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Essere appassionati di urbex secondo me significa amare ciò che per le altre persone è ormai andato perduto. Nel fare questo tipo di esplorazioni voglio riportare alla luce ciò che ormai la polvere e il tempo hanno seppellito. Quando esploro luoghi abbandonati immagino la vita di quelle mura nei tempi in cui erano “vive”, cerco di immaginarmi immerso in quelle stanze e in mezzo a quella gente. Nel posto in cui vi porto oggi, un fantastico albergo in disuso di quattro piani, scoperto quasi per caso a pochi chilometri da dove vivo, vedo davanti a me la frenesia delle persone che hanno riempito quelle stanze nel fiore della sua attività, probabilmente iniziata negli anni ’70 e finita in maniera non gloriosa a fine anni novanta.
L’esplorazione dell’albergo dell’Architetto, nome che si è guadagnato da quando un famoso architetto dell’epoca ne ha fatto la propria dimora occupando per anni un intero piano, inizia nell’attraversare il giardino che circonda per tre lati l’edificio, uno spazio che il tempo ha reso incolto e ostile.

Dopo un rapido giro esterno dell’albergo in disuso ho trovato un comodo ingresso secondario, che mi ha aperto la via verso il passato. Entro da un passaggio laterale e il primo elemento che mi trovo davanti è il bancone del bar, che regala una parete piena di vecchie bottiglie, che se non fosse per la polvere sembrerebbero quasi in attesa del prossimo cliente ed invece sono lì ferme, da più di 20 anni. Anni visibili e tangibili da vecchie marche ed etichette ormai dimenticate. Dopo un rapido sguardo ad una vecchia cassa per gli scontrini e alcuni documenti, dal bar si apre una vista sull’entrata dell’hotel e sulla luminosissima sala da pranzo, totalmente vuota se non per qualche credenza piena di piatti e bicchieri. Attraverso la stanza illuminata dal sole e passo davanti a tre porte ed ognuna cela un tesoro: la prima mi fa entrare in quello che sembra l’ufficio del direttore con un vecchio telefono, timbri, documenti e una scrivania piena di cose, piena di un caos forse anche frutto di altre esplorazioni un po’ meno rispettose del dovuto; la seconda è una vera chicca, entro letteralmente in una cella frigo, con all’interno ancora termometri e ganci per la carne e una piccola finestra che affaccia direttamente sulla terza stanza, una grandissima cucina piena di padelle ed utensili sparsi sui piani. Dopo un’occhiata veloce tra fornelli e lavandini ed aver capito che l’uscita che dalla cucina mi porterebbe sul retro del giardino è pericolante ed impraticabile, torno indietro, diretto alle scale e ai piani superiori. Salgo i gradini pieni di coriandoli, forse frutto di qualche festa di carnevale non autorizzata, arrivo al primo pianerottolo e trovo davanti a me tre porte. Una vale l’altra, penso, e inizio a girare tra le stanze come un bambino in un negozio di giocattoli: mi trovo davanti stanze da letto con comodini e abat jour, una cucina con le stoviglie ancora in bella vista, vecchi televisori. Alcune stanze sembrano stranamente ordinate e in altre invece regna il caos… in una trovo addirittura una macchina da scrivere, messa un po’ male ma decisamente piena del suo fascino.

Ancora pieno di curiosità sulla vita di quella iconica Olivetti, riprendo la salita verso il secondo piano, verso le stanze che si riveleranno le più interessanti di questo albergo in disuso. Come detto all’inizio questo luogo si è guadagnato un nome che si comprende in pieno esplorando questo piano interamente affittato ad un architetto, che faceva di quel luogo la sua casa e il suo studio. Trovo stanze molto personali con quadri, libri e addirittura un busto di Giuseppe Verdi e un’intera parte piena di fogli, squadre, righe e tavoli da disegno, un incanto per gli occhi e per la mia mente che immagina di udire La traviata in sottofondo mentre osservo quei progetti sbiaditi. Dopo l’incanto dei primi tre, assorbo facilmente la delusione per un ultimo piano travolto da una ristrutturazione bloccata troppo presto, che ha lasciato solo polvere e calcinacci. Scendendo per andare di nuovo verso l’uscita, voglio condividere con voi alcune riflessioni su questo tipo di esperienze che lasciano in me sempre emozioni opposte – da una parte l’eccitazione per nuove foto e per nuove scoperte, dall’altra la malinconia di come le cose possano andare storte e finire da un giorno all’altro. Nello specifico in questa esplorazione l’entusiasmo degli oggetti e delle vite scovate si equilibra con un senso di vuoto creato da un documento trovato nel bancone del bar, che finora vi ho volontariamente omesso: un foglio scritto a mano, una richiesta di aiuto di un ragazzo che dopo la morte dei genitori e i problemi del fratello non sa come tenere in vita quell’albergo. Non posso avere certezze sull’autenticità di quelle parole, ma a me piace crederle vere e sperare che quella persona e che questo luogo abbiano nel tempo trovato un po’ di pace e tranquillità. Sono giunto all’uscita, spero che queste parole siano servite come innesco per la vostra fantasia e vi lascio ricordandovi sempre che queste esplorazione sono fatte nel rispetto del luogo in cui vado e con la massima precauzione possibile, evitando pericoli per me e preservando totalmente le location.

Foto e testo di Patrizio Achilli.

Se questo albergo in disuso ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di alberghi abbandonati. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati del Lazio?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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