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Dopo esserci issati sulla lunga e ripida gradinata chiamata “petrizze”, arriviamo finalmente nei vicoli della Rabatana, completamente circondati da Calanchi di oltre 200 metri di altezza, e affascinati da questo posto carico del suo passato glorioso. Continuiamo a salire, respirando la storia dei Goti, dei Saraceni e dei Bizantini, finché arrivati ad un balcone panoramico per osservare la vallata, ci sorprende un’enorme costruzione adagiata sulla collina di fronte a noi. Un convento abbandonato.

Camminando lungo la strada, arrancando sulle pendici, incontriamo un attempato e minuto signore, seduto fuori dal portone a godersi il calore del tiepido sole d’inverno. Ansioso di intrattenersi con qualcuno non esita a narrarci la storia che aveva percorso il convento abbandonato. Inizia il racconto apostrofandoci nel suo dialetto dai dolci suoni: “Siete saliti dalla ‘petrizze’, quando con la macchina sono 2 minuti!”. Succede, ma andiamo avanti.
Intitolato a San Francesco D’Assisi, è appartenuto all’ordine dei frati minori Osservanti. Una Bolla Papale riporta i natali della struttura al 1441, anche se al suo interno è stato ritrovato un affresco che risale al 1377. Si pensa che l’intero impianto architettonico abbia subito delle sovrapposizioni fino al 1600.
Prosperò sin dall’inizio e il suo massimo splendore arrivò nel XVII secolo. Ospitò cattedre di professori e classi di novizi nella sua scuola di teologia e di filosofia. “Per noi abitanti era motivo di grande orgoglio – continuò il racconto – tant’è che grazie ai lasciti dei facoltosi Tursitani diventò un centro culturale di enorme importanza”. Nel 1609, infatti, la struttura fu ulteriormente ampliata con la costruzione di una biblioteca, e in quest’epoca ci furono ulteriori rimaneggiamenti come l’aggiunta di stucchi barocchi, la creazione di nicchie ed edicole per le statue religiose.
Ma nel 1807 iniziano i primi sfortunati avvenimenti culminati nel saccheggio e incendio della biblioteca da parte dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte, a seguito del quale i frati abbandonarono il convento per la prima volta, per farci ritorno nel 1818 in seguito alla riconquista del Regno delle due Sicilie da parte di Ferdinando IV.

Nel 1857 la struttura subì gravi danni in seguito ad un violento terremoto, sanati in parte dalla Mensa vescovile. I lavori di risanamento furono diretti dal maestro muratore Emanuele Vozzi, e per tutto il tempo dei lavori, il convento fu abbandonato per permetterne l’esecuzione.
Terminati i lavori, il convento abbandonato fu ripopolato dai frati che lo abitavano, ma una legge del 7 luglio 1866 che prevedeva la “soppressione” di tutti gli ordini e corporazioni religiose li privò ancora una volta della loro casa (si sospettò che la legge fu la risposta al fatto che i frati diedero alloggio ai briganti). Il convento rimase per la terza volta disabitato e la proprietà passò al demanio, e di qui fino al 1894 divenne un cimitero.
Nel 1892 la struttura fu venduta all’Arcidiacono della cattedrale di Tursi per 2.493 lire e 60 centesimi, il quale vi collocò le suore “Margheritine Francescane” per occuparsi dell’educazione di orfane e fanciulle bisognose. Anche questa esperienza proseguì per breve tempo, ovvero sino al rientro dei frati che, tuttavia, a causa del forte indebitamento creatosi, portò l’arcivescovo a vendere una parte della proprietà al frate Don Pasquale De Vito da Grassano e un’altra al sacerdote don Rocco De Felice, finché nel 1909 ci fu il totale abbandono.
Nel 1914 fu chiuso definitivamente ad esclusione della cappella e del campanile che vennero utilizzati fino agli anni ’60, nel giorno della festa di Sant’Antonio, durante la processione del 13 giugno, grazie al prevosto della Rabatana mons. Salvatore Tarsia.
Inutili anche i tentativi di mons. Pasquale Quaremba (vescovo di Anglona e Tursi dal 1947 al 1957) di riappropriarsi dell’intero convento, falliti a causa della ritrosia degli sparsi e numerosi eredi di don Pasquale De Vito (ma non era un frate?).

Nonostante gli sfortunati eventi, nel 1991, grazie alla sua bellezza storica e architettonica, è stato dichiarato monumento nazionale dal ministro Ferdinando Facchiano.
Avvinti dal fascino del racconto, e da quello che avevamo avanti agli occhi dall’altra parte del monte, ringraziammo l’anziano signore che aveva fatto rivivere per noi la storia del convento abbandonato. Ci voltammo una volta ancora per salutarlo e cogliemmo nel suo sguardo l’orgoglio del cantastorie che col suo madrigale aveva acceso la fantasia di un manipolo di bambini mai cresciuti quali dovemmo apparire al suo sguardo disincantato. Ancora qualche passo, e per noi la storia riprese a girare nella giostra dell’esplorazione.

Prima galleria: foto di Valeria Genco
Seconda galleria: foto di Mimmo de Leonibus
Tutte le immagini sono nel relativo album sulla pagina Facebook di Ascosi Lasciti.

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

Noi di Ascosi Lasciti, con l’esplorazione urbana, ci spingiamo in luoghi talvolta pericolosi, per poterli raccontare. Come sempre, raccomandiamo di NON VISITARLI, ma di seguirci solo attraverso i nostri reportage.

Se il convento abbandonato della Rabatana ha ‘aperto lo stomaco’ della vostra curiosità, ecco un’ampia lista di chiese, conventi e cimiteri abbandonati sul suolo italiano. Altrimenti perché non esplorare virtualmente l’intera regione Basilicata?

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