Nella Murgia tarantina, in mezzo a folte pinete, strade semi-deserte e sentieri che corrono tra la vivace campagna, vi è un’area che nasconde antenne, radar, polveriere, qualche bunker abbandonato e basi militari, eredità di un passato che ha visto la Puglia protagonista (suo malgrado) in primo luogo della seconda guerra mondiale e in seguito della corsa agli armamenti scatenata dalla guerra fredda.

Il porto di Taranto fra i primi in Italia per traffico di merci, riveste un ruolo importante sia da un punto di vista commerciale che strategico. Sopratutto per la marina militare, dato che il mar Piccolo ospita banchine per l’attracco di navigli militari. Famosa fu la “Notte di Taranto” dove tra il 11 e il 12 novembre 1940 un attacco di aerosiluranti della Royal Navy danneggiò pesantemente parte della flotta italiana.
Poi a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 sempre su Taranto iniziò l’operazione Slapstick, eseguita dalla 1ª Divisione Aviotrasportata britannica il 9 settembre dello stesso anno. La missione doveva aprire il porto di Taranto e in seguito quello di Brindisi agli Alleati. Per l’operazione venne scelti parà inglesi che erano, all’epoca, dispiegata in Nord Africa. A causa della mancanza di aerei, tutti impegnati nell’assalto a Salerno e nello sbarco in Calabria, i paracadutisti furono trasportati a Taranto dalla Royal Navy. Lo sbarco avvenne senza resistenza nemica e il porto di Taranto fu presto liberato, lo stesso accadde per Brindisi poco tempo dopo.
Durante la guerra fredda vennero costruite: scuole di addestramento per carristi, avieri e marinai, aeroporti quali Gioia del Colle , Amendola e Brindisi. Coinvolti nella guerra alla Serbia e messi a disposizione dal governo italiano agli USA per la guerra all’Iraq, i porti come Taranto e Brindisi hanno visto la partenza di navi, uomini e mezzi per le tante operazioni di guerra in cui l’Italia è stata coinvolta negli ultimi anni.

Infine tra le rocce, eccola li, una sbarra preludio dell’esplorazione. Nascosta dalla vegetazione che cresce incontrollata, la polveriera [DATI RIMOSSI] se ne sta sola a contare il passare degli anni.  L’area nasce come deposito munizioni durante il ventennio fascista, i locali asseriscono che in questo bunker abbandonato dagli anni ’70 del secolo scorso, erano presenti testate nucleari pronte a essere usate contro l’allora U.R.S.S.. Ma da come l’intera struttura è stata progettata non rispecchia gli standard di sicurezza per ospitare missili jupiter o simili. Resta il fatto che questa base poteva tranquillamente immagazzinare altro tipo di munizionamento perlopiù navale.
Non mancano ovviamente qua e la graffiti fatti a scopo vandalico come bestemmie e parole scurrili verso ignoti.

Come si vede dalle foto, il bunker abbandonato è spoglio di ogni cosa, resta solo il sistema di areazione e delle bombole di ossigeno vuote. La struttura è immensa, costruita scavando dentro un gradone di tufo, durante la seconda guerra mondiale era usato come centro di trasmissioni, deposito e officina di manutenzione di armi e mezzi militari. Durante la guerra fredda venne poi usato esclusivamente come polveriera fino al suo graduale decommissionamento  e successivo sgombero.

Dopo la chiusura e anni di incuria, il bunker abbandonato e i terreni adiacenti, di proprietà dello Stato maggiore della Marina militare, vennero venduti ed ora fanno parte di un [DATI MANCANTI] privato.

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

Noi di Ascosi Lasciti, con l’esplorazione urbana, ci spingiamo in luoghi talvolta pericolosi, per poterli raccontare. Come sempre, raccomandiamo di NON VISITARLI, ma di seguirci solo attraverso i nostri reportage.

Se questo bunker abbandonato ha stimolato la vostra curiosità e la voglia di esplorare  insieme a noi altri luoghi abbandonati simili, ecco una carrellata di edifici militari abbandonati. Altrimenti clicca qui per esplorare virtualmente l’intera regione.

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Francesco Coppari
Francesco Coppari
Nato nel 1986. Fotografo per passione dal 2007. Appassionato di fotoreportage, ha trovato nell’Urbex un altro modo di raccontare storie. Tra le altre cose si occupa di gestire il nostro affiatato Gruppo Facebook.

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