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Buona parte dei suoi soldi sarebbero serviti ad allargare il tubercolosario di Ponton, ben prima di essere abbandonato. L’ipotesi era talmente scontata che molti non scommisero: Roberto Massalongo (1856 – 1919) aveva speso la vita ad approfondire le malattie, in particolar modo quelle che colpivano i polmoni, ed era da immaginare che avrebbe portato avanti la sua missione anche dopo la morte. Numerose sono le targhe, le strade e le vie che la città di Verona ha voluto dedicargli.

Il medico tregnaghese aveva infatti poco più di trent’anni quando divenne Direttore dell’Ospedale della città: ne migliorò le condizioni igieniche e, tra le tante iniziative, predispose una biblioteca per l’aggiornamento continuo dei medici. Ricercatore instancabile, Massalongo lasciò che la sua vita familiare coinvolgesse indirettamente i suoi progetti professionali: le malattie ereditarie su cui concentrò parte dei suoi studi furono le stesse dalle quali rifuggì tutta la vita dato che, essendo i suoi genitori consanguinei, scelse di non sposarsi; l’assistenza premurosa ai tubercolotici fu probabilmente una vocazione naturale, essendogli venuto a mancare il padre per la stessa malattia. Il medico suggeriva che i tubercolotici dovessero prima di tutto respirare aria buona. La scelta del luogo per la realizzazione del sanatorio ricadde allora su Ponton, un piccolo paesino avvolto tra le pieghe ondulate della Valpolicella.

Oggi come ieri l’area, rinomata per i vini e per gli splendidi sentieri in natura, è sospesa tra sole e vento e sospeso nel tempo pare anche il tubercolosario abbandonato. Sicuramente, tra le tante targhe, strade e vie, è la sua facciata a riportare di Massalongo l’effigie più bella. Recita questo: “Roberto Massalongo: nel culto della scienza temprò l’ardore per la lotta contro la tubercolosi e con quest’asilo volle iniziata l’opera di redenzione. 1920”

L’imponente tubercolosario abbandonato, che accoglieva nel 1918 i primi pazienti, è ora un corpo esangue circondato dal verde di una natura inospitale e intricata. Nel dicembre dell’anno in cui la visitai faceva così freddo che non riuscii a immaginare come potesse essere il clima in estate. Gli alberi di alto fusto sorvegliavano gli spazi desolati del pendio aspro e le zolle dure erano assiepate come le tombe di alcuni cimiteri. L’unico rumore era il canto dei corvi inquieti che disegnavano cerchi magici nel cielo plumbeo.

Col tempo il sanatorio era divenuto manicomio e ce lo testimoniavano il silenzio straordinario delle stanze vuote, le reti severe che accompagnavano le scale fino al soffitto e qualche protesi abbandonata tra fogli sporchi e stinti; una di queste aveva il colore della carta da zucchero e si muoveva timida e accartocciata sotto il vento gelido che scivolava giù dagli alti finestroni. Mi dissero che avrei potuto imbattermi in un caprone col suo gregge. Ero pronta a vederlo incedere come un re dei boschi, muovendosi a falcate decise tra il prato incolto e la stanza di escrementi in cui misi piede. Non lo incontrai, ma ne riconobbi l’odore acre e pungente che non era quello solito di guano e di piume dei luoghi dimenticati. Lo percepii nell’ultimo padiglione, quello rivolto a est, che alle due del pomeriggio cadeva già nel buio malinconico dell’inverno. Mi resi conto uscendo che oltre all’edificio non c’era più niente. Seguii la sterpaglia in un punto un poco più rado e imboccai un minuscolo sentiero che mi condusse sul piazzale di un centro che ancora oggi ospita pazienti con problematiche psichiatriche. Lì davanti, mentre i corvi lasciavano il posto a un malinconico cinguettio di luce, le piante infreddolite parevano persino più verdi.

Foto e testo: Alice Bon

Se questo tubercolosario-manicomio abbandonato ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di altri ospedali e manicomi abbandonati. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati del Veneto?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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