volta era il fiore all’occhiello dell’Unione Sovietica. Ora è solo il presagio di come potrebbe essere il mondo, una volta estinto l’uomo.

Concludo anche questa volta “Ascosi Lasciti per il sociale” con  il comunicato del Dott. Yuri Bandazhevsky il maggiore scienziato mondiale delle conseguenze del fallout dell’incidente nucleare di Chernobyl.

“In questi tempi terribili di pandemia da coronavirus, un’altra immane tragedia si è aggiunta.

Un devastante incendio, dal 4 al 14 aprile 2020 nella zona di esclusione di Chernobyl, ha bruciato centinaia di ettari di bosco accumulando per molti anni un’enorme quantità di elementi radioattivi.

Sono stati colpiti i villaggi della provincia di Polesie, prossimi ai focolai dell’incendio.

Gli abitanti dei villaggi sono rimasti senza tetto, le loro case sono state bruciate dal fuoco. L’incendio ha reso inservibili i loro giardini e orti, unica fonte di sostentamento, ha ucciso i loro animali e li ha lasciati senza lavoro.

A causa della combustione dei boschi di Chernobyl, l’aria, presente nei luoghi dove vive la popolazione, non contiene solo elementi radioattivi, ma anche gli elementi della combustione del legname. incluso quello più pericoloso per la salute umana, il nero di carbonio.

600 bambini che vivono nella provincia di Polesie, devono adesso affrontare una doppia minaccia: quella della radioattività e quella del coronavirus. E queste due disgrazie rimarranno per molti mesi.

I bambini colpiti possono contare solo sulla solidarietà e sull’umanità delle persone. Un esempio viene da Massimo Bonfatti dell’associazione italiana Mondo in cammino che si è subito attivato e con cui, assieme, abbiamo lanciato un appello (mondoincammino.org) a favore delle vittime dell’incendio di Chernobyl.

Seguite il suo esempio e ascoltate il mio appello: aiutate questi bambini e le loro famiglie; la loro situazione è veramente drammatica. L’incendio ha aggravato le conseguenze del fallout di Chernobyl non solo per loro, ma per tutta la comunità ambientale.
Il 34.mo anniversario dell’incidente di Chernobyl, il 26 aprile prossimo, sarà più triste del solito.
Conto sull’umanità di tutti voi e sulla vostra solidarietà: Chernobyl è un problema di tutti noi, è un problema mondiale

Per contribuire:

IBAN: IT 17 R 08833 30261 00011011149
(IT17R0883330261000110111496)

oppure

2) PAYPAL FOR CREDIT CARD: https://www.paypal.me/mondoincammino

Causale: for victims Chernobyl’s fire April 2020

Ve ne sarò sempre riconoscente.

Yuri Bandazhevsky.

Foto di:

Francesco Coppari
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Francesco Coppari
Francesco Coppari
Nato nel 1986. Fotografo per passione dal 2007. Appassionato di fotoreportage, ha trovato nell’Urbex un altro modo di raccontare storie. Tra le altre cose si occupa di gestire il nostro affiatato Gruppo Facebook.

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