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Borgate vicine l’una all’altra. Disabitate parzialmente per motivi diversi.
Stiamo parlando di Caprile, paese disastrato per un evento naturale repentino e irreversibile, e Giardino, frazione semi-abbandonata dell’appennino reggiano che, anticipiamo già, è stata recentemente ri-abitata, in parte.

Larga la foglia, stretta la via: la sterrata che conduce a quest’ultima è attraversabile da automezzi con molta cautela, viste le numerose buche. La si raggiunge scendendo dal paese di cui fa parte, Cinquecerri, nel neo-comune comprensivo del Ventasso.
Alcune case sono abbandonate da 40 anni, altre erano state disabitate per poco tempo.
Il motivo è solo uno: la posizione, isolata e climaticamente sfavorevole. La viuzza che conduce alla provinciale è realmente malconcia e finisce in una piazzuola con una grande fontana, adiacente ad un voluminosa pietra su cui è inciso a mano il nome “Giardino”.
Gli anziani del posto ricordano la storia di tre fratelli (alcuni riferiscono fossero quattro, ma ci focalizziamo comunque sulle vicende di tre di essi) che abitavano la pressoché totalità della frazione, se escludiamo altre due piccole famiglie. Ovviamente parliamo dei tempi in cui nessuna frazione, dei paesi della montagna, era abbandonata.
Per rispetto alla loro memoria, non si faranno i nomi. Però tanti anziani di Cinquecerri ricordano come il più giovane dei tre ragazzi sarebbe stato sciaguratamente spinto ad una lunga degenza in istituto manicomiale. Tornato da quella triste parentesi di vita, come ricordato dai soliti paesani, l’uomo sarebbe stato solito cantare gioiosamente tutti i dì ininterrottamente, fino a che, un triste giorno, avrebbe deciso, senza apparente motivo, di ammazzarsi sparandosi.

Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare, o così almeno si dice. La “follia”, chiamata così erroneamente nei tempi passati, non è contagiosa. Ma sicuramente la storia insegna che i suicidi, nello stesso albero genealogico, spesso vengono emulati da altri membri. Vuoi per la difficoltà di elaborazione di un tale lutto, vuoi per predisposizione neurochimica alla depressione. E così, il più grande dei tre, si sarebbe sparato.
Le testimonianze raccontano come alle veglie funebri di famiglia, “celebrate” in una casa buia e spoglia, dall’aria polverosa e non completamente salubre, si mangiava, si beveva e si cantava per coprire di gioia conviviale gli infausti decessi.
Questo era il “mantra”. E il tutto avveniva tra gli unici veri pezzi d’arredo del salone principale: i salumi stagionati, appesi al centro della stanza.

L’ultimo sopravvissuto, nutriva il suo “allevamento” di piccioni, lasciandoli liberi e facendoli rincasare alla sera nelle loro voliere.
Quando la fame chiamava, imbracciava quello stesso, maledetto, fucile e faceva partire un colpo per la cena.
Venuti a mancare i tre capostipiti, la frazione ha passato un periodo di totale spopolamento, per poi essere recuperata dagli stessi locali del nucleo abitativo principale, acquistando la proprietà più grande.

Poco distante sorge Caprile, a 765 metri di altitudine. La più antica notizia del paesino è citata nel Tiraboschi, che ricorda l’esistenza di una campana fusa per la chiesa parrocchiale di San Salvatore già nel 1432. L’origine dunque sarebbe tardo medievale.  Ad oggi il paese è ancora abitato e vivo, ma la sua porzione più antica è stata distrutta da una terribile frana che ha diviso in due parti il monte su cui i popolani abitavano. Ad onor del vero, lo smottamento non è fermo e pare che stia avanzando lentamente da decenni. Sono segnalate diverse riattivazioni storiche di questa paleo-frana, la prima nel febbraio del 1951, quando, oltre a danneggiare il versante settentrionale dell’abitato, sconvolse anche il deflusso del microbacino idrico di Caprile, il cosiddetto Fosso della Tocca.
I primi episodi di riattivazione sono documentati nell’aprile del 1960. Poi sono tornati nel settembre del ’72 e nell’anno seguente, dove alcune case già danneggiate divennero semi-diroccate, e altre due volte tra ’76 e il biennio antecedente, quando l’area nord fu coinvolta dal peggiore smottamento mai registrato, che rese necessario il trasferimento di parte dell’abitato.

La frana più recente risale all’aprile del 2013.  Ad oggi sono presenti a Caprile complessivamente 47 edifici, dei quali almeno 12 abbandonati, vuoi perché i proprietari sono andati a stare in città e non sono riusciti a rivendere i rustici, vuoi perché alcuni di essi sono a serio rischio per il futuro prossimo.

Piccola perla da non perdere: uno degli abitanti ci ha gentilmente aperto la casa e mostrato la sua grande raccolta di materiale militare, divise e foto d’epoca. Ve le mostriamo assieme alle immagini della frazione abbandonata. Se doveste visitare l’antico borgo, chiedete di “Dante” e siamo sicuri che questo giovane appassionato sarà ben lieto di mostrarvi e spiegarvi tutto.

Giardino e Caprile, sono piccole perle locali. Ciascuna frazione abbandonata di queste realtà montane sono specchio di un appennino emiliano ancora poco tutelato e a serio rischio spopolamento.  Entrambe, affascinanti realtà d’altura, nella loro semplicità. Entrambe meritevoli di attenzione.
Visitatele con rispetto.

Se ogni frazione abbandonata di questo articolo ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di altri paesi fantasma. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati dell’Emilia-Romagna?

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