Questo non sarà un articolo come tutti gli altri. Sì perchè di posti abbandonati ne ho visti tanti, anzi, ne abbiamo visti tanti, però ce ne sono alcuni che non solo colpiscono l’occhio, ma anche l’anima. Questo non sarà un articolo come tutti gli altri. Sì perchè di film in cui i protagonisti vengono messi in carcere ne abbiamo visti centinaia, forse migliaia però un conto è vedere “The rock” o “Fuga da Alcatraz”, un conto è entrarci sul serio. Questo non sarà un articolo come tutti gli altri. Sì perché “libertà” è un concetto così astratto che solo vivendo alcune esperienze possiamo toccarne l’assoluta concretezza.

La partenza è come al solito all’alba. Questa volta, però, fa più freddo del solito. Nella mia mente c’è un po’ di malsana attrazione verso questo luogo. Sono entrato solamente una volta in un carcere abbandonato (quello di Dublino) ma che oramai è diventato un museo. Ebbene sì, volete un esempio di rivalutazione dei luoghi abbandonati? Chiedere agli irlandesi. So per certo che le carceri mi hanno sempre affascinato (come non pensare al celebre Castel Sant’Angelo a Roma? Una delle prigioni più ammalianti del mondo) forse per la mia cultura cinematografica sull’argomento o più semplicemente per il fatto che l’attrazione per questi luoghi sia ormai insita nella mia (anzi nella nostra) mente.

Il gruppo è compatto. Ascosi raccoglie per questa avventura il sottoscritto, Valerio, Nausicaa (la nostra collaboratrice esterna) ed il mega boss supremo Alessandro. L’intento è quello di documentare questo luogo al meglio con foto e video. La sostanza è che ne usciremo vittoriosi ma non senza difficoltà.

In primis, come già accennato: il freddo. E non parlo per metafore, intendo proprio la temperatura esterna ed interna. Poi i chilometri: quelli che abbiamo percorso durante l’intera esplorazione del carcere abbandonato. Non li abbiamo contati ma penso che siano stati l’equivalente di una maratona vera e propria. Per finire, da non sottovalutare, le immagini che ci porteremo dentro.

Scegliamo una stanza al primo piano come campo base e troviamo subito un reperto molto interessante: delle audiocassette con le registrazioni dei detenuti. Le confessioni? Gli interrogatori? Lo scopriremo, promesso. L’intento, ora, è quello di effettuare un primo giro della struttura con la macchina fotografica per dedicarci alle foto e, successivamente, di ripetere il tutto con telecamera alla mano. La scelta non poteva essere delle peggiori.

Alla fine di un corridoio con delle impalcature rinveniamo un pianoforte totalmente dismesso all’interno di quella che doveva essere l’ufficio del direttore. Un colpo al cuore. Gli strumenti musicali sono come i teatri: non si possono lasciare morire così. Da un piccolo balconcino si vede tutto il primo cortile interno del carcere abbandonato. La vegetazione ormai lo sta quasi totalmente mangiando. Scorgiamo ai lati quelli che dovevano essere dei piccoli orticelli ben curati. Scendiamo e ci ritroviamo in chiesa. Un luogo di contrasto e di conforto allo stesso tempo in un carcere. La luce filtra calda dai lucernari laterali e conferisce a questa stanza un’atmosfera sacra. Da qui in avanti, Alessandro si trasforma nel Minotauro che cercherà di guidarmi arditamente tra i cunicoli, le scale e i corridoi che compongono questo luogo gigantesco. Valerio, invece, l’abbiamo perso già dall’ingresso. Non vi preoccupate, è vivo. Valerio è una garanzia.

Cunicoli, corridoi, scale. Ed eccoci nel reparto medico della prigione. Un’intera area dotata anche di sala operatoria all’interno della quale i detenuti venivano curati e visitati. Vi sono ancora stanze con garze, sedie a rotelle, bombole di ossigeno, camici e farmaci.

Cunicoli, corridoi, scale. Troviamo un laboratorio artigianale che odora ancora di legno e vernice. Su un tavolone di legno trovo un libro sull’arte di Michelangelo. La potenza dell’arte.

Cunicoli, corridoi, scale. Un altro cortile interno. Altri passaggi. Le celle attorno a noi si moltiplicano a vista d’occhio. Alcune sono capienti e lasciano passare un po’ di luce. Altre no. Alcune di esse sono talmente anguste che i raggi del sole sembrano non esistere. Proviamo a chiudere una delle pesanti porte. Non hanno le sbarre, sono portoni pesantissimi, freddi e imponenti il cui unico pertugio risulta essere uno spioncino quadrato richiudibile anch’esso.

“Quando hanno aperto la cella

era già tardi perché

con una corda al collo

freddo pendeva Michè.
L’avevan perciò condannato

vent’anni in prigione a marcir

però adesso che lui s’è impiccato

la porta gli devono aprir”.

Cunicoli, corridoi, scale. Il carcere femminile. Piatti e stoviglie riposti nei piccoli armadietti interni alle celle, qualche preghiera appesa. Dietro l’angolo la parte dura: il reparto bimbi. Un seggiolone e qualche giocattolo sono rimasti in questa sala dalle pareti un po’ più vivaci (se di vivacità si può parlare). Qualche disegno sui muri e ancora celle, sempre e solo celle.

Cunicoli, corridoi, scale. La location cambia leggermente quando ci troviamo nel parlatorio. Delle sedie ancorate per terra sono poste di fronte a dei vetri antisfondamento. Tra l’una e l’altra un metro circa di distanza, nessun divisorio, nessuna privacy. Anche qui manca la luce. Troviamo nelle vicinanze anche un paio di aule bunker schermate totalmente da sbarre e guardiole protette da vetri spessi come non mai.

Cunicoli, corridoi, scale. Un altro cortile, stavolta con un biliardino e degli attrezzi per fare un po’ di palestra. Prendiamo finalmente un po’ di aria (metaforicamente parlando questa volta) in quanto siamo capitati in una zona un po’ più ampia seppur circondata da altissime mura. Siamo sempre all’interno di un carcere abbandonato. Da questo punto scopriamo un’area un po’ più nuova con delle stilosissime porte rosso fuoco che celano delle piccole stanze adibite al parrucco. Caschi per le permanenti e specchi.

Cunicoli, corridoi, scale. Le cucine. Spazi angusti e grossi buchi per enormi pentoloni sono celati dal buio che pervade questo reparto. Dietro questi spazi ancora vetri antisfondamento. Teneri fasci di luce illuminano fiocamente di blu i muri totalmente scrostati di un’altra area e di un’altra e di un’altra ancora. Le celle si susseguono senza finire mai.

Cunicoli, corridoi, scale. Ad un tratto una via d’uscita per l’esterno: un portone arrugginito che sembra tanto uno stargate conduce ad una piccola salita che sbuca all’esterno. Eccoci nel primo perimetro che circonda questo carcere: quello tra la struttura e il muro di cinta con le torrette. La vegetazione ha preso il sopravvento, sembra una giungla. Ci facciamo largo a colpi di cavalletto. Troviamo un altro piccolo cortile con una porta sulla cui cima troneggia la scritta “scuola”. Ma scuola per chi? Per tutti i detenuti di tutte le età? Supponiamo di sì in quanto la struttura non era un carcere minorile. Fa comunque un certo effetto ve lo possiamo garantire.

Cunicoli, corridoi, scale. Finalmente ci siamo. Il punto forte: il centro dell’universo. La grande stanza che cercavamo è di fronte a noi. Tutte queste corsie, questi varchi, questi piani convogliano tutti qui: nella sala circolare che da cui partono tutte le direzioni. Tre piani, un orologio in alto, inarrivabile e vie di fuga a perdita d’occhio (nel senso geometrico, ovviamente). Mettendosi al centro di questa grande sala e girando su sé stessi si entra in una sorta di caleidoscopio: corridoi e celle, corridoi e celle all’infinito.

Per non farci mancare nulla troviamo anche il modo di salire sui camminamenti esterni e di percorrere ancora metri su metri esplorando anche le singole torrette. Troviamo solo dei vecchi telefoni impolverati ma una vista della struttura niente male. Ora il sole sta calando. Il carcere inizia a diventare ancora più tetro. E noi ancora più stanchi.
Torniamo con quelle poche energie che ci restano in corpo verso il campo base e, ovviamente, ci perdiamo ancora più volte. Riponiamo l’attrezzatura con calma e pensiamo a questa prigione ideata e costruita addirittura negli ultimi anni dell’800 con più di 370 unità aggiunte nel tempo. 

A volte ci viene chiesto come poter recuperare o riqualificare un luogo abbandonato. Di idee ve ne sarebbero a centinaia e qualsiasi di essa forse andrebbe bene solo per il fatto che un luogo del genere non possa crollare su sé stesso fra la polvere e i ricordi. Perchè alla fine sono questi ultimi che non possono morire in un posto del genere, quegli stessi ricordi che hanno accompagnato detenuti politici, donne e uomini con un passato ed una storia. Le loro memorie sono impresse in queste mura, in quei poster strappati all’interno delle celle, in quei seggioloni, in quelle sedie a rotelle e in quelle divise trovate nei sotterranei di questo carcere abbandonato.
Ve l’avevo preannunciato: questo non è un articolo come tutti gli altri. Il numero delle parole che avete letto non corrisponde minimamente al quantitativo di persone che nei decenni si sono susseguite in questa prigione. Noi compresi, ovviamente. Il sole è tramontato e la temperatura è scesa ancora. Tornando a casa i pensieri vagano tra cunicoli, corridoi e scale del carcere abbandonato appena esplorato.

Testo di: Matteo Montaperto

Prima foto singola, prima galleria e ultima foto singola di Valerio Fanelli
Seconda e terza galleria foto di Matteo Montaperto

Video reportage Matteo Montaperto e Alessandro Tesei

“Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili.”
Nelson Mandela

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

Noi di Ascosi Lasciti ci spingiamo in luoghi pericolosi o inagibili per poterli raccontare. Come sempre, raccomandiamo di NON VISITARLI, ma di seguirci solo attraverso i nostri reportage. Per poter prendere parte attiva senza rischi a questa missione, iscriviti nostro gruppo, oppure, se l’impegno che vuoi prestare è maggiore, supportaci e tesserati alla nostra associazione. Potrai beneficiare di contenuti esclusivi e materiale inedito.

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Matteo Montaperto
Commediografo, teatrante, comico ed esploratore urbano. Come si conciliano queste personalità? Fa parte del carattere di Matteo. Autoironico ma determinato.
Amministratore del profilo Instagram di Ascosi Lasciti e autore di articoli, principalmente nel Lazio.

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