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Fabbrica Vaccari.

“Se non cambierà lotta dura sarà!
La gente come noi non molla mai.
El Pueblo Unido Jamás Será Vencido!
Sciopero, sciopero!”

Primavera 2006. Il camioncino con l’altoparlante e lo speaker proiettano lo stesso disco a ripetizione. Per me è un giorno scolastico qualunque.

Ed è solo una delle tante manifestazioni studentesche a cui ho partecipato pseudo-attivamente negli anni. Mi fanno male la gambe.  Succede sempre quando avanzo a passo lento. Il passo da fiera: così lo definisco. E’ insopportabilmente fiacco. Mi fa stancare mentalmente e fisicamente. Ma “la lotta dura non può attendere”.
Nemmeno so cosa voglia dire la parola “cassa integrazione”, ma poco importa. Gli operai che per anni avevano lavorato alla Vaccari lo sanno bene. Forse, non ci dormivano la notte, proprio per quel motivo.
Eppure marcio, quasi contro voglia, e completamente ignaro di certe dinamiche.

lotta dura

A quasi vent’anni di distanza, osservo lo scheletro spolpato della creatura che avremmo dovuto difendere: la Vaccari è chiusa e lasciata al degrado.
Dicono che la vita è bella in tutti i suoi colori e sfumature, eppure il mondo mi sembrava molto più bello quando lo vedevo così: diviso, in bianco e in nero.
Non conoscevo le difficoltà gestionali di una azienda. Esattamente come non potevo immaginare il dolore e la paura di famiglie di operai che avevano lavorato per decenni nello stesso confortante luogo…e quel luogo stava chiudendo i battenti. Quella dolce routine sarebbe divenuta presto per loro un lontano ricordo.
Gli ultimi proprietari della Vaccari, i Lasselberger, non hanno ceduto alle lotte sindacali. L’orribile parabola che ha condotto i 140 mila metri quadrati della “Ceramica” a chiudere nel 2006, quando ancora impiegava 170 addetti, è perfettamente stigmatizzata nell’annuncio della chiusura e del licenziamento dei 170 dipendenti: via fax. Un documento freddo e impersonale che ha messo tragicamente la parola fine su 120 anni di storia della Val di Magra.

Estesa per 14 ettari, la fabbrica Vaccari si insedia nel 1882. Rappresenta presto uno tra i principali opifici europei del ventesimo secolo. E’ una fabbrica di laterizi. Ma il vero boom lo si ha con la  produzione di mattoni, dopo l’acquisto dei genovesi Vaccari che vi manterranno piede fino alla crisi degli anni Settanta. Quasi cent’ anni di attività di un capitalismo famigliare nel periodo in cui La Spezia è proprio al centro di un’esplosione industriale e demografica legata alla realizzazione dell’Arsenale militare.
Le peculiarità dell’argilla estratta da una cava della zona (Brina) permette di produrre un grès durissimo e dall’inconfondibile colore. Il “rosso Ponzano”, questo è il carattere distintivo delle mattonelle esagonali che ancora oggi pavimentano edifici pubblici e privati dello Stivale.
Nel 1950 l’azienda raggiunge l’apice del suo successo, quantificabile nel numero degli addetti, ovvero, pensate, ben 1.500.
La fabbrica è ormai leader europeo del settore; persino un binario a scartamento ridotto collega la Vaccari con la vicina stazione ferroviaria e il grosso porto della città, agevolando la commercializzazione di un prodotto noto per la sua resistenza agli urti e all’usura ma anche per un design di successo, come nel caso della mattonella “mosaico”, composta di piccole tessere di diversi colori.
Trascorrono anni di grande sviluppo, industriale e sociale, che fanno nascere attorno alla fabbrica e alla villa dei Vaccari, le abitazioni dei dipendenti, grazie ad una guida attenta alle esigenze dei lavoratori.

Dolce all’inizio, amaro alla fine. Nella seconda metà del ‘900 cambiano i metodi di produzione, dagli enormi forni Hoffman con le altissime ciminiere ai moderni forni a tunnel, tecnologicamente più avanzati e meno bisognosi di manodopera. Ma non basterà ad impedire l’inevitabile declino. Né la proprietà, né il sindacato, sanno capire quanto profondo sia il cambiamento in atto.  Così, nel 1985, avviene il primo fallimento. A quel punto i dipendenti sono drasticamente ridotti. L’azienda viene rilevata da Pozzoli, indimenticata figura industriale che attua il rilancio della Ceramica Vaccari. Sono anni di grande attivismo ed entusiasmo. Al fianco di Pozzoli c’è come socio e direttore generale colui che è oggi presidente locale di Confindustria. Dodici anni dopo inizia però un cambio di mano continuo con ditte estere fino all’austriaca Lasselberger. Saranno loro a mettere il punto su questa lunga e gloriosa storia.
Si dice che un finale, in quanto tale, non possa mai essere lieto, altrimenti la storia sarebbe semplicemente andata avanti. Chi sono io per dissentire? Però può essere più o meno amaro, il “boccone” da digerire, a seconda dei presupposti e delle modalità. E, premesso quello che avete già letto ad inizio articolo, lascio a voi immaginare quanto zucchero possa essere stato messo nel caffé.

Così recita il nuovo progetto che da anni incombe sul grande eco-mostro : “Uno spazio di oltre 180.000 mq, una vera e propria città, nascosta nel tessuto urbano esistente. In questo contesto nasce un progetto che mira a traguardare non solo la realizzazione del polo dell’economia culturale, uno dei pochi settori in crescita secondo l’ISTAT, ma la riprogrammazione urbana di tutta l’area. Il progetto di risanamento conservativo ha interessato soprattutto l’aspetto esteriore, con modifiche minime necessarie a rendere l’edificio compatibile con le nuove funzioni. L’interno è stato trattato preservando al massimo l’esistente, con soffitti e travi oggetto di sole manutenzioni parziali e locali, pilastri semplicemente trattati e lasciati con colori e difetti esistenti.”
In uno dei capannoni adiacenti alla fabbrica, è stato accolto il museo dei trasporti, valoroso progetto mirato a dare visibilità ai mezzi storici di locomozione cittadina.
Alcuni di essi, non potendo essere trasferiti all’interno dello stabile, sono esposti alle condizioni atmosferiche e climatiche. Fanno da perfetta e spettrale anticamera a ciò che rimane della spolpata carcassa che un tempo chiamavamo Vaccari.

Se la storia della fabbrica Vaccari ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di fabbriche abbandonate. Altrimenti perché non esplorare virtualmente i luoghi abbandonati della Liguria?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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