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Nemmeno un’informazione. Apparentemente nessuno ha messo più piede, prima d’ora, in questa grossa villa – palazzina abbandonata di tre piani, tutti, ve lo anticipo, meravigliosamente fatiscenti.
Solo sfogliando minuziosamente gli archivi storici si scopre come alcuni dei pregevoli spunti dal gusto tardo barocco siano stati elaborati da un importante artista che, passando per le vicine frazioni, avrebbe donato qua e là il suo contributo. Le date dei calendari riportano agli anni ‘80, l’ultimo segna 1985, come confermano alcune bollette. I servizi sono stati interrotti da quell’anno, tuttavia alcuni documenti all’interno della villa fanno presupporre che fino almeno a due anni dopo saltuariamente vi si facesse visita. I controlli, come spesso accade, sono certamente diventati più sporadici fino al totale abbandono.
E da dove iniziamo la nostra storia dunque?

Partiamo, come sempre, dal principio. Il primo proprietario, progenitore di coloro che abitarono la dimora, fu personaggio molto in vista nel paese poco distante: droghiere, liquoraio, cartolaio e caffettiere, era stimato e rispettato dai più.
Siamo nella prima metà dell’800, quando l’astuto imprenditore poggiò le basi per una futura collaborazione con la farmacia del borgo vicino, costruendo un piccolo impero economico che gli permise di mantenere da solo una villa così grande, arredandola riccamente. Non soltanto. La sua famiglia acquistò un’altra dimora storica nella zona, ex oratorio convertito in casa, per altro anch’essa oggi ridotta a palazzina abbandonata, con lo scopo di impiegarla a fini di beneficenza. Eh già perché tutta la prole rimarrà sempre legata al volontariato religioso e ad associazioni cattoliche benefiche, intrattenendo relazioni con frati cappuccini e preti attivi nel sociale, ma anche vescovi e monsignori. I riferimenti al sacro, nella magione che andiamo ad esplorare, di fatti, sono molteplici e onnipresenti. Altrettante le foto e le lettere, sparse tra il caos di un pavimento sporco e malconcio, che testimoniano quanto appena detto.

Ma tornando invece alla seconda villa, quale fu il suo impiego per opere di bene? Per spiegare ciò dobbiamo prima introdurre un parente diretto “ex fratre” del primo proprietario, figura non meno in vista nella zona.
Medico ed ufficiale sanitario per le istituzioni, dedicò la sua vita alla cura di alcune patologie assai diffuse all’epoca ed ancora poco note. Per fare ciò sfruttò per un breve periodo l’ex oratorio sopramenzionato, convertito in abitazione e poi, per l’appunto, in colonia per bimbi. Dopo pochi anni, dato il grande successo, il centro fu ampliato e trasferito altrove, grazie anche ai fondi della Regina Elena e, in seguito, all’appoggio pieno del Regime fascista, di cui il nostro protagonista era fervente sostenitore. Alla sua morte, avvenuta quasi al termine della Guerra, le sorti del centro andarono nelle mani della figlia…ma questa è un’altra storia.

Continuiamo con le strutture. Come già detto, la seconda villa fu comprata dalla famiglia e convertita per poco tempo in colonia, per poi tornare casa abitata fino a poco più di 10 anni fa. La prima palazzina invece, quella oggi abbandonata da quarant’anni, fu abitata dal capostipite fino ai primi anni del 1890 circa, quando il vecchio droghiere morì, lasciando l’attività e la magione in mano al figlio. Il neo-erede sposò la figlia di un benefattore assai famoso in zona e il cui cognome servì per intitolare un istituto educativo poco distante. Fu un matrimonio celebrato in pompa magna. Tutt’oggi nella villa si conservano i manifesti stampati con cura. Ne derivò una bambina da quest’unione, anch’ella rigorosamente avvezza alla vita ecclesiastica e al duro lavoro. Nemmeno a dirlo, quando crebbe nel sua forma mentis “tutta casa e chiesa”, la donna si sposò con un facoltoso ingegnere, anch’egli attivo nel sociale, fratello di un ricco  proprietario di una ditta di estrazione mineraria. Mappe e cartine ricoprono i pavimenti di alcune stanze del secondo piano, mentre nell’attico sono rinvenibili gli ex tavoli da lavoro del geometra.

Come si è arrivati a rendere questa palazzina totalmente abbandonata? Con buona probabilità la prole successiva non è riuscita ad allinearsi allo status economico necessario per mantenere un’abitazione così grande e dispendiosa; inoltre ovunque si trovano riferimenti a cause giudiziarie non ben specificate che avrebbero potuto costituire un’ulteriore gravosità alle finanze.

La villa oggi. Essa si compone di un grosso scantinato dove fango e polvere ricoprono ciò che rimane delle antiche botti. Si sale rispettosamente e silenziosamente al pian terreno dove un’intera stanza è adibita a libreria, la cucina custodisce uno splendido pronto soccorso fai-da-te vintage: dalla siringa in vetro, passando per le indimenticabili calze Gloria, l’immancabile clistere a forma di pera allungata ed il vics “formato supposta”. Ovunque, riferimenti ecclesiastici, bibbie, vangeli, stemmi cattolici, busti di santi e Madonnine. Una statuetta, su tutte, meravigliosamente dipinta a mano, svetta col suo metro di altezza, al centro della prima rampa di scale che conduce ai piani superiori.
Qui sopra, l’occhio gode a tutto campo degli affreschi “trompe-l’oeil” su mura e soffitti finemente dipinti. Libri, riviste, giornali ricoprono gli scaffali di ogni stanza, oltre ad essere sparsi sui pavimenti o accatastati frettolosamente in cartoni. Si cammina letteralmente su di essi, tra polvere, calcinacci di un edificio ormai malconcio, e cianfrusaglie varie. Basterebbe questo a dipingere il quadro complessivo della struttura, ma sarebbe riduttivo. Ecco infatti comparire, in ogni angolo dell’abitazione, missive e corrispondenze con figure di rilievo. Le apro e le sfoglio meticolosamente, tra un’occhiata ai quadri o alle vecchie foto di famiglia e uno sguardo a titoli auto-celebrativi o santini appesi in ogni dove. Suppellettili dorate, colonne in marmo bianco, pianoforti e teche di valore impreziosiscono questo ambiente già piuttosto “carico”, che rispecchia perfettamente quello che doveva essere lo spirito familiare: ostentazione, sfarzo ma anche tanta benevolenza e spiritualità.

La cosa più emozionante? Sfogliare le lettere d’amore delle ex proprietarie. Il loro contenuto non ve lo renderò mai noto, per rispetto verso un luogo che non mi appartiene ma che mi ha accolto raccontandomi tanto. Tutte le informazioni che ho trovato per voi sono frutto di settimane di lavoro. Dunque concedete di tenere per me qualcosa di troppo personale per essere raccontato. Proprio come non ho fornito, come spesso accade nel nostro progetto, informazioni dirette o nomi che possano far risalire all’ubicazione dell’edificio. Non me ne vogliate se sono stato più criptico del solito: ci sono luoghi che meritano di essere raccontati, si, ma piano, e con un filo di voce.

Per vedere altre foto della palazzina abbandonata fai click qui, sul nostro gruppo facebook.

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.

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Dimora scoperta ed esplorata con Isabella Urtis

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