L’edificio che ospita questo riformatorio abbandonato fu progettato e realizzato sotto la cura di un celebre architetto dell’epoca, che decise di rompere gli schemi classici del riformatorio, abolendo le sbarre, per agevolare l’avvicinamento dei cosiddetti “ragazzi difficili” alla società, e basando tutta l’architettura su “spazi che favoriscano una socializzazione democratica”.

La struttura, tipicamente in stile “brutalista”, vide abbondare l’impiego di cemento armato a vista e del colore rosso per le pareti.

Una versione iniziale del progetto prevedeva anche la costruzione di un teatro, un centro sportivo e una chiesa che non furono mai stati realizzati. Le camerate, sopravvissute alla prova del tempo, si articolano su due livelli: il superiore, cui si accede da un basso corridoio vetrato con gli armadietti, è attraversato da una passerella che porta ai servizi igienici, un blocco aggettante in facciata, e al livello inferiore, attraverso una minuta scala a chiocciola in cemento con corrimano in ferro rosso.
Disse l’architetto, poco dopo l’inaugurazione del riformatorio abbandonato nel 1952: “chi ha veramente compreso il senso del mio lavoro non sono stati gli organizzatori, le autorità scolastiche e pedagogiche, i colleghi, i critici di architettura che pure mi hanno fatto tanti complimenti: sono stati i ragazzi. Non potrò, credo, dimenticare il grido di gioia con cui sciamarono dentro, l’entusiasmo con cui presero immediato possesso dell’attrezzature, degli armadietti, dei porta-abiti”.

Brutalista, si, l’architettura. Non certo brutali gli intenti per cui il riformatorio abbandonato è stato concepito.
Grazie anche a una campagna promossa da Vittorio Sgarbi, personaggio certamente discutibile su tanti aspetti ma mai sul piano dell’impegno sociale-artistico, per la salvaguardia strutturale l’edificio è stato posto sotto vincolo architettonico. Dal 2009 il comune ha dato in comodato d’uso l’edificio al Politecnico, che realizzò un progetto per il recupero come “residenza per gli studenti universitari”, ma dopo pochi anni tutto andò in fumo per i costi insostenibili dovuti a tutti i cavilli burocratici da affrontare.
Negli anni a seguire lo stabile è divenuto una inconsapevole residenza per occupatori abusivi che, prima di essere sfrattati, hanno usato le sue stanze per ripararsi dai rigidi freddi invernali, aumentando il livello di degrado del complesso.

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

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Stefano Barattini
Stefano Barattini
Fotografo dal 1979, e grande amante di viaggi. Dal 1990 inizia la collaborazione con la rivista Mototurismo e in seguito Scooter Magazine. Attualmente ha trovato nell'esplorazione urbana il suo maggiore interesse. Ha pubblicato vari libri a riguardo, e collabora con alcuni progetti importanti, tra cui il suo gruppo "Manicomio Fotografico".

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