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Che l’Olimpo fosse pieno di divinità bizzose e bizzarre è cosa nota. Giove in capo a tutti non lesinava capricci soprattutto in merito alle sue pretese amorose che, in virtù della sua posizione apicale, credeva poter imporre a chiunque. Accadeva, di tanto in tanto, che qualche rifiuto si palesasse tra le pieghe di caratterini ritrosi, ed allora erano dolori. Gli strali di Zeus diventavano imperdonabili e a, chi ne veniva colpito, restava la sorte di una esistenza condannata a fattezze le più disparate. Così toccò a Cynaria, bellissima ninfa che scosse i sensi del Capo con la sua chioma biondo cenere e con quel caratterino tutto spine che si ostinava nel rifiuto. Incapace di accettare l’affronto, il Signore dell’Olimpo non ci pensò tanto e trasformò la splendida e ritrosa ninfa in un ortaggio verde e spinoso dalle fattezze tutt’altro che avvenenti. Ma la natura, si sa, sovrasta le debolezze, umane o divine che siano, e lenì la vendetta di Zeus donando a quell’ortaggio delicate venature viola e biondo cenere ma, soprattutto, un cuore tenero e succoso da renderlo ricercato dai palati di tutta la terra. Il carciofo.

Cynaria, nella sua forma vegetale, trovò dimora ideale tra gli ulivi e le pietraie della nostra munifica terra eleggendo la Puglia come culla della sua progenie migliore. Millenni dopo se ne accorsero, bontà loro, i membri del comitato organizzatore della prima grande sagra che volle, il 25 novembre del 1961, San Ferdinando di Puglia come madrina del lancio commerciale del carciofo pugliese. Un convegno internazionale di studi promosso dall’Ateneo barese nel novembre del 1967 ne sancì la definitiva investitura come “qualità superiore”, tanto da indurre Angelo Dalle Molle ad un copioso investimento per la realizzazione nelle campagne di Polignano di un Centro Studi per l’ottimizzazione della produzione locale. Grande industriale italiano, Dalle Molle è stato “uomo curioso, mecenate filantropo e filosofo”. Era a capo dell’azienda veneta produttrice del Cynar, bevanda estratta dall’ortaggio spinoso assurta agli onori della fama per una fortunata campagna pubblicitaria. Il Carosello ritraeva il grande attore Ernesto Calindri seduto ad un tavolino al centro di un trafficatissimo incrocio. Il volto sereno, nonostante lo stress cittadino, grazie alle proprietà dell’estratto che veniva esaltato come antidoto al “logorio della vita moderna”.

Il Centro Studi vide la luce il 23 novembre del 1974 e, dopo alterne vicende legate al consueto rimpiattino dell’italica burocrazia politica ed amministrativa, cessò di operare circa vent’anni dopo.
Il Centro, realizzato su progetto dell’Ing.Vincenzo Silecchia, accorsato accademico del politecnico barese, comprendeva cinque studi per ricercatori, due laboratori per analisi chimiche, due locali per la preparazione di campioni, una biblioteca, segreteria, terrazza coperta, servizi generali, abitazione del custode. Grande apprezzamento suscitò la realizzazione dell’originale aula per lezioni e convegni, un anfiteatro della capienza di circa ottanta persone. All’esterno furono realizzati un capannone per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, ricevuti per la valuta zione dei parametri produttivi e qualitativi, e quattro serre in metallo-vetro.

A riprova della illuminata predisposizione di quanti vollero la nascita del Centro, particolare attenzione fu posta nella realizzazione del giardino intorno all’edificio. Pensato l’inserimento di una costruzione moderna in un vetusto paesaggio agricolo, il Centro Cynar fu’ ideato con l’obbiettivo della più totale integrazione nell’ambiente rurale ove insisteva, in perfetta armonia con la tipica vegetazione arborea mediterranea e, soprattutto, con le particolarissime abitazioni contadine, “le casedde”, piccole costruzioni sparse nel paesaggio e circondate da una fitta rete di muretti a secco. Un progetto di grande rivalutazione della millenaria cultura contadina locale, testimoniata da quel faticoso ed ingrato lavoro di spietramento per la conquista di terreni da volgere a fertili orti. Una ormai silente fontana ci rammenta che, allo stesso tempo, il giardino doveva permettere pause di lavoro all’aria aperta, essere un luogo di incontro per la partecipazione alla vita scientifica del Centro nel più stimolante recupero di quell’antica ”peripatetica” che tanto beneficio portò alla circolazione del sapere in epoche ben lungi dall’avvento di internet e di facebook.

Oggi il centro studi inutilizzato risulta in ottimo stato di conservazione. Non utilizzata, piuttosto che abbandonata in quanto affidata alle cure di Emilio, il simpaticissimo custode cui dobbiamo un grato saluto per avercene aperto le porte. L’edificio è proprietà di una Fondazione propaggine di una delle più accorsate Imprese Edili della nostra città. Si deve a costoro, negli anni ottanta del secolo scorso, il generoso tentativo di conversione della struttura in Centro Museale di Arte Contemporanea. La prossimità del Centro al più blasonato Museo dedicato al compianto artista Pino Pascali (che da queste parti ebbe i natali) rende, oggi, assai appetibile l’dea di un riuso dell’immobile proprio come galleria d’arte. Tutt’ora al suo interno sono stipate opere di arte contemporanea, di artisti dei cui nomi non abbiamo trovato traccia, ma che degnamente lasciano pregustare cosa il Centro Cynar potrebbe essere in questa veste ideale.

Usciamo nella brulla campagna assolata inebriati da un nuovo sogno di riuso; c’è qualche pianta di carciofo ancora nel campo tra le serre, una svetta tra le altre e pare salutarci col dondolare al vento, pavoneggiandosi tronfia delle sue spine e dei suoi fantastici riflessi cinerei: arrivederci Cynaria.

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

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