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Di fronte ad un ex ospedale, oggi abbandonato, tra i più grandi mai visti, la nostra mente non può che tornare sull’argomento dell’emergenza sanitaria in Italia da Covid-19.

Mi riferisco in special modo all’oramai (speriamo) passato periodo delle terapie intensive. Non che ora navighiamo in acque tranquille ma, perlomeno, possiamo affermare di non essere più costantemente in emergenza a causa della mancanza dei posti letto in ospedale per coloro che contraggono il virus. Sempre noi di Ascosi Lasciti pubblicammo un articolo, tempo addietro, in cui analizzavamo un tema a noi caro: “ma quanti posti letto avremmo avuto in più nel nostro bel Paese se avessimo riattivato tutti gli ospedali abbandonati presenti ad oggi sul nostro territorio?”.

Oggi vi portiamo all’interno di una struttura ospedaliera talmente grande ha lasciato di sasso anche noi. Di ospedali e di manicomi in disuso ne abbiamo visti a bizzeffe, dai più decrepiti ai più fatiscenti. Questo, però, è un’altra storia.

Il sottoscritto e il buon Valerio si mettono in marcia verso questa meta carichi di speranze: abbiamo con noi cavalletto, reflex e faretti per illuminare tutte quelle zone che sappiamo essere buie. Siamo pronti a tutto, anche al fatto che appena il sole starà per tramontare dovremo essere veloci ad uscire.

Riusciamo ad entrare nell’ex ospedale grazie ad un piano degno di Arsenio Lupin e ci sentiamo già due eroi di un romanzo thriller che finirà con la trasposizione in un lungometraggio. Il primo padiglione è enorme. Una struttura a più di tre piani con dei corridoi lunghi chilometri e chilometri. Iniziamo dai sotterranei dove regnano oscurità, detriti e muffa. Non ci aspettavamo granché altro in effetti. Ci troviamo all’improvviso nella parte forse più bella di questa prima parte: l’ex accettazione per i degenti. Un atrio con pavimenti in marmo e portoni di legno alti tre metri ci osservano silenziosi. Alle sue spalle una splendida e mastodontica scalinata si dipana in un vortice che conduce sino alla terrazza dell’ex ospedale.

Percorriamo ogni singolo piano alla ricerca di un’inquadratura esclusiva: qualcosa che possa renderci i veri protagonisti del romanzo. Purtroppo, come in ogni storia che si rispetti, i protagonisti dovranno faticare un bel po’ prima della riuscita dell’impresa. Difatti, ci attendono vetri rotti, escrementi di piccione e resti di chi (ahinoi) ha adoperato questo ospedale come accampamento di fortuna. Le gambe iniziano a dolere. I chilometri percorsi sono già tanti.

Camminando a ritroso riusciamo a scovare la via per raggiungere il secondo padiglione. Scritta in una riga sembra impresa facile ma vi possiamo assicurare che anche l’orientamento del più bravo speleologo in questo posto verrebbe messo a dura prova. Finalmente troviamo un luogo decisamente interessante: una chiesa abbandonata all’interno dell’ex ospedale. L’atmosfera è fredda e silenziosa. La cera sciolta è rafferma sulle candele delle offerte e i confessionali sono chiusi da una tenda rossa che mi ricorda un sipario. L’organo, al piano superiore, trionfa in tutto il suo splendore.

Corridoi e scale si intersecano come un in intricatissimo dedalo. Abbiamo bisogno più di una volta di fermarci e capire dove siamo. La struttura di questo ex ospedale vista dall’alto, con l’ausilio di Google Maps, non rispecchia assolutamente la realtà del suo interno. Proviamo ad accedere al terzo padiglione. Siamo sicuri che vi sia molto di più da poter documentare. Ci troviamo davanti porte sbarrate e passaggi interrotti. Sembriamo oramai in trappola. Il punto in cui abbiamo lasciato la macchina all’esterno è come se non esistesse più: troppo lontano.

Torniamo nei sotterranei e tra le mille macerie recuperiamo addirittura delle vecchie diapositive. Le mettiamo, come quando eravamo bambini, in controluce per far sì che ci possano rivelare il loro contenuto. Si dia il caso che, per fortuna, io e Valerio siamo dotati di forte stomaco perché i nostri occhi stanno osservano alcuni scatti effettuati durante delle operazioni chirurgiche. Se ve lo state chiedendo no: ovviamente non pubblicheremo questo materiale.

Lo confesso. Stavo per abbandonare la nave convinto che il mio fisico non avrebbe retto ancora a lungo al freddo e con l’enorme peso dell’attrezzatura sulle spalle. In fin dei conti avevamo già un sacco di materiale e l’ex ospedale sembra oramai tutto uguale a sé stesso. Valerio, però, riesce a convincermi a proseguire oltre, a sfruttare gli ultimi assaggi di luce naturale che l’inverno ci regala. Lo ringrazierò sempre per questo.

Siamo costretti ad un ultimo disperato tentativo: uscire da una finestra, attraversare un pezzo di cortile e rientrare nell’ultimo padiglione da un’altra apertura posta al primo piano. Va bene, facciamolo.

Ora ci siamo. I protagonisti del libro siamo noi. Ci affacciamo da quelli che sembrano essere due piccoli camerini ed arriviamo sul palco di un teatro totalmente fatiscente di almeno trecento posti. Come due attori alle prime armi compiamo i primi passi sulle vecchie assi di legno ed iniziamo a guardare la platea con lo stupore degno di Estragone e Vladimiro in “Aspettando Godot”. Ed ecco il concetto Beckettiano dell’attesa: vorremmo che questo attimo non finisse mai.

Dedichiamo molto tempo ad immortalare questa sala. Per il sottoscritto la vista di tutti questi posti vuoti e lasciati a sé stessi è un colpo al cuore non descrivibile. Sta di fatto che la luce ormai è quasi del tutto scomparsa. Decidiamo, quindi, di ripercorrere altri svariati chilometri prima di tornare alla macchina che ci attende molto isolata.

Quello che ci resta di questa esplorazione è (acido lattico a parte) una sensazione di vuoto e, sembra scontato o paradossale, di abbandono. Una struttura ospedaliera grande come questa ha visto nel corso dei decenni passare migliaia di persone. Qualcuna si è anche fermata lì, in una di quelle stanze o in uno di quei reparti. Come i due personaggi del dramma di Beckett ci allontaniamo da questo luogo e…nell’attesa che qualcosa possa cambiare…non possiamo far altro che condividere con voi questa esperienza e compiere una buona azione. Quest’ultima, però, non ve la diremo. Il romanzo finisce qui.

Articolo di Matteo Montaperto

Prima e terza galleria fotografica: Matteo Montaperto

Seconda e quarta galleria fotografica: Valerio Fanelli

Se questo ex ospedale ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di ospedali abbandonati. Altrimenti perché non esplorare virtualmente i luoghi abbandonati d’Italia?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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